Il racconto di certe notti lungo
la statale 11: Ospitaletto,
Castegnato, Mandolossa

Fotografia di www.ilariapoli.com
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02.10.2017

Nel 1995 Luciano Ligabue le mise in musica quelle “certe notti” che noi ragazzi di Paese con gli ormoni esuberanti conoscevamo fi n troppo bene già da vent’anni o giù di lì anche se declinate a modo nostro. Giovani in un Paese dove non c’era proprio niente che non fosse noioso, che eri proprio costretto ad evaderne appena possibile se volevi sentirti vivo. Le diff erenze fra i paesi di provincia e Brescia, allora, erano ancora davvero marcate: niente “locali”, nei paesi, ma solo osterie che al massimo potevano soltanto assomigliare vagamente a dei bar cittadini. Musica zero (eccettuato qualche juke box scalcinato e con 45 giri risalenti al tempo di “Carlo ù”). Niente tirare troppo tardi, ché ti guardavano subito male, e se facevi baccano arrivavano i carabinieri Niente “vita”, né luci. Dove ci si conosce tutti è diffi cile sentirsi completamente liberi e allora, il venerdì sera, si prendeva e si partiva per Brescia eccitati dalla forza dirompente dell’ illusione: si andava “a vivere”esageratamente. La “Strada Statale 11 Padana Superiore” che percorre da Ovest ad Est la Pianura Padana, a Nord del fi ume Po, attraversa Piemonte, Lombardia e Veneto. E’ una strada molto lunga quindi, della quale, per inciso, un breve tratto costituiva l’unico collegamento fra la zona della Franciacorta e Brescia. Eppure capitava spesso, all’inizio degli anni Ottanta, che noi ragazzi di paese in cerca di avventure non riuscissimo a percorrerne, senza rallentamenti o soste, nemmeno la decina di chilometri fi nale, il pezzo da Ospitaletto a Brescia. L’intenzione dichiarata era sempre la stessa: andare in Città, bere qualcosa – preferibilmente molto,approfi ttando del sostanziale deserto sulla guida da bevuti e dell’assenza di etilometri- e poi tornarsene a casa a dormire. E smaltire. Se non proprio encomiabile, come programma, ci sembrava almeno accettabile. Poi, però, c’era tutto un “non detto”che per pudore non confessavamo nemmeno a noi stessi e, men che meno, ci saremmo confi dati vicendevolmente. Appena si usciva dal centro abitato del paese gli sguardi cominciavano a frugare incessantemente nel buio, alla ricerca delle presenze che sapevamo e che rappresentavano l’insieme più complesso e composito delle trasgressioni secondo noi più estreme. C’è un famoso detto (di Karl Marx, peraltro) che recita “la strada dell’Inferno è lastricata di buone intenzioni”: più prosaicamente la strada per Brescia era in tutta evidenza lastricata d’asfalto, ma ai lati, in quella striscia di terra che non è già più strada senza essere ancora proprietà di qualcuno, bè, di vettori per l’Inferno se ne trovavano a iosa, traghettatori sulla cui barca, in fondo, non ci sarebbe dispiaciuto salire per inabissarci nell’oscurità dei vizi inconfessabili.. La banchina stradale, infatti, era aff ollata di esseri umani in vendita, uomini e donne di tutti i sessi che si promuovevano in modo vistoso e sguaiato dall’immediato dopo cena fi n quasi all’alba e, in numero decisamente più ridotto, persino di giorno, alla luce del sole. Ce n’era per tutti i gusti di ogni genere divisi per zone. Già poco prima di Castegnato, nella zona della Baitella, e fi no all’accesso alla tangenziale, numerosi transessuali sudamericani se ne stavano in attesa di occasioni. Appariscenti come dive, dotati di una femminilità esagerata nel trucco, nell’abbigliamento e nelle movenze potevano ingannare anche occhi ben allenati. L’altezza era spesso un elemento che insospettiva anche da lontano: alcuni erano dei veri e propri marcantoni e se ti capitava di parlarci (la maggior parte di loro non era del tutto ostile al fare semplicemente quattro chiacchiere, sperando che da cosa, talvolta, potesse nascere cosa) l’identifi cazione di queste “femme particulier“ era inequivocabile. Un po’ più avanti, più o meno all’imbocco della tangenziale per il Lago di Garda, nello slargo che conduce ad alcuni insediamenti produttivi, c’erano altri drappelli femminili estremamente chiassosi. C’erano anche dei campi di granoturco, l’ideale per acquattarsi a consumare rapporti animaleschi così come per sfuggire ai controlli e alle retate dei carabinieri. Avanti nemmeno un chilometro, nella zona della Mandolossa, c’erano le prostitute di colore, che al buio nemmeno le avresti viste bene se non avessero indossato abiti rifl ettenti che sembravano, fi n quando non eri abbastanza vicino,colorati ectoplasmi fl uttuanti nel nero della notte. Le loro acconciature erano davvero esagerate, così come le forme (non c’erano molte “pantere” alla Naomi, semmai molte erano le “Mami” di “Via col vento”) e le zeppe ai piedi, che non sempre sapevano portare con disinvoltura, in particolare quando si trattava di scappare e allora sì che c’era da ridere a vederle. Le amministrazioni comunali e le forze dell’ordine si erano trovate impreparate di fronte a quell’invasione: a nessuno era ancora venuto in mente di emettere ordinanze che colpissero anche i clienti e, in fondo, le poche pattuglie di carabinieri sparse sul territorio avevano anche molto altro da fare. Nel buio, qua e là, stazionava qualche auto isolata con motore spento e con dei maschi a bordo che fumavano mentre scrutavano la strada e impassibili controllavano la situazione pronti ad intervenire in caso di necessità. Questo induceva a contenere i nostri comportamenti: poteva fi nire a coltellate più che a rimbrotti. Lo spettacolo nello spettacolo era costituito dagli ingorghi di tipo ferragostano: veri e propri intasamenti di gente che contrattava, altri che valutavano la merce in esposizione, altri che, come noi, facevano i voyeur dei peccati altrui. Per comodità e sveltire le operazioni, a volte i rapporti si svolgevano poco distante dalla zona espositiva, praticamente sul ciglio della strada. Poco prima di Ponte Mella, nello slargo di via Valle Camonica, c’era l’ultima grande colonia. Qui stavano le ragazze più giovani e carine. La geografi a della prostituzione, insomma, sembrava confermare la nostra sensazione: a mano a mano ci si allontanava dalla Città, anche quella merce, come le nostre esperienze, si faceva più scadente. Con l’arrivo, agli inizi dei Novanta, di intere fl otte di disperati e aff amati la situazione si fece davvero insostenibile soprattutto per i poveri residenti di quelle zone che spesso subivano i pericoli connessi a quei traffi ci e quasi mai riuscivano a dormire per una notte intera. Le zone intanto erano state divise anche per etnie e non più solo per “generi” o colore della pelle. Motivi di tensioni e risse, quindi, non erano più solo la gestione di questo o quel pezzo di territorio. Subentrarono anche antichi retaggi, rivalità storiche. La legge si fece sentire in maniera signifi cativa e il fenomeno, gradualmente, ritornò a dimensioni più tollerabili.

 

di Roberto Bianchi

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