LE 4 VIRTÙ
DEL PAPA
BRESCIANO

Monsignor Pierantonio Tremolada a Concesio davanti al ritratto di Giovanni Battista Montini, Papa Paolo VI
Monsignor Pierantonio Tremolada a Concesio davanti al ritratto di Giovanni Battista Montini, Papa Paolo VI
04.11.2017

Il nuovo vescovo della Diocesi di Brescia, monsignor Pierantonio Tremolada, ha reso omaggio ieri alla memoria del Papa bresciano dapprima visitando la sua casa natale a Concesio e poi celebrando una messa nella sede dell’Istituto Paolo VI. Di seguito una sintesi dell’omelia.

Pierantonio Tremolada

VESCOVO DI BRESCIA

Sono davvero felice di celebrare questa Eucaristia qui a Concesio, il paese natale di Paolo VI, e di farlo con voi, che di questo paese siete gli abitanti attuali, in qualche modo eredi e custodi privilegiati della sua memoria. L’I- stituto Paolo VI è l’espressione più tangibile e prestigiosa del desiderio vostro e dell’in- tera diocesi di conservare vivo questo ricordo. Sin dal primo momento del mio ingresso a Brescia ho desiderato compiere questa visita, come segno di affetto nei confronti di questa amata comunità e di venerazione del grande pontefice bresciano che qui ha aperto gli occhi alla vita.

Nella celebrazione eucaristica, la Parola di Dio ci raggiunge sempre attraverso la sante scritture (...). Ma noi vorremmo metterci in ascolto anche di un’altra Parola, che viene ugualmente da Dio e ci tocca nel profondo. Essa ci raggiunge come una testimonianza di vita e prende la forma precisa di un volto e di un nome che ci sono diventati cari: quelli di Giovanni Battista Montini. Su di lui vorremmo fissare insieme lo sguardo (...) e lo facciamo con la fierezza di chi può dire che si sta parlando di un figlio della propria terra, di un amico, di un concittadino, di un uomo rimasto sempre affezionato alla sua Chiesa d’origine e alla sua gente. Vorrei allora condividere con voi quanto io stesso ho potuto comprendere e apprezzare di questa testimonianza e rendervi partecipi delle ragioni che mi hanno portato a coltivare una sincera riconoscenza a Dio per la persona e il magistero di Paolo VI. Lo farò mettendo in evidenza le 4 caratteristiche della sua personalità che più mi hanno colpito, facendole emergere in particolare dal testo del suo Testamento Spirituale. Esse sono: la fede in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo, l’umiltà, l’amore per la Chiesa, il rapporto con la modernità.

Anzitutto la fede. Ecco come prende avvio il suo Testamento: «Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara; e perciò con umile e serena fiducia. Avverto la verità che per me si è sempre riflessa sulla vita presente da questo mistero, e benedico il vincitore della morte per averne fugate le tenebre e svelata la luce». La fede in Dio fu per Paolo VI il fondamento di tutto. Nel discorso memorabile pronunciato all’Onu il 4 ottobre 1965 disse: «L’edificio della moderna civiltà deve reggersi su principi spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo. E perché tali siano questi indispensabili principi di superiore sapienza, essi non possono non fondarsi sulla fede in Dio». Alla sera della sua vita la fede si fa speranza. Il pensiero alla morte è accompagnato da una serena fiducia perché una luce amica indirizza il suo sguardo. È la luce del Cristo morto e risorto, il Signore della gloria che egli ha amato per tutti i giorni della sua vita. Così aveva parlato nel suo storico viaggio a Manila: «Cristo- sì, io sento la necessità di annunciarlo, non posso tacerlo! - è il rivelatore di Dio invisibile, è il primogenito di ogni creatura, è il fondamento di ogni cosa; è il Maestro dell’umanità, è il Redentore… Egli è il centro della storia e del mondo; colui che ci conosce e ci ama; il compagno e l’amico della nostra vita; è l’uomo del dolore e della speranza» (Manila, 27 novembre 1970). -

Ricordando queste parole alla delegazione bresciana nel 50° anniversario della elezione di Paolo VI al pontificato, Papa Francesco commentò: «Queste parole appassionate sono parole grandi. Ma io vi confido una cosa: questo discorso a Manila, ma anche quello a Nazareth, sono stati per me una forza spirituale, mi hanno fatto tanto bene nella vita. E io torno a questo discorso, torno e ritorno, perché mi fa bene sentire questa parola di Paolo VI oggi».

Dallo stesso Figlio di Dio, Papa Montini aveva imparato a conoscere il Padre che è nei cieli e l’esperienza di questa paternità si era trasformata nel vero e proprio approdo della suo cammino di credente. «Il Pater noster – scrive Pasquale Macchi, il suo segretario - fu certo la sua ultima parola, preghiera e testamento a un tempo e messaggio».

