Nemes, grande apparato che soffoca la denuncia

Enzo Pancera 04.09.2018

Enzo Pancera VENEZIA Lásló Nemes, 41enne regista ungherese, meritato Oscar 2015 per Il figlio di Saul, concorre molto atteso con Napszállta (tramonto) girato in pellicola in una Budapest “del 1913” rifiutando il computer. S’inizia con le note di un quartetto beethoveniano, uno dei vertici della civiltà europea, che s’incagliano su una dissonanza tenuta a lungo: allarme, assillo. Írisz Leiter (Juli Jakab) – molto bella, occhi espressivi – chiede lavoro come modista alla cappelleria che fu dei genitori, scomparsi in un incendio, mai chiarite le circostanze. Il nuovo padrone è gentile ma la respinge. Írisz resta nella città pervasa da indecifrabili tensioni. Ha notizia di un non conosciuto fratello che tentò di uccidere il nuovo proprietario e ora è coinvolto in macchinazioni criminal-insurrezionali. Enigma, volontà imperiose, sciagure ineluttabili confluiscono nelle trincee della Grande Guerra. In discorso è presto chiaro, Nemes lo stende per 140’ con eleganti piani-sequenza, sfocature, riprese avvolgenti, tavolozza seducente, costumi impeccabili. Il grande apparato schiaccia l’allusione metaforica, esile comunque per il vecchio continente (che la prossima primavera potrebbe ricadere in scelte suicide). Julian Schnabel, pittore e regista, torna in laguna con At Eternity ‘s Gate dedicato a van Gogh. Perfetto protagonista Willem Dafoe: volto ossuto, barba, scarpe grosse (immortalate in un quadro) e calze rotte. Totale la dedizione alla ricerca: di un nuovo modo di percepire (fusione panica con la terra, sbriciolata, assaggiata) e di esprimere, di una luce calda. “Va a sud” suggerisce Gauguin. Il primo meridione è la Provenza. Dove però affiora l’instabilità mentale. Il regista (cosceneggiatore Jean-Claude Carrière) sottolinea la tensione religiosa (Vincent sentì anche la vocazione del predicatore), inscena l’approccio diretto con la tela e, con sua specifica supervisione, ricorre a musiche pianistiche (impasto sonoro alla Debussy-Fauré) invasive. L’impresa era rischiosa, Schnabel la svolge dignitosamente andando oltre la divulgazione. Ricompare alla Mostra che gli dette la prima notorietà (Ti ricordi di Dolly Bell?, 1981) il 64enne Eumir Kusturica, fuori concorso col documentario El Pepe, una vida suprema. Protagonista l’83enne Pepe Mujica, combattente tupamaro contro la dittatura uruguaiana, 12 anni carcerato, presidente del paese 2010-15. Pepe innamorato della vita, poeta, filosofo e politico, ma sempre sulla radice contadina che lo fa ancora lavorare la terra, ricorda che gli eletti dalla maggioranza devono vivere come la medesima, e non come la minoranza privilegiata.