IL CARAVAGGIO
CHE NON T’ASPETTI

Caravaggio, «Marta e Maria Maddalena»Caravaggio, «San Francesco in estasi»
Caravaggio, «Marta e Maria Maddalena»Caravaggio, «San Francesco in estasi»
Francesco Butturini29.10.2017

«Dentro Caravaggio» mostra a cura di Rossella Vodret, a Palazzo Reale, Milano, fino al 28 gennaio 2018 (ricco, ampio catalogo Skira, in cartaceo e in digitale): titolo giusto, che già fa capire che questa su Caravaggio a Palazzo Reale deve essere una mostra differente da tutte quelle finora realizzate (e sono molte), non tanto per il numero delle tele esposte (a Palazzo Reale sono venti, poco meno di quelle della storica mostra alle Scuderie del Quirinale del 2010 per celebrare il quarto secolo dalla morte dell’artista), o per il costo finale dell’operazione che raggiunge i 3 milioni e mezzo di euro, quanto perché la ricerca quasi decennale che ha prodotto questa mostra e il suo allestimento offrono agli studiosi e agli appassionati – ma, credo, anche al grande pubblico - un Caravaggio nuovo, per molti aspetti quasi sconosciuto. Certamente nuovo, rispetto al Caravaggio della manualistica scolastica, liceale e universitaria.

Partiamo dall’allestimento: le venti tele (quelle provenienti dai musei nordamericani, raramente vedibili in Italia: «San Francesco in estasi», «Marta e Maddalena», «San Giovanni Battista») sono esposte su grande supporto convesso, dietro il quale un filmato fa vedere il lavoro ottenuto con le riflettografie, le radiografie e le ricerche di restauro sull’opera: così scopriamo che Caravaggio non dipingeva senza schemi o disegni preparatori – come abbiamo letto e studiato fino a ieri - usava bozzetti, disegni preparatori a pennello, lumeggiature con il bianco di piombo, e, soprattutto, questa è la più importante novità, incisioni che calibravano la composizione della scenografia complessiva del quadro ed erano utili al pittore per proseguire nel lavoro (magari rifacendo, spostando, aggiungendo, ingrandendo o togliendo) e a colui o colei che posava, per riprendere la posizione di posa.

Le incisioni sono presenti un po’ ovunque: in queste tele le più numerose, «La buona ventura» 1596/7 (una seconda versione è al Louvre), tela ridipinta su una «Madonna con le mani giunte»; «Marta e Maria Maddalena» del 1598, scoperta nel 1943 da Roberto Longhi, del quadro sono note varianti e copie; «Giuditta che taglia la testa ad Oloferne» del 1602, forse il quadro più ricco di incisioni insieme con «Sacrificio di Isacco» del 1603. Dovrei citarli quasi tutti, anche perché, spesso - sono rare le attribuzioni antiche a Caravaggio come per «Madonna di Loreto» nella Basilica di Sant’Agostino in Roma - è a partire dalla nuova storiografia della fine XIX secolo che a Caravaggio vengono attribuite quasi tutte le opere non documentate ab antiquo, a volte con avventure come quella toccata al «San Girolamo penitente» del 1605/6, scoperto da Roberto Longhi nel 1914 (pubblicato solo nel 1943), acquistato all’asta da padre Domenico Ubach per una cifra corrispondente agli attuali 150 euro!

Al di là di questi dati, grazie alle analisi riflettografiche e radiografiche, scopri un lavoro preparatorio alla pittura che viene a Caravaggio dall’apprendistato presso il pittore milanese Simone Peterzano (Bergamo 1540 – Milano 1596) e poi nelle varie botteghe romane nelle quali lavorò, cominciando a dipingere, per sopravvivere, due teste al giorno per cinque baiocchi, finché l’amico Prosperino Orsi non lo presentò al cardinale del Monte per la cappella nella basilica di San Luigi dei Francesi a Roma; quindi la fama, ma non la fine della fame, perché Caravaggio, dopo quindici giorni di lavoro pazzo e scatenato, passava un mese nei bordelli a spendere tutto quello che aveva guadagnato. Sapevamo che Michele Angelo Merisi (così si firma in un contratto scoperto all’Archivio di Stato di Siena) era un «discolo» come ricordava, Baglioni, uno dei primi biografi secenteschi; sapevamo anche che si macchiò di due omicidi, uno a Milano (e dovette fuggire) ed uno a Roma (e anche questa volta dovette fuggire, a Napoli, in Sicilia, a Malta, ancora a Napoli e non riuscì più a tornare a Roma: moriva di febbre intestinale il 18 luglio 1610 a Porto Ercole; era nato a Milano il 29 settembre 1571). Non sapevamo altre cose della sua vita di artista disordinato, irascibile e violento nella vita quanto era ordinato e riflessivo nella sua arte, cosciente di essere il miglior pittore che lavorasse in Roma, incapace di andare d’accordo con qualsiasi altro artista, perché la sua pittura, dall’apparenza naturale, era ed è quanto di più innovativo e moderno ancora oggi possa esserci.

Guardate con un attimo di attenzione le sue tele: la luce è preparata, illumina solo le parti che l’artista ritiene di dover illuminare per dare importanza e significato alla tela. Sembra il fotografo che nelle riprese cinematografiche aiuta il regista a scegliere le luci, gli angoli, le inquadrature le scene migliori. Così è per Caravaggio, ma fra la fine del XVI secolo (le sue prime cose sono infatti databili alla metà del 1590) e il XVII.

Ed ecco un’altra novità, un manoscritto scoperto da un giovane ricercatore, Riccardo Gandolfi, presso l’Archivio di Stato di Roma: «Vita degli artisti» di Gaspare Celio, databile al 1614. Le pagine dedicate a Caravaggio – una prima rapida biografia - correggono quasi tutte le datazioni del primo Caravaggio e quelle del periodo romano, perché il pittore non giunse a Roma nel 1592, come finora si era supposto, ma alla fine del 1595 e ci sono quasi quattro anni di vuoto fra il 1592, quando ancora è in Lombardia e l’arrivo a Roma. Di quei quattro anni veniamo a sapere che un anno lo trascorse in prigione. Sugli altri tre anni vuoto assoluto. Inoltre quanto Gandolfi ha scoperto all’Archivio di Stato di Roma, e cioè le varie note d’arresto o il verbale del pignoramento di un notaio perché il pittore non pagava la pigione da sei mesi (fra gli oggetti pignorati, un piatto, undici bicchieri, varie bottiglie, una chitarra, un violino, una spada e tre pugnali), dicono qualcosa come documenti che aiutano a datare meglio le opere.

Questa mostra e il ricco catalogo che l’accompagna segnano quindi una svolta decisiva per la storia della pittura di Caravaggio e quindi di tutta la pittura del XVII secolo, che Caravaggio influenzò decisamente. Infine la composizione cronologica delle venti opere esposte dimostra un altro fatto a mio avviso importante nella pittura di Caravaggio: l’artista passa da una luminosità diffusa come nel «Riposo durante la fuga in Egitto» del 1597 ad un luce/ombra sempre più contrastanti e sempre più forti, fino a far uscire la figura da un fondo scuro, spesso facilitato dalla preparazione delle tele su colori cupi, in una luce carica di suggestioni espressive. Caravaggio, un grandissimo con il quale era impossibile accompagnarsi, come scriveva nel 1604 il primo quasi biografo Karel van Mander, che la mostra milanese ci restituisce nella sua provocante bellezza.

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