Calatrava «salva»
gli edifici fascisti
«Guai a demolirli»

L’archistar Santiago Calatrava
L’archistar Santiago Calatrava
Daniela Giammusso07.11.2017

Santiago Calatrava, l’archistar della Città delle Arti di Valencia, dell’Oculus di New York, del Turning Torso (l’ambizioso grattacielo «in torsione» in Svezia), ma anche del controverso Ponte della Costituzione a Venezia o dell’incompiuta Città della sport a Roma, è un personaggio a tutto tondo. Architetto, ingegnere ma anche ceramista, scenografo, pittore, scultore, Calatrava racconta la sua idea di architettura a partire da Roma e dalle sue meraviglie. «Roma mi ha dato tanto. Non c’è posto dove io abbia imparato di più. San Giovanni in Laterano e la Cappella Sistina, dove l’architettura accompagna la pittura, e il Giudizio Universale di Michelangelo, dove sono i personaggi che guardano noi, non il contrario.

«Un artista in un quadro può dire cose con grande evidenza e chiarezza, come un poeta. Accade anche con il lavoro, modesto, di un architetto. L’architettura dipende dalle membra dell’uomo. È un contatto intimo con gli spazi che sono a nostra misura, proprio come i vestiti».

Alla base, rivela, «c’è la replicazione dell’angolo tra pollice e mano: lo strumento di lavoro dell’architetto è l’occhio, per vedere, giudicare la misura giusta».

E poi il Pantheon da cui viene l’idea del taglio di luce nell’Oculus a New York, «luogo pensato come inno alla vita, tutto in acciaio e marmo bianco del Nord d’Italia», dove «l’11 settembre un raggio di luce entra dal tetto esattamente negli 8 minuti in cui crollò la seconda Twin Tower». E poi la Chiesa ortodossa di S. Nicholas, sempre a Ground Zero, in cui in qualche modo ricorre il Tempio di San Pietro in Montorio di Bramante, che grazie al marmo bianco translucido «sarà luminoso come un faro nella notte. Con un edificio si può parlare a coloro che vivono con te, ma anche tramandare a chi verrà dopo. L’architettura è consapevole che le opere ci sopravvivono e restano testimoni di noi e del nostro tempo. Anche gli angoli più scialbi e anonimi. È una grande responsabilità».

Calatrava risponde poi alla polemica del New Yorker: «Eliminare gli edifici fascisti a Roma? Sbagliato. Penso al palazzo delle Poste di Adalberto Libera a Testaccio, un capolavoro della memoria. O all’edificio a cubo all’Eur. Sono stati progettati da bravissimi architetti. Guai a buttarli giù». Poi a sorpresa, rivela di vivere in una casa non sua. «Volevo costruirne una nel luogo dove andiamo in vacanza», confessa. «Ma i miei compagni architetti me l’hanno bocciata. E non ho avuto più coraggio di tornarci su». Ma esiste un edificio impossibile da progettare? «No. Con il mio lavoro ho cercato di dare un senso sopraelevato a stazioni e ponti, che invece possono essere molto rozzi. Ma più di tutto credo ci sia tanto da fare per gli ospedali. Sono i luoghi dove si nasce e dove si muore e invece spesso sono posti bruttissimi».

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