Personaggi IL FUTURO UN POSTO FAMILIAREPersonaggi | Personaggi

IL FUTURO UN POSTO FAMILIARE

Ermanno Cavazzoni, classe 1947, scrittore e docente
Ermanno Cavazzoni, classe 1947, scrittore e docente
Chiara Roverotto 19.08.2018

Ermanno Cavazzoni (Reggio Emilia, 1947) è un grande esperto di linguaggi, ma anche docente di estetica, antropologia filosofica e retorica. È il più anziano della cinquina del Campiello e con «La galassia dei dementi» (La nave di Teseo pp. 670, 24 euro) ha dato voce alla fantascienza in un paese devastato da alieni e robot, ma il suo passato è fatto anche di libri che sono diventati sceneggiature per registi che hanno fatto storia del cinema. «La Voce della Luna» è un film del 1990, l’ultimo diretto da Federico Fellini e ispirato al suo romanzo «Il Poema dei lunatici». Quando ha conosciuto Fellini, come lo ricorda? Con Fellini eravamo come due vecchi compagni di scuola che si rincontrano, si riconoscono, e riprendono a scherzare come al tempo delle medie inferiori, in maniera irresponsabile e un po’ sottovoce, per non darlo a vedere. È stata una bella amicizia, dove ho imparato tante cose, ad esempio a non prendere troppo seriamente il lavoro artistico, seguire invece l’estro, il piacere a sorpresa di inventare, che è il momento più bello, uno poi lo ricorda con rimpianto quando era in mezzo ai pasticci e alle follie inventive; l’opera conclusa, invece, è qualcosa che va per conto suo, e se uno non è troppo narcisista, non lo riguarda più. Come nasce il suo viaggio nell’umanità post apocalisse? Dalla voglia di fare fantascienza, di mettersi dentro un genere letterario con le sue regole, le sue situazioni tipiche, come la Terra devastata da un’apocalisse, e quando ci sono regole viene voglia di trasgredirle e cambiarle. Questo è il vantaggio dei generi, che li si può sovvertire, inventare di nuovo. La fantascienza mi è sempre piaciuta molto, la leggo di pari passo e con lo stesso piacere della divulgazione scientifica; leggo come fossero romanzi i dizionari di chimica, di astronomia, di scienze; ne ho poi utilizzato tante informazioni. La tecnologia con droni e robot domina il mondo degli umani ma è impotente contro se stessa, mentre i «servitori viventi», che non lavorano, si ingozzano di cibo. Che cosa ci insegna tutto questo? Non voglio insegnare niente con questo romanzo, non è un saggio o una tesi di futurologia, sono avventure in un mondo immaginario, che certamente ha radici nel nostro mondo attuale: ad esempio, sembra che l’ideale del tempo nostro sia andare in pensione più presto possibile, quando è così bello fare un bel lavoro; in una società che realizzi ciò radicalmente, l’uomo non lavorerà neppure, e diventerebbe una specie di grassa larva capace solo di cibarsi e dedicarsi a stupidi hobby. Nel romanzo il deficit intellettivo appartiene agli uomini e agli automi. Viviamo in una società dove è difficile distinguere intelligenza e capacità? La fantascienza tipica ha sempre immaginato i robot con menti super intelligenti; ma ho pensato che essendo macchine prodotte dall’uomo, avranno gli stessi difetti dell’uomo, cioè si deteriorano, si sovraccaricano di dati, subiscono interferenze, virus come i nostri computer, impazziscono e, soprattutto, sono sempre dei monomaniaci, con un programma da compiere, degli stupidi ossessivi, come tanti di noi umani. Molti critici hanno detto che il suo è un romanzo troppo lungo: che cosa risponde? È un libro di avventure, spesso amorose o erotiche, pure tra robot, droidi ed alieni; che la tecnologia abbia preso il sopravvento fa parte del paesaggio di fondo, è la premessa, non è il punto d’arrivo; se volevo solo dir questo, lo dicevo in una riga, che non sarebbe neppure molto interessante. Ho seguito le vicende dei personaggi che abitano questo mondo, i personaggi si sono moltiplicati, le storie intricate e il libro è cresciuto. Me ne scuso con chi ha poco tempo per leggere, magari aspetti di essere convalescente dall’influenza: quello è il momento migliore per leggere i libri voluminosi. La sua ironia è sottile: è un’arma per prendere la vita più leggermente? Se è per questo, si può anche andare a ballare, cantare in un coro, fare equitazione, giocare a golf, fare ricamo con l’uncinetto, le parole crociate. Di modi ce ne sono tantissimi, anche vedere un bel film di Woody Allen, che spesso è ironico o comico. Ma in fondo credo che ironia e comicità siano più istruttive, acute e profonde di tante altre forme di espressione; tra l’altro la cultura italiana ha prodotto in questo campo le cose più belle, dal Decameron all’Orlando Furioso, alla commedia italiana nel cinema. Nella cinquina del Campiello è con autori più giovani: che cosa le hanno trasmesso, che differenze ha notato? Beh, con le persone con cui si condivide una piccola avventura dopo un po’ si familiarizza, si scherza, anche sui premi, e questo è bello. Certo, ognuno ha scritto libri profondamente diversi, è come fossimo animali di specie diversa imbarcati sulla stessa zattera, un rinoceronte, un canguro, un koala... difficile poi paragonarli e dire qual è più bello. •