OTTOBRE
RUSSO

Trockji con Lenin e Kamenev: i protagonisti della Rivoluzione russaL’assalto al Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo
Trockji con Lenin e Kamenev: i protagonisti della Rivoluzione russaL’assalto al Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo
Stefano Biguzzi07.11.2017

I dieci giorni che sconvolsero il mondo li avrebbe definiti un testimone in prima linea, il giornalista americano John Reed, e in effetti, ripensando a un secolo di distanza alle conseguenze degli eventi maturati in Russia a fine ottobre del 1917 e culminati il 26 (7 novembre per il nostro calendario) nella presa del potere da parte dei Bolscevichi, non si può certo dargli torto.

Quella passata alla storia come la Rivoluzione d’Ottobre affondava le sue radici nel secolare carico di ingiustizie e sopraffazioni su cui era costruito l’impero degli Zar, uno stato autocratico sopravvissuto a sé stesso, gigante dai piedi d’argilla, senza sapersi dotare di strumenti idonei ad affrontare le sfide della modernità. Approdata con la nascita della Duma a un fragile abbozzo di parlamentarismo solo dopo la rivoluzione scoppiata nel 1905, alla vigilia della sconfitta nella guerra contro il Giappone, la Russia era comunque restata sotto il giogo di un regime che continuava a soffocare con spietata pervicacia qualsiasi opposizione e a ricorrere ai massacri dei pogrom antisemiti come valvola di sfogo per le tensioni sociali, il tutto nella totale incapacità di coniugare sviluppo economico e progresso civile.

Questa miscela esplosiva, unita alla cronica debolezza di Nicola II e sottoposta alla pressione di una guerra in cui l’esercito russo avrebbe perso tre milioni e mezzo di uomini, deflagrò nel febbraio 1917 in un moto insurrezionale che l’azione comune di soldati, scioperanti e popolo riuniti in consigli, i Soviet, tradusse, sono parole di Trockij, nell’«offensiva decisiva contro l’assolutismo». I governi rivoluzionari nati dopo l’abdicazione dello Zar avrebbero accolto un’ampia gamma di posizioni politiche, dai liberali ai socialisti.

Il 3 aprile però, sul famoso vagone piombato «sponsorizzato» dai tedeschi ansiosi di far uscire la Russia dalla guerra, ritornava dall’esilio svizzero un leader con le idee molto chiare sulla necessità di imprimere un’accelerazione che abbattesse la democrazia borghese dando alla rivoluzione una definitiva impronta proletaria. L’arrivo di Lenin nella capitale San Pietroburgo, ribattezzata Pietrogrado per mondarla da quel «burg» di sapore teutonico, è il vero punto di svolta da cui prende avvio quest’epopea che sembra uscita dalla penna di un romanziere. Il capo indiscusso dei bolscevichi, con il contributo decisivo del carisma e del genio militare di Trockij, già distintosi nel 1905 alla guida di un Soviet, da il via ad un’azione mirata a realizzare le «tesi d’aprile» facendo cadere il governo Kerenskij, chiudendo il capitolo guerra e instaurando la dittatura del proletariato.

Sono mesi convulsi in cui si succedono la disastrosa offensiva di giugno infrantasi contro le armate del Kaiser, la fallita insurrezione bolscevica di luglio, la fuga di Lenin in Finlandia e il colpo di stato militare del generale Kornilov, battuto in settembre dalla compatta risposta delle masse operaie; masse però determinate a difendere la rivoluzione, non la Duma di Kerenskij né la sua volontà di continuare la guerra.

A ottobre i tempi sono maturi e i bolscevichi, che per i meriti nella sconfitta di Kornilov hanno riacquistato libertà di movimento, sono pronti per una nuova azione di forza. Lenin, rientrato in Russia e ancora braccato dalla polizia, intuisce che un’occasione così non si ripresenterà più e rilanciando lo slogan «tutto il potere ai Soviet» delinea il piano dell’insurrezione. Il comitato militare rivoluzionario, nato il 16, si muove il 21. Il 22 viene conquistata senza colpo ferire la fortezza Pietro e Paolo, arsenale della città, e nei giorni seguenti la fraternizzazione tra soldati e insorti si traduce nell’occupazione degli edifici pubblici.

Il 24, mentre Lenin prende il comando delle operazioni raggiungendo in incognito l’istituto Smol’nyj, sede del comando rivoluzionario, Kerenskij e i suoi attendono invano il soccorso dei reggimenti cosacchi. Alle dieci di mattina del 25 il primo ministro abbandona la capitale mentre il comitato rivoluzionario annuncia a «tutti i cittadini russi» che il «governo provvisorio è stato abbattuto» e che «il potere è passato nelle mani dell’organo del Soviet dei rappresentati degli operai e dei soldati».

Alle ventuno, un colpo di cannone sparato dall’incrociatore «Aurora» (lo stesso che aveva portato i primi soccorsi ai terremotati di Messina nel 1909) da il segnale per l’atto finale, l’assalto al Palazzo d’Inverno, sede del governo. Alle due di mattina del 26 le armi tacciono mentre nei corridoi echeggiano i passi del manipolo di guardie rosse che va ad arrestare i tredici ministri di Kerenskij. Nella tarda serata di quel giorno si riunisce il secondo congresso panrusso dei Soviet con 390 delegati bolscevichi su 650. Approvati i decreti sull’uscita dalla guerra e sulla collettivizzazione delle terre, viene eletto il primo governo sovietico, il «Consiglio dei Commissari del Popolo»; a guidarlo c’è quello che, come tutti i grandi personaggi della storia, aveva saputo essere l’uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto: Lenin, al secolo Vladimir Il’ič Ul’janov.

Elaborato cinquant’anni prima da Marx come modello per società ad alto tasso di sviluppo economico e civile, una su tutte l’Inghilterra, il comunismo si avviava così a venire realizzato in una realtà completamente agli antipodi, arretrata, priva di un maturo senso di cittadinanza, schiacciata da un’atavica mole di problemi irrisolti, inguaribilmente e a tutt’oggi ammalata di autocrazia e, non ultimo, fatalmente condizionata dalla violentissima pressione controrivoluzionaria scatenatasi contro l’esperimento sovietico.

Gli esiti di questa antinomia sono noti, e il fatto che la conquista del Palazzo d’Inverno sia avvenuta con un modesto spargimento di sangue, sei morti e trenta feriti, assume il sapore di un beffardo paradosso se si pensa al regime totalitario che lì muoveva i suoi primi passi e ai milioni di vite che avrebbe divorato.

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