Nasce «Der Mast»,
via Milano ha
la sua factory

I  lavori per l’allestimento dello spazio multidisciplinare sono durati in tutto due anniAttenzione anche ai dettagliLe preziose finiture interneL’ex officina meccanica recuperata che si trova all’angolo tra via Carducci e via Trivellini Nina D’Apolito e Roberto Tura, gli ideatori dello spazio «Der Mast»
I lavori per l’allestimento dello spazio multidisciplinare sono durati in tutto due anniAttenzione anche ai dettagliLe preziose finiture interneL’ex officina meccanica recuperata che si trova all’angolo tra via Carducci e via Trivellini Nina D’Apolito e Roberto Tura, gli ideatori dello spazio «Der Mast» (BATCH)
Luca Canini 01.03.2018

Per parlare di un Tribeca declinato al bresciano o di un Kreuzberg con meno würstel e più salamine, è decisamente presto. Ma qualcosa sta effettivamente succedendo dalle parti di via Milano. Conversione urbana, rinascita e recupero, ripensamento sociale e culturale: scegliete voi la locuzione che più vi aggrada. Il concetto, tanto, non cambia: la porta confusa e sfregiata della città, con il suo carico di brutture e di aberrazioni, è in cerca di un nuovo senso, di un’identità spendibile e futuribile. Lo si intuisce dai proclami, dai progetti, dalle intenzioni più o meno istituzionali di enti e fondazioni. Lo conferma il brulicare spontaneo di iniziative private che fino a qualche anno fa non erano nemmeno lontanamente pensabili (figuriamoci realizzabili). L’ULTIMA in ordine di tempo è figlia di un colpo di fulmine. E come tutti gli amori impossibili si porta appresso un pizzico di azzardo e una buona dose si follia. «Ci è bastato vederlo questo spazio per decidere che sarebbe stato nostro a ogni costo». Parola di Roberto Tura. Che insieme a Nina D’Apolito è il cuore e la mente della factory Der Mast, laboratorio delle idee e delle arti al 17 di via Carducci, là dove un tempo sbuffavano i camini di un’officina meccanica. «È un edificio degli anni Trenta - racconta ancora Tura - All’inizio ci si produceva la ceramica, poi ha cambiato destinazione varie volte. È uno spazio straordinario, un reperto di archeologia industriale che meritava di essere recuperato». Recuperato per farne un centro multidisciplinare. «Una parte sarà riservata ai corsi: di musica, danza e di pittura, di yoga e pilates. Corsi aperti a tutti, pensati per la gente di via Milano e di Fiumicello». Corsi ma non solo. «Poi c’è il teatro. Che ha 150 posti a sedere e almeno 300 in piedi». Con un palco modulare che può essere spostato al centro della sala e che si può adattare alle esigenze delle varie compagnie di danza o di recitazione, oltre che dei musicisti. «Infine un bar, che ospiterà eventi e presentazioni, e uno spazio espositivo». Tradotto in sudore, scartoffie, prospetti e olio di gomito, fanno due anni tondi tondi di lavoro. «DUE ANNI più o meno. Anche se i lavori veri e propri, al netto della parte burocratica, sono durati sette-otto mesi». Lavori al traguardo, e debutto ufficiale fissato per questa sera alle 21 (porte aperte dalle 20), quando sul palco salirà il trio del contrabbassista Matteo Bortone. «L’idea è quella di uno spazio il più aperto possibile, inclusivo e aggregativo. Vogliamo fare rivivere questa parte di città. E a dire il vero siamo stati dei precursori se pensiamo alla situazione di due anni fa. Il Comune di Brescia comunque ci ha dato una grossa mano, sostenendoci e collaborando alla realizzazione del progetto. Ora ci siamo e speriamo sia solo l’inizio». Speranza fondata. Berlino e New York insegnano: dove arrivano gli artisti, specie che sopravvive solo in ambienti evolutivamente instabili, poco dopo arriva anche la vita. Sotto forma di luoghi riconquistati e di connessioni riallacciate. Via Milano non sarà Kreuzberg e nemmeno Tribeca, ma qualcosa si muove. • © RIPRODUZIONE RISERVATA