La seconda caratteristica che più mi attrae nella testimonianza di Paolo VI è la sua umiltà. Che così traspare dal Testamento: «Guardo con riconoscenza ai rapporti naturali e spirituali che hanno dato origine, assistenza, conforto, significato alla mia umile esistenza: quanti doni, quante cose belle e alte, quanta speranza ho ricevuto in questo mondo…». Umiltà: è stato scritto che probabilmente poche parole caratterizzano, come questa, la persona di Paolo VI. Quando, sul Monte degli Ulivi, nell’Epifania del 1964 avvenne lo storico incontro, gli fu chiesto cosa pensasse di Papa Montini, il Patriarca Atenagora rispose: «Un uomo d’amore». Poi, riprendendosi immediatamente, non per correggersi ma per precisare, aggiunse: «Un uomo umile».

La richiesta di perdono gli sgorgava facilmente dalle labbra, perché egli stesso si sentiva continuamente bisognoso di misericordia. Così sempre nel testamento: «Il pensiero si volge indietro e si allarga d’intorno; e ben so che non sarebbe felice questo commi- ato, se non avesse memoria del perdono da chiedere a quanti avessi offeso, non servito, non abbastanza amato; e del perdono altresì che qualcuno desiderasse da me». (...)

La riservatezza, la discrezione nei rapporti, la ritrosia a mettersi in mostra, la familiarità con i libri e le carte, l’abitudine a lavorare nel nascondimento, tutti questi aspetti della sua potente personalità, uniti a un tratto di timidezza, lo rendevano un uomo dal contatto non spontaneo e immediato. Ma la sua limpida umiltà fu capace di trasformare tutto in signorile benevolenza, in gentile amabilità, in una delicatezza misurata, espressione di un affetto interiormente appassionato e incrollabilmente sincero.

L’amore per la Chiesa è il terzo tratto di Papa Montini che vorrei sottolineare. Non poteva mancare nel Testamento spirituale un ricordo per la Chiesa. Scrive il papa del Concilio: «E sento che la Chiesa mi circonda. O santa Chiesa, una e cattolica ed apostolica, ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto d’amore». E più avanti: «Ancora benedico tutti. Roma specialmente, Milano e Brescia. Alla Terra santa, la terra di Gesù, dove fui pellegrino di fede e di pace, una speciale benedizione. E alla Chiesa, alla dilettissima Chiesa cattolica, all’umanità intera, la mia apostolica benedizione». Quello di Paolo VI per la Chiesa fu un amore profondo e intenso, realmente pastorale e insieme sponsale, sempre accompagnato da una visione della Chiesa capace di coglierne e svelare la dimensione di mistero e insieme la forte carica di umanità. «Chi entra nella Chiesa – disse in uno dei suoi discorsi – entra in un’atmosfera d’amore. Nessuno dica: “Io qui sono forestiero”. Ognuno dica: “Questa è casa mia. Sono nella Chiesa. Sono nella carità. Qui sono amato. Perché sono atteso, sono accolto, sono rispettato, istruito, sono preparato all’incontro che tutto vale: all’incontro con Cristo, via, verità e vita» (13 marzo 1968). I grandi testi magisteriali del suo pontificato, a cominciare dalla Ecclesiam Suam, ma anche le grandi Costituzioni del Concilio Vaticano II portano impresso il sigillo di questo amore appassionato e fedele.

Infine, il rapporto con la modernità, cioè con quel mondo con il quale la Chiesa – secondo Paolo VI – ha il compito irrinunciabile di dialogare nella verità. Risuonano ancora forti e chiari per noi i tre aggettivi con i quali egli qualifica la terra nel suo testamento: «Chiudo gli occhi su questa terra dolorosa, drammatica e magnifica, chiamando ancora una volta su di essa la divina Bontà». Così Papa Montini guardava alla mondo: come a una terra ferita e sofferente, complessa e tormentata, attraversata dai drammi di un’umanità inquieta; ma soprattutto e prima di tutto come a una terra magnifica, come allo scenario grandioso della manifestazione della salvezza, luogo di incontro tra libertà e grazia, tra la misericordia di Dio e fragilità dell’uomo. Da qui la sua convinzione: “L’atteggiamento fondamentale dei cattolici che vogliono convertire il mondo – scriveva – è quello di amarlo. Questo è il genio dell’apostolato: saper amare. Ameremo il nostro tempo, la nostra civiltà, la nostra tecnica, la nostra arte, il nostro sport, il nostro mondo”. Il papa del Concilio era convinto che la Chiesa deve imparare a leggere oltre le apparenze e a mettersi in sintonia con le attese immutabili del cuore dell’uomo. Il mondo ha bisogno – ne era convinto – di uomini e donne che rispondano a queste attese e lo facciano con la testimonianza credibile del Vangelo. Sembra di sentire la sua voce, ferma e accorata, in questo passaggio della Evangelii Nuntiandi: «Il mondo, che nonostante innumerevoli segni di rifiuto di Dio, paradossalmente lo cerca attraverso vie inaspettate e ne sente dolorosamente il bisogno, reclama evangelizzatori che parlino di un Dio che essi conoscano e che sia loro familiare (Evangelii Nuntiandi, 8 dicembre 1975)».

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