Micheletti porta il teatro nella Pompei delle Alpi

Una foto degli attori che hanno partecipato al «BelfortTheatreCampus» 2017 ideato da MichelettiImmagine dei ruderi di Piuro:  un’area devastata dalla frana del 1618
Una foto degli attori che hanno partecipato al «BelfortTheatreCampus» 2017 ideato da MichelettiImmagine dei ruderi di Piuro: un’area devastata dalla frana del 1618
Sara Centenari 08.08.2018

Andrebbe a scovare Mefistofele anche al Polo Nord, pur di far vibrare le corde della vita piena, e del teatro. Il bresciano Luca Micheletti, che è studioso di italianistica e premio Ubu, attore di estrema preparazione, physique du rôle perfetto per il cinematografo (vedi film con Bellocchio e De Maria) e drammaturgo di punta della scena europea, da dieci anni ha aperto un fronte «alpino» di lavoro e di pensiero. E Micheletti, che è anche l'erede diretto di una stratificata tradizione di scarrozzanti e teatranti, nonché autore del romanzo «Tutta la felicità» (2015), l’ha fatto in un eden alpestre che racchiude un antichissimo dramma: la cittadina di Piuro, in Val Bregaglia, ramificazione della Valchiavenna a nord di Sondrio. L’area fu disintegrata nel XVII secolo e la distruzione del borgo, di cui ancora restano segni nel nucleo di Belfòrt, spinse alcuni osservatori a ribattezzarla «Pompei delle Alpi», perché esseri umani e cose vennero sepolti da massi e fango. Una cronaca del 1618 racconta che l’improvvisa frana dal monte Conto «in un batter d'occhio ha sorpreso l'intero borgo, lo ha annientato, sommerso, sconvolto, distrutto». L’associazione italo-svizzera per gli scavi di Piuro chiese all’autore, nato nel 1985, di scrivere un testo sulla catastrofe naturale: la collaborazione non si è mai spezzata, tanto da produrre vari copioni e azioni teatrali. La bellezza struggente di questo luogo dal passato fantasma e dal presente proiettato nel futuro ha fatto nascere in Micheletti l’idea e la voglia di trasformarlo in «anfiteatro» di formazione, sotto il sole e le stelle: nel 2017 il perno teatral-filosofico fu «La Tempesta» di Shakespeare, quest’ anno il faro concettuale che illumina l’impresa è il «Faust» di Goethe, oltre a l’«Histoire du Soldat» concepita da Stravinskij in Svizzera nel 1918. Il 3 agosto si sono chiuse le selezioni e dal 17 del mese, per una settimana, il manipolo scelto d’attori parteciperà tra le rovine di Piuro al seminario intensivo «BelfortTheatreCampus», organizzato dalla compagnia I Guitti. Come nasce l’idea di fare di questo lembo estremo d’Italia l’approdo per una nuova stirpe d’attori, chiamati a interpretare il mito di Faust? È da 10 anni che lavoriamo in questo splendido sito tra i monti e i prati della Valchiavenna. Con l’associazione archeologica guidata da Gianni Lisignoli, molto attiva sul piano culturale, abbiamo deciso di far fruttare l’esperienza in modo più fecondo: con un campus, un workshop gratuito per un gruppo di 15-20 professionisti che hanno la chance di specializzarsi, a stretto contatto con natura e storia. E queste valli hanno sorprendenti addentellati shakespeariani. In loco fu presente per decenni John Florio che qualcuno ritiene celasse la possibile identità di Shakespeare. Nel 2018 una mia opera amatissima, «Histoire du soldat», compie 100 anni: la Svizzera, la nazione in cui fu composta, è a un passo da qui, questo è luogo di confine e di unione tra i due Paesi. E per me il seminario è l’occasione di avere un termometro del tempo: per capire a che punto siamo con il teatro delle nuove generazioni. Lo studio approderà a un momento di confronto con il pubblico? Alla fine dei sette giorni è prevista una prova aperta ed è in programma un altro evento cui teniamo moltissimo, il 4 e 5 settembre. Quest’anno cade il 400° anniversario della frana sulla Pompei delle Alpi. Con