Il Brescia sbaglia tutto e rivede i nuvoloni neri: la salvezza in 90 minuti

Stefano Minelli allarga le braccia dopo il secondo gol dell’Empoli: sul Brescia imcombono nuvole minacciose.
SERVIZIO FOTOLIVE / Filippo Venezia, Simone Venezia
Stefano Minelli allarga le braccia dopo il secondo gol dell’Empoli: sul Brescia imcombono nuvole minacciose. SERVIZIO FOTOLIVE / Filippo Venezia, Simone Venezia
Vincenzo Corbetta 13.05.2018

Sembra di essere tornati indietro di un anno, quando il Brescia fu costretto a giocarsi la salvezza in 90 minuti. Stavolta, però, il «tutto in una partita» è il frutto di un gigantesco harakiri, di un suicidio d’autore e non della rincorsa di una squadra che, pur con i suoi limiti, aveva imparato ad affrontare ogni avversaria in... Cagnesco. Contro l’Empoli già promosso e imbattuto da 27 giornate, il Brescia fa tutto quello che non dovrebbe, alla faccia di quanto predicato da Ivo Pulga alla vigilia («Se giochiamo per non perdere, si finisce per perdere davvero»): per tutto il primo tempo i biancazzurri contengono e basta. Il primo cambio dovuto all’infortunio di Furlan, dopo 35 minuti, conferma l’intenzione: entra un centrocampista, Dall’Oglio, e non, ad esempio, Okwonkwo o Embalo, che avrebbero potuto sfruttare gli spazi lasciati dall’Empoli proiettato in attacco. NON È VIETATO, ci mancherebbe, ma il Brescia all’atteggiamento passivo non aggiunge quella cattiveria, quell’animus pugnandi richiesto a chi deve salvare la pellaccia. Con una vittoria, la salvezza diretta sarebbe stata realtà. Nemmeno un giocatore di Pulga finisce sul taccuino dell’arbitro Di Martino. Nessun ammonito, nemmeno gente che viene graziata dall’arbitro, niente. Solo nuvoloni. Non regge nemmeno l’alibi della squadra troppo giovane, continuamente evocato da Pulga: Caracciolo ha 36 anni, Gastaldello 35, Longhi è oltre i 30, Furlan ne ha 28. Quante presenze assommano? E giocatori come Minelli, Ndoj, Bisoli, Torregrossa e Dall’Oglio hanno alle spalle più di un campionato tra i cadetti. Il tasso d’esperienza c’è, eccome. Tra i meno peggio c’è il più giovane della compagnia, Tonali, classe 2000. Cosa significa? Che i più scafati non sono riusciti a gestire la tensione di una partita importante. Non vale nemmeno il discorso dell’Empoli brutto e cattivo, che non si doveva impegnare più di tanto, «cosa gliene fregava visto che era già promosso?», come si è chiesto qualcuno. Intanto i toscani partono con Donnarumma e Zajc in panchina, due terzi del trio d’attacco delle meraviglie. In campo c’è solo Caputo, capocannoniere cadetto. Da quando è promosso, poi, l’Empoli non ha mai perso. Ha sempre pareggiato (Carpi, Cremonese), ma non si è mai consegnato all’avversario. Alla fine segnano i bomber, Caputo e Donnarumma, 48 reti in 2 (26 + 22), record cadetto nei campionati a 22. IL BRESCIA avrebbe dovuto fare la voce grossa, far capire alla capolista che stava giocando la partita della vita, che voleva sbrigare a tutti i costi la pratica-salvezza, buttare sul campo coraggio, cuore e rabbia. La partenza promettente (2’: pallonetto fuorimisura di Caracciolo su verticalizzazione di Tonali) illude il Rigamonti, riempito dai soliti, encomiabili 7.000 che tifano in modo incessante, che all’inizio inscenano una contestazione condivisibilissima (fantastici i cartelli «pericolo caduta stadio»), ma è la conferma che in questa città si fa il tutto esaurito solo se i biglietti sono gratis, come l’anno scorso con il Trapani. Ma anche questi sono alibi. Il Brescia, dopo il blitz di La Spezia, aveva 7 punti sui play out a 6 giornate dalla fine. Il problema è che, da allora, non ha più vinto. Guardando tutte le combinazioni sui possibili arrivi a pari punti, si scopre con amarezza che il Brescia rischia di compromettere la salvezza diretta a causa degli scontri diretti: è in vantaggio soltanto con il Pescara (6 punti su 6) ed è sotto con tutte le altre. Però, se prima si è peccato di eccessivo ottimismo (ma è un peccato?), ora l’errore sarebbe di considerare Ascoli il capolinea di ogni sogno. Il Brescia non è battuto in partenza, ha 2 risultati su 3. Certamente il ricordo va a quella maledetta ultima gara della Serie A ’80-81, lo 0-0 che stava bene a tutti, ma che alla fine, con 5 squadre a pari punti al terz’ultimo posto, condannò i biancazzurri. Stavolta il pareggio basta davvero. Ma al «Del Duca» serve un altro atteggiamento, un tecnico che infonda coraggio e non paura, giocatori esperti che siano finalmente trascinatori nei momenti che contano. Discorsi che a Brescia si trascinano da tempo, non da un anno solo. • © RIPRODUZIONE RISERVATA