Gibran, le parole che riassumono il senso della vita

Franco Bottacini 26.08.2018

«Il Profeta» di Kahlil Gibran, pubblicato nel 1923 ma frutto di oltre 20 anni di «lenta stratificazione», avrebbe dovuto essere il primo componimento di una trilogia, mai ultimata. Fu subito un successo che fece conoscere l’autore in tutto il mondo. Ora le riflessioni mistico filosofiche sull’essenza umana del grande poeta libanese (1883-1931) vengono proposte per una rilettura dalla nuova traduzione di Paolo Ruffilli per la Biblioteca dei Leoni (pp. 110, 12 euro). Cresciuto secondo la religione cristiano maronita in un Paese come il Libano, incrocio di razze, culture e religioni, nell’opera di Gibran si individuano radici che traggono ispirazione da testi di fede come la Bibbia e il Corano, e anche da opere della cultura laica, come il Zarathustra di Nietzsche. Ne risulta un prodotto contaminato sia dalla cultura cristiana che dal romanticismo europeo. «La natura stessa delle fonti», scrive Ruffilli, «testimonia l’esigenza di Gibran di far ricorso alla profezia per dar voce al corpo della sua utopia, nella chiave di una ispirazione alta e addirittura superiore, ma riportata il più possibile al grado medio colloquiale in virtù anche di tutta una serie di immagini e similitudini del mondo della natura alla maniera lussureggiante dei cantici biblici». Il protagonista del componimento poetico è Almustafà, il Prediletto (uno degli appellativi di Maometto). Almustafà aspetta a Orfalese per 12 anni la nave che deve riportarlo «all’isola nativa» e parla per bocca di Dio alla gente che gli chiede di rimanere. Fuor di metafora, Orfalese è New York, dove Gibran ha trascorso 12 anni da egli stesso definiti «di esilio». Così nel poema si rintracciano altre allegorie: la sacerdotessa «che per prima lo cercò e credette in lui» è la sua mecenate e ispiratrice Mary Haskell. A coloro che assistono alla sua partenza Gibran-Almustafà parla del «segreto più profondo» (…) «che avvolge gli uomini e la loro presenza misteriosa sulla terra». Nell’opera, come scrive Ruffilli, «il Prediletto parla con uguale attenzione e partecipazione tanto dei grandi temi come l’amore, la gioia e il dolore, la conoscenza, il bene e il male, la bellezza, la morte, quanto agli aspetti più immediati e concreti della vita quotidiana». Il profeta risponde dunque ai quesiti che la gente gli pone in attesa della nave. I suoi pensieri riflettono i grandi temi del mistero umano, ma riguardano anche le cose materiali che abbiamo sottomano ogni giorno; perché la vita umana è fatta di tutto questo: spirito e materia, anima e necessità pratiche plasmano l’essenza dell’uomo. Per tutti gli argomenti proposti il Profeta risponde con immagini nitide illuminanti e penetranti come folgori. È precisa e profonda anche l’analisi di Ruffilli, e fruga nelle più profonde pieghe dei versi di Gibran e ne fa emergere le diverse anime e l’inesauribile fonte di riflessioni sull’essenza umana. Alla veggente Almitra, Almustafà parla dell’amore e del matrimonio, a un’altra donna con un bimbo in braccio risponde sui figli. Il pubblico gli sottopone altri temi: un ricco signore gli chiede di parlare della Carità, poi via arrivano domande su il mangiare e il bere, il lavoro, la gioia e il dolore, i vestiti, il commercio, delitto e castigo. E con una lunga, struggente dissertazione sull’addio al mondo si chiudono le argomentazioni del sapiente oracolo. •