CARTA E WEB, SEGNI DI PACE

Andrea Ceccherini, presidente dell’Osservatorio Permanente Giovani - Editori che ha organizzato il convegno di due giorni «Crescere tra le righe» che si è svolto a La Bagnaia (Siena)Il gruppo dei direttori dei giornali americani e dei social network al convegno «Crescere tra le righe»
Andrea Ceccherini, presidente dell’Osservatorio Permanente Giovani - Editori che ha organizzato il convegno di due giorni «Crescere tra le righe» che si è svolto a La Bagnaia (Siena)Il gruppo dei direttori dei giornali americani e dei social network al convegno «Crescere tra le righe»
Michele Cassano 27.05.2018

Michele Cassano BORGO LA BAGNAIA (SIENA) «Sono convinto che ora i protagonisti siano i primi ad aver capito che da soli si va più veloce, ma è solo insieme che si va più lontano». È con queste parole che il Presidente dell’Osservatorio Permanente Giovani – Editori, Andrea Ceccherini, ha chiuso la decima edizione di “Crescere tra le righe”, salendo sul palco con il direttore del Wall Street Journal, Gerard Baker, quello del New York Times, Dean Baquet, quello del Washington Post, Martin Baron, il vice-presidente di Google News, Richard Gingras, il direttore delle Global Content Partnerships News di Twitter, Peter Greenberger, e il direttore dei News Products di Facebook, Alex Hardiman. «Bagnaia voleva essere un’occasione di confronto tra il mondo del publishing e quello dell’hi-tech e così è stata. Anche per questo consideriamo questa edizione, un’edizione riuscita». In mattinata l’atteso incontro tra editori e grandi piattaforme del web. «I player della rete fanno ricavi sfruttando contenuti di altri. Occorre una distribuzione più equa dei guadagni o i nostri editori non ce la faranno più. Non stiamo chiedendo la luna. Anno dopo anno il giornalismo diventa sempre più antieconomico. L’oscurità si farà più impenetrabile e questo ucciderà la democrazie». A lanciare il guanto di sfida nel dibattito più atteso della due giorni del convegno «Crescere tra le righe» è stato il direttore del Wall Street Journal, Gerard Baker. Insieme a lui, a confrontarsi sul futuro dell’editoria, i responsabili news di Facebook, Google e Twitter, oltre ai direttori del New York Times, Dean Baquet, e del Washington Post, Martin Baron. Due mondi che, dopo anni di guerra aperta, hanno avviato la strada del dialogo che ha consentito di trovare nuovi modelli di business, ma che non ha certo risolto tutti i problemi. «Venti anni fa - ha detto Baker - i quotidiani facevano la parte del leone, dovevamo rifiutare le richieste degli inserzionisti. Oggi i player della rete hanno fagocitato gran parte degli introiti pubblicitari». Una tesi respinta da Richard Gingras, vice presidente di Google News. «Dal nostro punto di vista gli editori hanno goduto di tecnologie per la distribuzione dei ricavi pubblicitari che hanno consentito loro di guadagnare 12,7 miliardi di dollari - ha affermato -. Ogni mese da Google partono più di 10 milioni di visite alle pagine degli editori. Sarei cauto sulla richiesta di creare un altro sistema di distribuzione. Come si realizzerebbe tutto ciò? Ci sarà un’istituzione che decide quale è il giornalismo di qualità? Non dobbiamo creare strumenti artificiali». Gingras ha ricordato che, attraverso la collaborazione con gli editori, è stato possibile realizzare un modello che ha consentito di incrementare gli abbonamenti online degli editori. Un modello rivendicato anche da Alex Hardiman, direttore News Products di Facebook. «Dobbiamo cercare strade percorribili - ha affermato -. Vogliamo far funzionare strumenti utili per l’editoria, attraverso lo sviluppo degli abbonamenti e la crescita dei ricavi pubblicitari. Anche per questo spenderemo più di 19 milioni di dollari contro le fake news, per favorire le notizie di qualità. Possiamo finanziare il giornalismo di qualità ma non possiamo farlo con tutti». «Su Twitter - ha aggiunto Peter Greenberger, direttore Global Content Partnerships, News di Twitter - c’è la più grande concentrazione di abbonati di grandi giornali. I nostri utenti sono assetati di notizie. Vogliamo essere un ponte per spingerli verso i siti dei quotidiani, per convertirli in abbonati». A tendere la mano nei confronti dei player della rete è stato Baquet. «I segnali che vediamo dall’aumento degli abbonamenti dimostrano che la gente è disposta a pagare per la qualità. Il mio sogno è far sì che l’informazione di qualità diventi indispensabile». A preoccupare editori, giornalisti e piattaforme online, come emerso dal dibattito moderato dal direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, e de Il Messaggero, Virman Cusenza, è il processo di creazione degli algoritmi che selezionano le notizie di qualità. «C’è un’egemonia intellettuale tra tutti i media che favorisce un punto di vista ideologico specifico - ha avvertito Baker -. Le piattaforme sono americane e liberali e quando applicano il loro algoritmo potrebbero favorire le notizie che rispecchiano la loro visione». E Gingras ha replicato: «Il processo di formazione dell’algoritmo garantisce trasparenza e affidabilità». •

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