Quel falso Messia che sconvolse gli ebrei di Goraj

Franco Bottacini 29.08.2018

A metà del ’600, nell’epoca in cui più che in ogni altra gli ebrei aspettano con fede tenace il Messia, a Goraj, un paese della Polonia nella provincia di Lublino, abitato in maggioranza da ebrei che vivono di piccoli commerci con i villaggi vicini, si diffonde la voce che un uomo sovrannaturale, Shabbatay Tzevi, ebreo di Smirne, avrebbe liberato dall’esilio il popolo d’Israele, portandolo in Terra Santa avvolto in una nube. Tzevi si rivelerà invece un falso messia, un satana venuto a seminare zizzania all’interno della comunità ebraica. Per conquistare l’ascesa alla salvezza, predicava che si dovesse conoscere prima la profondità degli inferi, che occorresse impetacchiarsi della nera pece del peccato; solo allora sarebbe stata riconosciuta la piena gloria dell’Onnipotente che avrebbe finalmente salvato le anime peccatrici. E così la gente di Goraj, «la città nascosta tra le colline in capo al mondo», si abbandona a ogni sregolatezza sfidando le leggi divine, convinta di trovare nel peccato la grazia. Qui a Goraj, in questo sperduto angolo, Isaac Bashevis Singer (1904-1991), premio Nobel per la letteratura nel 1978, affonda la radice del suo primo romanzo, pubblicato a puntate su una rivista yiddish di Varsavia e ora proposto da Adelphi nella traduzione di Adriana Dell’Orto (pp. 182, 18 euro). Singer comincia a pubblicare questa storia di fede e follia nel ’33, in concomitanza con l’ascesa di Hitler: l’accostamento tra il fondatore del nazismo e Satana diventa spontaneo. Il pogrom dei cosacchi dell’atamano ucraino Chmel’nitskij che in una recente invasione avevano massacrato centomila ebrei polacchi, «scorticando vivi gli uomini, sgozzando i bambini, violando le donne per poi squarciane i ventri e cucirvi dentro gatti vivi», erano in realtà «le doglie che annunciavano la nascita del Messia». Con la suggestione della gente così stimolata, il folle predicatore Shabbatay Tzevi e i suoi seguaci si trovano il compito facilitato nell’indurre al peccato e alla depravazione gli ebrei. Arrivano perfino a far ingravidare... dal divino degli inferi Rechele, la profetessa, perché «il Profano si celava chissà dove, in uno punto remoto delle tenebre, profondo come una grotta. A volte parlava pianissimo, quasi senza voce. Nascosto e velato, era chiuso in un qualche bozzolo o ragnatela. Spesso mutava forma... A volte tutto ciò che Rechele riusciva a vedere era una bocca spalancata... Il Profano... diceva cose oscene. Allora la sua voce rimbombava dal pozzo, o dalla caverna, in cui si teneva nascosto. Maledicendo e bestemmiando, urlava i nomi degli angeli e dei santi: un fiume di sconcezze usciva dalle sue labbra; scherzava e celiava senza fine, inducendo Rechele al riso, benché lei sapesse che era peccato». Dal fondo del pozzo nero però il popolo di Goraj, pur oppresso dalla carestia, troverà il coraggio e la forza di ribellarsi a Satana, emergere dalle tenebre del peccato e riconciliarsi con Dio. Quanto alla forma e al linguaggio di Singer, illuminanti sono alcuni passaggi della prefazione di Jacob Sloan, traduttore dallo yiddish nel 1955 della prima edizione negli Usa: «L’atmosfera di questo romanzo è medioevale; lo stile classico, a volte perfino arcaico; la struttura epica; il tono del narratore è distaccato; le immagini sono quanto mai precise e insieme evocatrici». •