Quei versi «scalzi» di Brusa
dove la luce incontra il dolore

Arnaldo Ederle05.11.2017

Un libretto che è prima di tutto un saggio di ottima scrittura, un’osservazione indispensabile se pensiamo che in poesia è un tratto assolutamente necessario a dare ai contenuti il loro giusto valore, poiché in questa disciplina il materiale d’uso è parte integrante della sua definitiva forma.

Infatti «La vita scalza» (Stampa Ed. pp. 62, 11 euro), prima ancora d’essere un sensibile resoconto di dati essenziali della vita d’un uomo, è una trasposizione quasi perfetta della sua essenzialità.

Ed è anche l’ultima raccolta di Maurizio Brusa, il poeta imolese scomparso a fine settembre, a 66 anni, a poche settimane dalla morte del padre Omero. Brusa è stato fra i protagonisti di una stagione poetica che non è possibile racchiudere nei limitati ambiti della sua terra di origine, la Romagna, ma deve essere analizzata in un’ottica nazionale. Poeta schivo, vive a distanza i sommovimenti del ’68, ma la sua vocazione alla riflessione culturale lo porta da un lato a diventare raffinato traduttore di testi dal francese, anche per Mondadori, e dall’altro ad approfondire con il verso quel disagio che segna la letteratura del ’900. Autore di numerose raccolte poetiche, debuttò con Guanda e venne inserito da Einaudi nel volume sul Neorealismo nella poesia italiana.

Anche nella sua ultima raccolta Brusa affronta il tema del dolore, dando parola ai suoi personaggi e ai suoi paesaggi spirituali pregni della sua intensa sensibilità.

«Questo freddo così feroce/ lo ricordo adesso/ (quando ero sbranato dal tuo ventre)/ mentre hai detto vado/ senza chiudere la porta»): di queste intrusioni intime ce n’è più d’una, e danno al dettato una sua identità e lo fanno quasi sembrare, come in effetti è, un monologo. («Guarda fuori./ Il senso costringe ogni cosa al dolore»): una silloge, come sostiene Maurizio Cucchi, nella quale «l’autenticità del disagio e del dolore ci coinvolgono grazie all’onesta traccia e alla naturale grazia di una poesia sempre gentile, ma profonda e necessaria».

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