Le tribù siberiane ci danno una lezione di etica venatoria

Franco Bottacini 02.09.2018

Per l’uomo antico la caccia è tecnica e magia insieme, anzi prevale il rito, perché l’uomo è inferiore all’animale, se pure in possesso di maggior intelligenza e strumenti atti alla caccia; l’animale infatti ha dalla sua le forze sovrannaturali pronte a intervenire in sua difesa. Un confronto impari. Oltre che ben equipaggiato, addestrato, coraggioso, dunque, il cacciatore deve soprattutto cercare attraverso riti propiziatori (offerte, preghiere, purificazioni) di guadagnarsi la benevolenza delle forze della natura in modo da poter catturare l’animale che serve al suo sostentamento. Una questione di vita o di morte, uno scontro tra l’uomo e le potenze invisibili che governano la natura, le distese di ghiaccio, i laghi le foreste dove vivono gli animali. Una questione di etica venatoria e rispetto; niente a che fare con la caccia moderna. La studiosa francese Eveline Lot-Falck (1918-1974) ha dedicato la vita alla conoscenza dei popoli artici. Ha diretto il dipartimento dell’Artide al Musée de l’Homme di Parigi e tenuto la cattedra di religioni dell’Asia settentrionale all’Ecole Pratique des Hautes Etudes. Un suo saggio, del 1953, «I riti di caccia dei popoli siberiani», viene ora riproposto da Adelphi (pp. 227, 30 euro). L’arte della caccia esige preparazione e coraggio. L’uomo affronta gli animali e la natura che li ospita con sacrale rispetto e una sorta di senso di colpa, perché è cosciente di andare a incidere su un equilibrio da cui deriva la stessa sua esistenza. L’uomo non ucciderà più selvaggina di quella necessaria al suo sostentamento. Il cacciatore in terra o in mare «deve trovarsi in uno stato di grazia, come il sacerdote che si accosta al sacrificio». «Dietro l’animale il cacciatore scorge una serie di forze soprannaturali pronte a intervenire contro la sua irruzione nel loro dominio. I ruoli sono invertiti: l’uomo, inerme, si batte in condizioni di inferiorità contro un avversario più grande di lui. Affronta un guerriero le cui doti non sono affatto inferiori alle sue, protetto da potenze superiori e che deve acconsentire alla propria uccisione. Se dovesse confidare nelle sole sue forze, l’uomo non oserebbe nulla. Di per sé stesso, egli non esiste». Conclusa la caccia dell’animale «che si è offerto all’uomo», si procede alla giustificazione dell’uccisione e alla spartizione della preda, si fanno le offerte di ringraziamento, si procede con i riti della dissacrazione e della riconciliazione con la vittima, le si rende onore, si proclama la sua resurrezione, si provvede alla conservazione delle sue parti e al sacrificio di crani e ossa lunghe. Il saggio studia lo sciamanesimo, spiega gli antichi e moderni rituali della caccia delle popolazioni siberiane (cui qualche tribù si dedica tutt’ora) e li confronta con i costumi di altre popolazioni (la purificazione prima della caccia, i riti propiziatori e magici, i preparativi, le preghiere, i sacrifici, le offerte, gli amuleti, i tabù alimentari, i rapporti con gli spiriti e le divinità), individuandone analogie e differenze. Basandosi proprio sul rigore scientifico dello studio, nel suo lavoro Eveline Lot-Falck lancia un monito, la caccia torni a essere un rito, non una esibizione da tirassegno: «Cacciare per divertimento è incomprensibile e criminale». Una lezione di etica venatoria e su come comportarci nel rapporto con la natura ci arriva ancora una volta dalle tribù pagane. •