Il racconto
del sogno ovale
Calvisano

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com
16.10.2017

L’Italia uscita dalla guerra era un Paese talmente povero che, per dire, il suo presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, in partenza per la conferenza di Parigi, dovette farsi prestare il soprabito dal (ricco in proprio) ministro Piccioni. Altri tempi. E altri Primi Ministri. Anche quella povertà così completa può aiutare a capire come l’inarrestabile marcia di trionfo che impose il nuovo gioco a premi, la Sisal (poi Totocalcio) abbia modifi cato la classifi ca dello sport più amato dagli italiani. Fino a prima che un giornalista ebreo che ce l’aveva fatta a portare a casa la pelle, tale Della Pergola, inventasse quel foglietto che poteva sconvolgere la vita anonima di qualsiasi poveraccio che riuscisse a centrare i risultati domenicali delle partite di calcio, arricchendola improvvisamente, lo Sport che riuniva i maschi italiani per consentir loro di dividersi in fazioni, infatti, era il ciclismo. Si dice addirittura che sia stato (anche) il duello fra Coppi e Bartali ad evitare un’insurrezione armata dei comunisti dopo l’attentato a Palmiro Togliatti nel 1948. Fu proprio in quell’anno, con un decreto presidenziale, che il concorso a premi Sisal (nato nel 1946) venne nazionalizzato - senza che il suo inventore si beccasse una lira di indennizzo- e diventò Totocalcio. Da allora: il calcio, il calcio e il calcio hanno occupato le fantasie sportive degli italiani. Infatti, anche se secondo ricerche recenti la nascita del rugby in Italia va collocata tra il 1890 ed il 1895, a Genova, per merito della comunità inglese, oppure, per esempio, si può ricordare che anche il regime fascista intuì il valore di propaganda della disciplina e ne cavalcò il crescente interesse al punto che il segretario del PNF, il bresciano Augusto Turati, promosse la nascita di una formazione associata alla Milizia di Brescia, il XV Legione Leonessa d’Italia, nei miei ricordi di ragazzino non è che questo sport - del quale non sapevo nulla pur consapevole di non essere attendibile in quanto non sapevo nulla nemmeno degli altri - avesse grande diff usione e seguito. Tuttavia, quando assistevo agli immancabili litigi che spesso ponevano fi ne alle partite di calcio che i miei compagni inventavano in luoghi di fortuna quali cortili, strade poco traffi cate, aiuole poco controllate, avveniva spesso che il proprietario del pallone, ad un certo punto, ma sempre, lo raccogliesse da terra per andarsene via off eso e sconsolato facendo pesare l’unica autorità rimastagli, la proprietà della palla. Qualche dissidente lo rincorreva e lo strattonava per riprendersi l’oggetto…. In quelle circostanze elaboravo la mia teoria sulla nascita del rugby. Probabilmente nacque così: con un proprietario di palla che cercava di andarsene via e tutti gli altri che cercano di fermarlo. Quando conobbi, in età ormai adulta, due dirigenti del Rugby Calvisano, una squadra allora ancora ai blocchi di partenza per quanto riguardava la dimensione nazionale, mi incuriosì immaginarmi cosa avesse mosso alcuni Amatori di quella comunità agricola a cavallo fra Mantova e Brescia e quindi “lontana” da entrambe -un comune di nemmeno diecimila anime dove, in un podere in direzione Castenedolo, secondo alcuni studiosi, sarebbe nato il poeta Virgilio – ad andare incontro, all’inizio degli anni Settanta, alla serie di vicende che nel bene e nel male connotano la vita di una società sportiva. E capii cosa sia la passione sportiva, dalla quale sono tutt’ora esente, ma che da allora, quando rilevo che si traduce in azioni e sacrifi ci e risultati d’eccellenza e non in tifo ingiustifi cato urlato da una poltrona davanti alla tv o in delinquenza pura come l’aggressione di un tifoso avversario, ho imparato a rispettare ed apprezzare. Lo sport come l’hanno fatto i tifosi, gli atleti e tutto il resto intorno a quei due miei conoscenti che negli anni Settanta -con l’entusiasmo dei ragazzi avventurosi, forse un po’ svitati, sicuramente idealisti e incoscienti - la società del rugby a Calvisano l’avevano fondata, è una cosa che fa bene alla Società nel suo complesso, a quella che chiamiamo “Comunità”, perché la fa crescere meglio modellandola su valori immortali. Pensare ai primi anni Settanta come alla fase iniziale della diff usione del rugby in Italia mi fa supporre che anche quello sport sia arrivato sul cargo della British invasion che in quegli anni contribuì a rinnovare la società italiana e a sprovincializzarla. Dalla musica all’arte, dalla moda alla letteratura ai comportamenti, soprattutto dei più giovani, nuovi stili e nuove abitudini arrivarono viaggiando sui manici delle chitarre dei Beatles, come streghe buone fanno con i manici di scopa. E’con essi che immagino sia arrivato anche il rugby, che faceva sentire defi nitivamente “maschi” coloro che lo praticavano , noncuranti della fanghiglia in cui spesso si trovavano a dover rotolare e proiettati verso il contatto fi sico diretto, immediato, senza “gentilezze” talvolta piuttosto violento, ma che proprio per questo, paradossalmente, più schietto e che sembra non lasciare spazio a”furbizie” , a simulazioni, a scorrettezze, magari anche “leziose”, ma che pur sempre scorrettezze rimangono. E il rugby, per me che non ne capisco nulla, rimane quella pratica in cui chi ha la palla corre in avanti stando bene attento, però, a guardare sempre indietro, e così sembra confermare in ambito sportivo quella gran bella idea da applicare anche agli altri ambiti come la Scuola, il Lavoro, la Società nel suo insieme, per cui non si va avanti soltanto da soli e talvolta bisogna anche aspettarlo il partner necessario per l’azione, perché conviene. Insomma: la meta è sempre importante, tant’è che in questo sport, appunto, si chiama Meta il punto realizzato, ma si concorre tutti insieme per realizzarla. Com’è come non è, quei due ragazzi degli anni Settanta, insieme ad altri sodali, alla fi ne qualcosa sono riusciti a costruirla per davvero, qualcosa di importante. La società del Rugby di Calvisano nel tempo ha vinto numerosi scudetti, compreso quello dell’ultimo campionato, ha ospitato manifestazioni importanti a livello internazionale ( per esempio il Campionato mondiale under 20, qualche anno fa), ha fatto giocare numerosi campioni noti a livello mondiale, ma, soprattutto, campioni “locali” li ha creati e costruiti nel tempo . E , cosa più bella di tutte, ha creato un rapporto solido con la realtà locale in cui opera. E’ così che la squadra di rugby che ne porta il nome ha proiettato questo paese di nemmeno diecimila anime in tutto il Mondo. Direi un risultato non da poco. Questo avviene quando il sogno muore come fanno i bruchi e acquista la dimensione colorata di realtà. Dimenticavo: quei due ragazzi si chiamano Alfredo Gavazzi e Gianluigi Vaccari. Si chiamano, perché sono ancora in giro. Il primo è il Presidente della Federazione Italiana del Rugby. Il secondo è stato a lungo presidente del Rugby Calvisano. Non male, eh?

 

di Roberto Bianchi

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