«Così porto l’American Buffalo a Napoli»

Marco D’Amore, dalla serie tv “Gomorra“ al teatro
Marco D’Amore, dalla serie tv “Gomorra“ al teatro
06.11.2017

«Chissà, se Ciro, Genny fossero andati a teatro, forse...». A parlare è Marco D’Amore, star di «Gomorra», la serie tv tratta dal romanzo di Roberto Saviano venduta in più di 160 paesi, pronta a tornare su Sky Atlantic HD, dal 17 novembre, con la sua terza attesissima stagione (anteprima al cinema, il 14 e 15).

Ma intanto lui pensa al teatro, suo primo amore, con «American Buffalo», testo del Premio Pulitzer David Mamet, negli anni interpretato anche da Al Pacino e, al cinema, Dustin Hoffman, che dirige e interpreta insieme a Tonino Taiuti e Vincenzo Nemolato. E che con lo scrittore Maurizio De Giovanni ha trasferito da Chicago a Napoli, traducendo il «sound» dal basso cui Mamet fa spesso riferimento nel testo nella lingua musicale per eccellenza, il napoletano.

Uno spettacolo molto applaudito e premiato nella scorsa stagione che l’attore ha voluto ripartisse dalla periferia, debuttando al Teatro Tor Bella Monaca di Roma dal 10 al 12 novembre, con tappe poi a Napoli, Latina, Pescara, Orvieto, Torino, Milano e Toscana. «Riprendere in mano i personaggi un anno dopo è quasi metter su un nuovo spettacolo», racconta D’Amore, che in scena, calvo e balbuziente, è Ò Professore, disgraziato che insieme a un altro balordo e a Don, robivecchi con il mito del States, progetta di rubare una moneta, che forse vale una fortuna, forse no. «È l’apologia del fallimento e del crollo del mito a stelle e strisce», spiega lui, che al fascino di Hollywood invece si dice immune. «Sono sempre più affascinato dal mito italiano», spiega, «il mio sogno è affermarmi, costruire una credibilità nel mio paese. Non essere solo una meteora, ma instaurare un rapporto sincero, di fiducia, con chi viene a vedermi. Non mi sento arrivato. Nel mio mestiere è giusto fare bilanci a lungo termine. Per anni sono stato accanto a Toni Servillo, che ha raggiunto il successo a 50 anni. Me li ricordo i teatri insieme a Campobasso con 10 persone in platea. All’estero andrò solo nel rispetto e nella dignità del mio mestiere, non per dire una battuta in un film».

Più incisivo, oggi, scegliere per «American Buffalo» una tournèe «che toccherà anche teatri piccoli», dice, «a Tor Bella Monaca, poi, incontreremo gli studenti. Esperienze come queste fanno rifiorire le periferie, con il coinvolgimento di chi vive situazioni difficili. Credo molto nel potere salvifico del teatro. Anche nel mio caso, per le possibilità che mi ha offerto. E so di molti che anche dopo aver sbagliato nella vita hanno trovato nel teatro un’illuminazione per cambiare. I personaggi di American Buffalo, come Ciro o Genny di Gomorra, se avessero avuto un teatro vicino chissà... ».

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