«Sono fortunato: ho
rischiato la vita. E grazie
a Brescia per il sostegno»

Marco Ceron sorridente martedì pomeriggio al PalaLeonessa dove è tornato dopo l’infortunioCeron scherza con i compagni di squadra all’allenamento
Marco Ceron sorridente martedì pomeriggio al PalaLeonessa dove è tornato dopo l’infortunioCeron scherza con i compagni di squadra all’allenamento
Alberto Banzola 06.12.2018

Il sorriso è il suo marchio di fabbrica: lo era prima dell’infortunio fortuito quanto violento patito nella sua serata migliore, lo è ancor di più adesso perché Marco Ceron si sente un po’ miracolato. E se nello sport, si sa, parlare di queste cose è spesso fuori luogo, nel caso della guardia di Mirano l’eccezione è d’obbligo: perché quello che è successo a lui non è ascrivibile a ciò che è umano. Domenica 25 novembre Marco finisce all’ospedale civile d’urgenza dopo l’impatto tra il suo cranio ed il gomito di Jaiteh, lungo francese che milita nella Fiat Torino: è il 18’ dell’ottava di andata in serie A, e Ceron, in campo da 6’ sta recitando un ruolo di primo piano con 7 punti all’attivo. Sul +13 (48-35), a 100” dalla sirena che porta negli spogliatoi arriva l’infortunio del giocatore veneto, che suo malgrado, diventa il protagonista di quella partita. Gli esami, la diagnosi, l’operazione immediata da fare: un incubo in cui Marco si ritrova all’improvviso e che nemmeno due settimane dopo ha lasciato spazio di nuovo al suo sorriso, quel biglietto da visita di cui mamma Antonella e papà Piero vanno fieri ed orgogliosi. IERI L’ENNESIMO passo in avanti con la rimozione dei punti applicati il 26 novembre: «Un male cane, ma credetemi nemmeno potete capire la mia felicità: è un altro passo in avanti». Perché Ceron sa benissimo cos’ha rischiato: «La mia vita: e se penso a tutto quello che posso fare oggi, mi ritengo una persona un po’ più che fortunata». E che in questo momento, oltre a stare meglio, ha una gran voglia di vivere: «Devo ancora metabolizzare bene il fatto che starò fermo per un po’. Ma sono molto fiducioso: i dolori alla testa diminuiscono giorno dopo giorno». Perché al di là di tutto a 26 anni avere il terrore di non poter fare quello che più ti piace, per cui hai lottato e che stava cominciando a premiarti anche nella tua nuova realtà, ti lascia con un po’ di vuoto attorno: «Un po’ di dispiacere lo provo: mi sento però fortunato. Vedo il lato positivo di questa situazione: ne sono uscito». QUANDO RIPENSA a quei momenti, Marco ha il vuoto più totale: «Non mi ricordo niente. Ho riguardato almeno 10 volte quell’azione. Nulla, non mi viene in mente niente di niente: ho un piccolo flash di quando cercavo di parlare al dottor Bettinsoli e quando mi sono risvegliato in ospedale». Pochi giorni, in cui l’attenzione del mondo del basket e dei media si è concentrato sull’ospedale; momenti difficili, alcuni irritanti (come il furto degli oggetti personali di Marco mentre era sottoposto a visita) e tanti sorrisi, abbracci: «La mattina dopo il furto si è presentato Luca Vitali al mio letto e mi ha regalato uno smartphone nuovo con un gesto del tutto inatteso che mi ha commosso. Per il resto non finirò mai di ringraziare chi si è preso cura di me dal primo momento a quello delle dimissioni. Mi sono sentito coccolato, ho trovato dottori e infermieri amichevoli, un ambiente fantastico». La sera del match della nazionale a Brescia con la Lituania la curva ha dimostrato il proprio affetto con due striscioni per lui: «Ogni giorno penso a quanto sono fortunato ad essere capitato qui. Non ho mai trovato un ambiente come quello di Brescia: ho visto la partita in ospedale, ho visto gli striscioni ed ho sentito i cori. Era come se avessi tutta Brescia oltre alla mia famiglia al mio fianco: ho cercato di ringraziare tutti quelli che mi hanno scritto per sapere come stavo. Era il minimo che potessi fare». MARTEDÌ ALLA RIPRESA degli allenamenti è passato a salutare i tuoi compagni di squadra: che impressione ha avuto? «I ragazzi li avevo già visti, chi in ospedale, chi a casa, ma mi faceva piacere tornare sul nostro “luogo sacro”. Ho visto la stessa squadra che ho lasciato quella sera: mi mancavano ed avevo voglia di vederli». E adesso, con calma, si cerca di tornare alla normalità: «La cosa positiva è che tutto è andato bene: non fra pochissimo, ma potrò ricominciare l’attività inerente al basket. Tra un paio di settimane ricomincerò a trattare la palla, allenamenti sì, ma senza contatto». E ci mancherebbe altro: «Per quello aspetteremo ancora un po’. Ma se penso che a breve potrò riprendere la palla in mano, sono felicissimo: mi ritaglierò il tempo per migliorare su quei fondamentali dove fatico. In campo, dovrete aspettarmi ancora un po’ prima di rivedermi». •