STREGONI E FILOSOFI

La copertina del libro di Eilenberger, pubblicato da Feltrinelli
La copertina del libro di Eilenberger, pubblicato da Feltrinelli
Paolo Vidali 23.08.2018

Ha un pessimo titolo e un improbabile mare in tempesta come copertina, ma è un libro straordinario. Scritto da Wolfram Eilenberger, «Il tempo degli stregoni. 1919-1929 Le vite straordinarie di quattro filosofi e l’ultima rivoluzione del pensiero», (Feltrinelli, pp. 416, 25 euro), intreccia le vite di Wittgenstein, Heidegger, Benjamin e Cassirer con la trama dei loro pensieri in formazione, sullo sfondo di una Germania incerta, tra crisi economica, spinte razziste e fragile democrazia. Con un ritmo da giallista Eilenberger insegue vicende esistenziali - ora alte, ora basse, mai banali - con il richiamo a filosofie in gestazione. Indizi, assonanze, incontri, teorie si intrecciano in uno spazio a quattro dimensioni, disegnando quella che viene definita l’ultima rivoluzione del pensiero. Quale? E perché loro? E perché allora? Una prima ipotesi si chiama linguaggio. Tutti i quattro pensatori, in modo diverso, hanno coltivato un’ossessiva attenzione al suo ruolo, quasi fosse il solo accesso rimasto ad una comprensione profonda se non della realtà, almeno di noi stessi. In questo inaugurano, anche se non da soli, quella «svolta linguistica» che caratterizza tutto il Novecento filosofico. Eppure, resta un dubbio. Se non fosse solo il linguaggio a fare di quei dieci anni e di quei quattro filosofi gli artefici di un cambiamento radicale? Se ci fosse dell’altro? Leggendo il libro, è che la rivoluzione si chiami limite». Per Ludwig Wittgenstein il limite è dato dal fatto che solo alcune delle nostre frasi sono sensate, cioè in un possibile rapporto con la realtà, da cui derivano la loro verità o falsità. I limiti del linguaggio, per Wittgenstein, sono i limiti del nostro mondo. Ma come possiamo parlarne? Come stabilire i confini del linguaggio, e del mondo? Come sapere se c’è altro oltre quel limite? E’ impossibile. Per Martin Heidegger l’uomo è radice e progetto, condizionamento e prospettiva. Vive il possibile come sua condizione esistenziale, eppure ciò che sa con certezza è che questa possibilità, con la morte, può cessare. L’uomo incontra il mondo sempre entro un progetto e per questo è costantemente condizionato nelle sue precomprensioni. E’ proteso e contemporaneamente limitato dal possibile. Eppure solo accettando questa tensione incontra la propria autenticità. Ernst Cassirer sembra il solo pensatore fiducioso nella ragione. Installato nell’ambiente accademico di Amburgo è il riferimento culturale di una Germania alla ricerca di redenzione postbellica. Per lui l’uomo è un costruttore di simboli. Eppure proprio in questo sta il limite di un sapere vasto ma mai concluso, certo. Il linguaggio – sia esso scientifico, artistico, mitico - incontra la realtà ma non la lascia intatta: la restituisce arricchita, formata, strutturata. Ma cosa è quella realtà se sono le nostre diverse strutture a informarla? Infine c’è Walter Benjamin, l’irrisolto, il vagabondo, geniale e incompreso. Il suo enciclopedismo lo trascina verso i segni più marginali, i labirinti, la celebrazione dell’attimo, l’eccesso come vero sentire. Per Eilenberger, Benjamin rappresenta non solo l’inquietudine di un secolo, ma la stessa repubblica tedesca. Vero uomo-Weimar, Benjamin rifugge l’equilibrio, alla ricerca delle zone estreme del pensiero e dell’esistenza. Cerca una sistemazione, anche professionale, sapendo che tutto in lui la rifugge. Quattro pensatori diversi, per indole e stile, eppure accomunati dall’evidenza di un limite: non esiste un fondamento. Non lo è la realtà, nemmeno quella indagata dalle scienze, non lo è l’essere, non lo è Dio. Cerchiamo il sapere, il senso ultimo, il valore perenne di un ideale, eppure ci ritroviamo stretti nelle angustie di un limite, di una prospettiva, di una visione relativa. La rivoluzione della filosofia del Novecento è tutta qui: l’assoluto che cerchiamo non è raggiungibile. Forse non esiste nemmeno. Eppure, continuiamo a cercarlo, nel limite dei nostri punti di vista finiti. Continuare a cercare una verità sapendo che è impossibile raggiungerla, ecco il paradosso della filosofia contemporanea. Che poi è il paradosso stesso della «filo-sofia», senza aggettivi. Siamo orfani di un fondamento, eppure viviamo, scegliamo, decidiamo. Studiamo il linguaggio per scoprire un accesso a qualche parziale verità, una correzione alle nostre domande sbagliate, una risposta al nostro bisogno di sapere. Come vivessimo in una stanza chiusa, avvertiamo il bisogno di sapere cosa si nasconde al di là della parete, ma non possiamo accedervi. Così costruiamo ipotesi, inventiamo racconti, cerchiamo tragitti, indichiamo rotte. Forse navighiamo, assecondando le correnti e il vento, cercando un porto sicuro senza la certezza che esista. Eppure andiamo avanti. •