RIBELLIONE
AL FEMMINILE

Ragazze iraniane durante una manifestazione per i diritti civili
Ragazze iraniane durante una manifestazione per i diritti civili
Luciana Borsatti08.11.2017

Una giovane donna che vuole sposare un uomo di ceto e livello culturale inferiore, nell'Iran del dopo-rivoluzione. E la sua anziana zia che ha fatto la stessa caparbia scelta nella Persia negli anni Venti del Novecento, quando l'ascesca di Reza Shah Pahlavi pose fine alla dinastia Qajar. E' un romanzo di sentimenti, ma anche un piccolo affresco storico e sociale di una Persia ormai perduta, e osservata nella sua dimensione più privata, il romanzo edito da Brioschi nella nuova collana «Gli altri» - collana aperta da alcuni titoli della narrativa iraniana contemporanea ma che presto dovrebbe ospitare anche opere di altri popoli.

«La scelta di Sudabeh» (Brioschi Editore, pp. 462, 18 euro, traduzione di Anna Vanzan) è uno di quei romanzi che si leggono tutti d'un fiato, sorretto da un agile ritmo narrativo e una sapiente scrittura. Vi prendono vita una società iraniana in cui sono molto marcate le differenze di classe e ben salda è anche la famiglia tradizionale, dove la ribellione del singolo all'autorità paterna si paga con un doloroso e definitivo allontanamento. Quella famiglia tradizionale sulla cui tenuta oggi si interrogano cineasti e scrittori iraniani, dal due volte premio Oscar Asghar Fahradi alla giovane Nasim Marashi, autrice dell'ultimo nato dalle Edizioni Ponte 33, anch'esse specializzate in opere in persiano, «L'autunno è l'ultima stagione dell'anno» (ne scriviamo a fianco). Ma nel romanzo di Fattaneh Haj Seyed Javadi, uscito 22 anni fa e da allora giunto a ben 56 edizioni in Iran - mentre della traduzione tedesca se ne contano nove - il ritratto d'epoca si alimenta degli aneliti, delle ingenuità e degli slanci giovanili di una 15enne tanto forte da ribellarsi alla famiglia ed alle regole del suo ceto, ma ben presto destinata a scivolare negli inferi dell'incomprensione e dell'incomunicabilità nell'ambiente più modesto e incolto in cui si ritrova a vivere. Perché la meschinità umana alberga in tutte le classi sociali, ma in quelle più disagiate è più difficile da contrastare, e per una donna come lei può trasformarsi in una prigione.

E infatti in una sorta di prigione familiare la giovane Mahbubeh finisce, una trappola sociale dove la donna vale per quanti figli riesce a sfornare, e le maternità servono anche a stroncare ogni tentativo di ribellione o di autoaffermazione. Mentre la possibilità per l'uomo di avere anche una seconda moglie - realtà ancora diffusa nell'Iran dell'epoca, ma interpretata nel libro con ritegno e riserbo dal padre «colto» della protagonista e con sfrontatezza ricattatoria dal suo rozzo marito - è percepita come una fatalità dolorosa e inevitabile dalla giovane donna, capace tuttavia di una discreta e sommessa solidarietà femminile.

Nell'Iran di oggi «non vedo più donne così», ha detto l'autrice Javadi nel corso di una recente presentazione al Maxxi di Roma, «che passano da una casa all'altra con matrimoni voluti dai genitori. Le ragazze di oggi non devono più avere paura e possono decidere se avere o meno un figlio con il proprio compagno. Sono più forti e hanno successo, anche se hanno ancora interessi per i sentimenti». E sono brave, conclude, anche le giovani, nuove scrittrici iraniane. Il libro è stato primo finalista all'ultima edizione del Premio Internazionale Città di Como.

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