La libertà inutile
dei migranti
arrivati dall’Est

La scrittrice siculo-umbra Veronica Tomassini, 46 anni
La scrittrice siculo-umbra Veronica Tomassini, 46 anni (BATCH)
Alessandra Milanese19.10.2017

Fino a che punto può arrivare a farti male l’uomo che ami? «Non c’è limite», è la risposta lapidaria di Veronica Tomassini, nata a Siracusa nel ’71, autrice di «L’altro addio» (Marsilio, pp. 206, 17 euro). Nel romanzo precedente, «Sangue di cane», la bella scrittrice di origini umbre raccontava l’amore difficilissimo e doloroso di una giovane donna per un aitante ragazzo polacco incontrato ad elemosinare ai semafori. In «L’altro addio», con una prosa che è un monologo affascinante, turbinoso ed ipnotico, continua la storia di lui e, insieme della sua Polonia sedotta e abbandonata dall’Occidente.

Era sua intenzione creare una specie di epilogo a «Sangue di cane»?

Amo definire i due romanzi un dittico. Volevo illuminare con un potente riflettore l’universo cui appartiene il protagonista senza nome, quegli uomini dell’Est, che dopo la caduta del Muro hanno tentato la speranza dell’emigrazione. Ma che poi non hanno saputo che farsene della libertà, sono caduti preda della nostalgia e dell’alcolismo. I miei libri vogliono essere un tributo a degli sradicati, degli ex in tutto per forza di cose.

Da dove nasce il suo amore per la cultura slava?

Fin da ragazzina ho apprezzato i grandi autori russi, particolarmente Tolstoj e Céchov. Ma anche proprio tutta la cultura dell’Est espressa pure dalla musica e dal cinema. Penso naturalmente ai registi Kieslowski e Kusturica, il musicista Preisner. Hanno una capacità di raccontare il dolore, scarnificandolo, quasi con un ghigno, che mi ha conquistata direi da sempre. Insieme ad una laconica amarezza di chi ha superato prove ben peggiori delle nostre.

Si avverte un forte sentimento di pietà cristiana ne «L’altro addio», come ha trovato il suo Dio?

Sicuramente dove non mi avrebbe sospinta la società borghese, colta e cattolica. Ma tra l’afrore e lo sguardo degli emarginati, che è diventato anche il mio sguardo. Pure il mio protagonista rinasce nella fede. Il romanzo finisce con lui che invoca «Padre» mentre il sonno lo raggiunge.

Quindi se il rapporto d’amore per forza di cose finisce, il protagonista maschile trova in Dio il miracolo della redenzione. Forse l’inizio della sua guarigione spirituale era stato già la resa alla malattia fisica, alla tubercolosi.

La sua scrittura, che tocca argomenti molto forti e usa, a volte, vocaboli persino brutali si intreccia con la poesia. Come le è riuscito questo mix?

Forse è stato un modo per rendere salvifici e accettabili argomenti e situazioni estremamente aspri come le condizioni di gruppi di emigrati, l’emarginazione, l’alcolismo, l’andare per carità, persino il furto.

La mia è una storia autobiografica, scritta tutti i giorni, in quattro mesi febbrili, e senza eccessive limature per andare al cuore di una certa realtà. Sì, l’ho detto si tratta di una storia vera, con personaggi reali e una di questi sono io.

Volevo, però, nello scrivere questo libro far luce su una realtà che gli immigrati dell’Est stanno vivendo nel nostro Paese. Quelle persone che, dopo la caduta del Muro sembra siano diventati solo dei vuoti a perdere. Spero di esserci riuscita almeno un po’.

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