«Abracadabra»,
Calabrò Visconti cura
la Biennale Giovani di Mosca

Lucrezia Visconti Calabrò è una curatrice d’arte indipendente
Lucrezia Visconti Calabrò è una curatrice d’arte indipendente (BATCH)
Sara Centenari17.05.2017

Sara Centenari

Il tema suggerito da una delle curatrici più giovani al mondo, la bresciana Lucrezia Calabrò Visconti, è forte, centrato, avvincente, così da catalizzare pure l’attenzione degli iper-tradizionalisti: quelli che si tengono lontani da titoli acchiappa-risate-sarcastiche tipo «Shit and Die» (la mostra di Cattelan di cui Lucrezia è stata assistente). La ragazza che meno di dieci anni fa occupava i banchi del liceo Bagatta di Desenzano (è del 1990) è stata nominata curatrice della Biennale di Mosca For Young Art di luglio 2018. In «finale» erano arrivati 11 astri nascenti del mondo dell’arte contemporanea: il concetto trionfatore di Calabrò Visconti è che non esistano più barriere tra vita privata, pubblica e lavorativa. Tutti stiamo, sempre, «performando qualcosa».

UNA SORTA di incantesimo, quello in cui cade l’uomo contemporaneo, con controindicazioni per le quali non esiste nessun «bugiardino» utile. «Abracadabra» è il titolo della Biennale Giovani della capitale russa. «Termine che indica un concetto ma che ha il potere di trasformare la realtà, se pronunciato. Ho scelto “Abracadabra“ perché non ha etimologia certa: non si può intendere come parola anglosassone né di nessun altra nazione. Ma tutti nel mondo sanno cosa vuol dire» raccontava ieri al telefono Lucrezia Calabrò Visconti, imbarcandosi per Amsterdam.

IL LAVORO mastodontico che attende Lucrezia partirà a settembre: nell’edizione scorsa della Biennale promossa dal MMoma di Mosca e da Rosizo - la più importante in Russia, alla sesta edizione - si affacciarono 2600 artisti. La missione della curatrice è quella di selezionare un’ottantina di progetti in quella che si chiama «Open call», sulla base del concetto-guida. «Non ci sono barriere tra vita privata e pubblica: lavorativa, sentimentale-famigliare e politica, direi. Lo spiega bene il critico tedesco Diedrich Diederichsen: la nostra esistenza segue precetti e norme emanate dall’economia politica». E se qualcuno volesse riservare questo identikit solo alle cosiddette «socialite» o ai personaggi illustri, dovrebbe ricredersi. La dimensione sociale è tramontata a favore della sua sorella per nulla gemella: quella «social», apparente traduzione che sembra tirare in ballo la dimensione comunitaria e invece è una danza individualista.

L’idea del ballo, della pista e della «disco» emerge dal racconto di Calabrò Visconti perché il gioco riguarda anche il titolo di un pezzo della Steve Miller Band degli anni ’80, intitolato «Abracadabra». Dopo il Classico affacciato sul Garda, Lucrezia - figlia dell’architetto Raffaella Visconti Curuz, editore della rivista «Dipende» e del musicologo, cabarettista e suonatore di ukulele Fabio KoRyu Calabrò, si è iscritta allo Iuav di Venezia. «Architettura, sì: mia madre mi sconsigliava di dedicarmi alle materie artistiche tout court. Allora io “finsi“ di voler diventare architetto: in realtà studiavo arti visive. Però seguo le sue orme: l'entusiasmo, l'energia e la voglia di fare progetti sempre nuovi sono una cosa per cui lei è sempre il mio esempio».

Questa curatrice indipendente ha lavorato sia in contesti istituzionali che in piccolo spazi autonomi, a Milano, New York e Torino (dove ha avviato lo spazio Clog). E Brescia, che si evolve dal suo passato industriale, potrebbe seguire l'esempio di città come Bilbao, cambiando fisionomia grazie all'investimento nell'arte e nell'architettura (vedi anche la mostra di Mimmo Paladino)? «Un contesto come quello di Brescia potrebbe avere la scala adatta per diventare centro di produzione e riflessione sull'arte contemporanea. A volte la scena più interessante di un Paese non è nella città principale: Rotterdam e Utrecht producono un discorso fondamentale per l'intera scena olandese. Le accademie d'arte che ci sono a Brescia, le grandi gallerie storiche come Minini e i musei sono territorio fertile: non è necessario essere Guggenheim per fare progetti interessanti».

Consigli su un’altra Biennale, quella di Venezia appena iniziata? «Il Padiglione Italia spesso è stato una sorta di arca di Noè: decine di artisti a volte scelti sulla base di nepotismi malcelati, quasi secondo il criterio "salviamo più artisti possibili prima dell'apocalisse". Cecilia Alemani ne ha scelti invece solo tre: Roberto Cuoghi, Adelita Husni Bey e Giorgio Andreotta Calò. Poi c’è Katja Novitskova (Estonia) a cura di Kati Ilves. L'esperienza da fare è il giro in barca bendati guidati dalla voce di due non-vedenti presentato dal padiglione catalano con BlindWiki!».

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