«The Sisters Brothers», il western doc

John C. Reilly e il regista Jacques Audiard
John C. Reilly e il regista Jacques Audiard
Enzo Pancera 03.09.2018

Enzo Pancera VENEZIA «What You Gonna Do When the World’s On Fire?» è firmato da Roberto Minervini, 48enne regista marchigiano, globetrotter delle tensioni politiche. Nel 2017 ha razzolato tra Baton Rouge (Louisiana) e Jackson (Mississippi) dopo l’uccisione poliziesca di Alton Sterling e Philando Castile. Un bianco e nero contrastato (ce n’è motivo) cattura le reazioni all black: 2 fratelli (14 e 9 anni), con mamma energica, riflettono sulla e cultura etnica, una barista dal triste passato è ben conscia dei diritti, le nuove Black Panthers si danno alla solidarietà, protesta e proposta spesso utopistica. Sembra cinema verità e, nonostante le ridondanze e la strana collocazione in concorso, rivela l’incendio montante nel mondo. Dopo i Coen un altro (e che) western: The Sisters Brothers. Regista francese, Jacques Audiard (oro a Cannes 2015 con Dheepan), vicenda dal romanzo Arrivano i Sister (Neri Pozza) del canadese Patrick Dewitt, ambientazione in Romania e Spagna. Niente a che vedere con lo spaghetti-western. Si toccano i fondamenti dell’epopea (con minimali aggiunte divertenti: il mare, lo spazzolino da denti) seguendo una doppia coppia: i fratelli Sorelle (calambour) Eli (John C. Reilly), più anziano un po’ chioccia, e il tristo Charlie (Jacques Phoenix); il segugio John Morris (Jake Gyllenhaal) e il chimico Warm (Riz Ahmed) inventore di un liquido che fa brillare le pepite nei fiumi. Nella fluida dislocazione buoni-cattivi si capisce che i fratelli sono killer e Morris un segugio prezzolati dal boss Commodore (Rutger Hauer) per spremere con ogni mezzo a Warm la sua invenzione. Molti, spesso divertenti, colpi di scena inducono i 4 a fare una strana comunella. L’esecrabile fame dell’oro (Virgilio) presenta il conto. Dettagli privati, allusioni storiche, connessioni sagaci danno nerbo al racconto. Il cast funziona alla grande, ben presente ma non ingombrante (una rarità) la musica di Pialat. Un dubbio sul botteghino: non sarà un western troppo intelligente? Il 46enne regista argentino Pablo Trapero (Leone d’argento a Venezia, 2015) reca, fuori concorso, La quietud. Le sorelle Mia (Martina Gusman) ed Eugenia (Bérénice Bejo) si rivedono nella tenuta di famiglia, La Quiete, quando il babbo avvocato è colto da malore. Le due si fronteggiano con la madre autoritaria Esmeralda (Graciela Borges). Affiorano incesti variegati, mariti in comune, mancanza di etica e, dagli orrori della dittatura, il possesso truffaldino della tenuta. Il turgido insieme sembra poco utile a elaborare il doloroso passato argentino. •