Cultura Un soffio di utopia L’edizione «Minini» di BresciaoggiCultura | Cultura

Un soffio di utopia
L’edizione «Minini»
di Bresciaoggi

L’edizione «Minini» di Bresciaoggi
L’edizione «Minini» di Bresciaoggi
Sara Centenari 14.09.2018

Si stupì quando ricevette il tributo alla carriera («come Sofia Loren», dice lui), perché i premi «dovrebbero andare ai giovani». Idee e artisti emergenti: li cerca con la lanterna Massimo Minini, gallerista internazionale tra i più stimati che 45 anni fa scelse di costruire la sua strada a Brescia invece che nel più ovvio e fertile terreno di Milano. L'emozione per ciò che è nuovo e lancia i primi vagiti scaturisce subito dal Minini «direttore 24 ore» di Bresciaoggi, nella riunione di redazione delle 11.30: la prima notizia riguarda l’incidente che ha spezzato la vita di Nadia Zangarini, investita sulle strisce a Brescia Due da un automobilista risultato positivo alla droga. La cronaca nera, con la sua rilevanza pubblica e sociale, non può scomparire da un quotidiano. «Ma dovremmo dar spazio ai nuovi nati, alla speranza, a chi viene al mondo e apre i suoi occhi nello stesso istante in cui qualcuno si spegne».

UN DIRETTORE di profonda cultura, talento innato per la provocazione, questo può fare: far aguzzare le orecchie ai redattori. Bambini appena nati? Per i giornali fanno notizia solo a Capodanno, per onorare una specie di tradizione e raccogliere i primi nuovi nomi: Kevin, Mohammed, Emma. Ecco il vizio incorreggibile del gallerista nato a Pisogne nel '44 che festeggia oggi il suo compleanno. Spostare il punto di vista su ciò che ieri ancora non esisteva sulla faccia della Terra e ora è già futuro: i neonati. Viene registrata così la prima rivoluzione giornalistica «alla Minini», che ricorda pure l'esempio dell'artista Alberto Garutti: a Roma e Bergamo collegò le luci di piazza all'ospedale, così che per ogni nuovo nato i lampioni si accendevano per due minuti. Il dialogo sulle notizie procede serrato, sui temi della cultura il confronto con Minini è fatto di ritmi e toni che si intersecano: la serietà delle proposte, come quella sulla Vittoria Alata da far planare al Louvre, e la leggerezza ironica di alcuni esercizi di stile, come la proposta di chiamare i saggi del Comune con l'espressione «Il Settebello», per non presentare in modo pesante il loro ruolo e giocare con l'eco di altre storie, «tipo i 7 nani». «D'altronde Philippe Starck con i suoi sgabelli ha riletto i nanetti di Biancaneve come fatto d'arte». Lo scherzo è paradosso e fondo per nulla opaco di verità. Tutto ciò che ingloba, fabbrica, promette cultura a Brescia lo interessa e lo accende: il Musil, per esempio, «non potrà essere solo ricovero di ferraglia arrugginita! Serve un luogo in cui studenti universitari possano fare ricerche che si tramutano in lavoro, sostenuti da industriali che promuovano una decina di borse di studio. Aib, Università e Musil devono costruire la strada per una città che, anche se non è più solo “tondino”, ha una storia che parla di ferro e fuoco. Gli studenti e specializzandi fanno scoperte importantissime, come è successo con i ricercatori dell’Università di Brescia che hanno trovato la proteina che innesca il Parkinson». Ragionando sui possibili temi da mettere al centro della Leonessa in prima pagina il gallerista esprime il suo plauso all'iniziativa del mini-pamphlet del quotidiano, «che ricorda la rubrica di Giorgio Bocca di tantissimi anni fa». E il gioco di specchi e parallelismi lo spinge a ricordare la mitica figura del primo direttore di Bresciaoggi, Giannetto Valzelli, «che mi sento di paragonare a Brera, per il modo di scrivere e amare il cibo. Presiedeva le mostre di Gussago, che finivano degnamente a polenta e osei!». La Triennale 5 anni fa festeggiò i 40 anni della galleria di via Apollonio: nonostante i fasti, il fondatore confessa che non è semplice creare progetti su piazza Vittoria con artisti contemporanei, «nessuno oggi vuole mettere la sua opera su piedistallo». L’incanto è riuscito con Mimmo Paladino e la grandiosa mostra diffusa del 2018. Arriva lo Sport, e pure in questo campo i guizzi non mancano. Alla domanda del giornalista Mario Mattei sulle icone da salvare, Minini non tentenna: «la visione di Imerio Massignan in discesa!». Scalatore da paura, il migliore tra i «grimpeur» nei Tour ’60-’61, era soprannominato «gamba secca», per l’inconfondibile pedalata dovuta alla diversa lunghezza delle gambe. Il calcio? Sì e no. «Ma ho nel cuore la partita Milan-Brescia del 16 maggio 2004: l’addio di Baggio». Minini ragazzino prendeva il battello per il collegio, sulle placide acque del Sebino: viene in mente Márquez che in «Vivere per raccontarla» narra i meravigliosi viaggi su battello fluviale degli studenti colombiani. Navigare in acque dolci stimola dunque la fantasia dei pionieri. Serve arte, letteratura e tanta ironia.

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