Il ritorno di Giada al Nuovo Eden
«col primo film autobiografico»

Giada Colagrande ieri sera al cinema Nuovo EdenLa regista ha diretto in «Padre» il marito Willem Dafoe
Giada Colagrande ieri sera al cinema Nuovo EdenLa regista ha diretto in «Padre» il marito Willem Dafoe
Jacopo Manessi04.11.2017

Un’apparizione veloce, prima. Saluto timido, di nero vestita, e poi via nella notte. Un aperitivo in San Faustino e la discussione con il pubblico, poi. Al termine della proiezione, come galateo cinefilo comanda. Giada Colagrande s’è ripresentata a Brescia, un anno e mezzo dopo. Senza la dolce metà Willem Dafoe, che l’aveva accompagnata sulla terrazza dell'Hotel Vittoria per Old Cinema, ma va bene uguale. L’occasione è stata la presentazione di «Padre», ultimo lavoro scritto, diretto e interpretato dalla stessa Colagrande. Capace di mettere insieme lo stesso Dafoe, Franco Battiato (nel ruolo del padre, appunto) e Marina Abramovic in un unico contenitore. La storia narrata è quella di Giulia, reduce dalla scomparsa del padre Giulio Fontana, di professione compositore. Nei giorni successivi alla morte, l'uomo contatta la figlia da un’altra dimensione, avvicinandola a un mondo invisibile.

«Fino a questo film ho sempre ritenuto che i miei lavori non fossero autobiografici – spiega la protagonista – anche se sono ricchi di dettagli molto personali. Stavolta, pero, ho sentito il bisogno di usare l’arte per elaborare la perdita di mio padre, morto pochi mesi prima dell’inizio delle riprese». Un percorso che corre tra psicologia e necessità: la ricomposizione del lutto, i gradi emozionali attraversati, il rapporto con le figure di contorno, che provano a rapportarsi con l’emozione della protagonista.

«LO CONFESSO, ho concepito il film d’impulso: mai come in questo caso mi sono sentita guidata. Non è qualcosa che ho scelto di fare a tavolino, in modo studiato. Poi nella fase del montaggio, però, mi sono posta alcune domande – prosegue la regista –. C’era una cosa che avevo chiara sin dall'inizio: volevo che le diverse dimensioni apparissero in modo visivo sullo stesso piano. È̀la protagonista che all’inizio non vede, e poi vede».

Concetti alti, che risentono di un inevitabile influsso: quello di Franco Battiato. «L’invisibile c’è sempre e per sempre, siamo noi che dobbiamo imparare a rapportarci con lui. Cerco di vivere la morte delle persone care come un’occasione di risveglio. E Franco Battiato, in tal senso, è stato il primo ad avviarmi alla pratica della meditazione – prosegue Giada –. Lui è sincretista, si abbevera a tutte le fonti e mi ha insegnato come ogni cultura possieda una tradizione esoterica comune legata alla morte. È normale che a livello personale sia difficile farsi una ragione del dolore. Ma cogliere queste connessioni mi appare lo scopo più importante della vita».

Di fatto, proprio intorno all’opera della regista italiana il Nuovo Eden e Brescia Musei hanno cucito tutta la rassegna «Altre visioni: arte contemporanea al cinema», come ammette lo stesso direttore di Brescia Musei Luigi Di Corato.

«Giada - dice suo marito, Dafoe - ha una capacità ossessiva di impregnare i suoi film de suoi interessi e di lotte interiori, senza sentimentalismi. Questo è stato il lavoro più lontano dall’industria del cinema a cui io abbia mai partecipato». Come attestato di stima, niente male.

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