quella che potrei definire la «falange storica» dei Guitti rappresenteremo «Quando il sole non tornò», il testo che mi fu commissionato dieci anni fa, cui seguirono molto altri scritti pubblicati l’anno scorso da Sedizioni. Nel tema del seminario confluiscono riflessioni centrali per il teatro: la lotta tra bene e male, la possibilità di abdicare a se stessi per ottenere piacere e benessere, la sete di conoscenza... Il tema faustiano mi è caro, da sempre, da diverse prospettive. L’Histoire è un’operina sperimentale, piena di stanze, colma di strati: in apparenza è una fiaba musicale ma contiene anche molto altro, quasi la coscienza di un secolo a ridosso del primo conflitto mondiale. C’è l’anima di un esule dalla Russia, che è anche lo spirito del Novecento, ce ne portiamo appresso l’eredità: è quanto mai attuale. Inoltre la declinazione del Faust che ne fa Stravinskij è «montana», vicina a un’avventura en plein air che sia significativa dal punto di vista paesaggistico, come la nostra a Piuro. È un tema universale formativo dell’occidente: l’incontro con il problema della conoscenza e l’occasione della felicità. Le loro rivoluzioni reciproche. Chi partecipa al campus porta il proprio sguardo, perché non ci arriva impreparato. Il mito spiega la sua essenza di mito proprio perché ne esistono versioni innumerevoli, tutte valide. Giusto scegliere temi così vasti in occasione di un’esplorazione collettiva. Approcci e visioni molteplici, da Méliès a Murnau a Sokurov. Anche il cinema sul Faust vi ispira? Già gli autori dell’opera da camera scelsero il sottotitolo «Da dire suonare danzare»: potremmo aggiungere «da raccontare, vivere, cantare, sognare». Molti corsisti vantano competenze musicali. C’è chi ha detto - sono d’accordo - che la musica qui è un personaggio: incarna lo scorrere del tempo, il destino. Centinaia le candidature: tra pochi giorni pubblicherete i 15 nomi, più gli uditori. Lei è più sensibile, nella scelta, a un attore che sia drammaturgo e che conosca bene i testi e la letteratura? Ho iniziato con la didattica molto presto, approcciandola in modo umile, come condivisione e non magistero. Le persone che ascoltano diventano «possibilità» per me: io non cerco qualcuno di uguale a me. Certo vengo sollecitato da competenze trasversali ma conosco attori puri, chiamiamoli così, capaci di donare e di prendere tanto quanto coloro che hanno molte «frecce» tecniche al loro arco. Dal 29 gennaio al 2 febbraio 2019 sarà in scena al Sociale di Brescia con «Jekyll», produzione Ctb per la regia di Daniele Salvo: sarà una nuova contesa tra l’apollineo e il dionisiaco? C’è chi dice che Mefistofele sia una voce dentro Faust. Che il male non sia esterno ma interno a noi. Nell’opera di Stevenson c’è una dimensione psicologica, interiore, che ha molto a che fare con l'etica. Il mio interesse per le metamorfosi è innegabile: l’ho dimostato affrontando Kafka, Mann, Brecht. Mi interessano sul piano attoriale, umano, umanistico. Stevenson con il tramite di Borges diventa centrale per noi. Assi del palco e pagine di libri: legame forte anche quest’anno? Sì perché compirò il percorso su Ibsen che da due anni mi ha impegnato, riprendendo al Franco Parenti «Peer Gynt» che era previsto a Brescia e che arriverà anche qui: in parallelo ci sarà la ripresa di un altro grande «mostro», Tartufo. Per Falsopiano uscirà la mia traduzione di questo e di altri testi di Molière. I Guitti mantengono una dimensione locale ma sempre più rivolta alla scena globale. La realtà de I Guitti è un raccoglitore di energie giovani e meno giovani, sempre più capace di accogliere proposte per nuove generazioni. Un’istituzione che viene da lontano, dinamica: se mi viene confermato che così viene percepita ne sono orgoglioso. Germogli, non solo radici. •