Il racconto del professore che
iniziò a Collio e finì a Roma
Valtrompia - Collio

04.09.2018

È su bello in alto, a ottocento metri circa, Collio, il paese più a Nord della Valtrompia. Ed è anche piuttosto esteso, giacchè comprende anche i centri di Memmo e S. Colombano, Tizio, Ivino e Serramando. Fin dall’ epoca romana Collio era molto importante per l’estrazione dei metalli, attività che andò avanti per secoli e sono ancora presenti i resti di quegli edifi ci che, nel corso del tempo,sono stati utilizzati dai minatori. I Romani, per dire, ci mandavano i prigionieri condannati ai lavori forzati per estrare quei minerali così preziosi per la siderurgia. Quando penso a Collio, mi ricordo di una delle pochissime scampagnate che feci con mio padre, non avevo nemmeno dieci anni allora, che ci portò in riva al fi ume, un affl uente del Mella, che scorre proprio in mezzo al paese. Mi ricordo il fi asco di vino rosso con il culo ancora di paglia, come si usava prima dell’avvento dei polimeri, che mio padre stesso depositò con l’amorevole cura che generalmente si riserva agli oggetti fragili quanto preziosi. Mi ricordo l’acqua fredda che scorreva impetuosamente , ma non riusciva a trascinarlo via quel fi asco; l’aveva ancorato ben bene, mio padre,come si fa con le risorse estreme. La gita, poi, non è che sia stata un granchè: la sua idea di visita a Collio consistette nel salire sulla 1100 a Ospitaletto, guidare fi no allo spazio prospiciente la riva del fi ume e parcheggiare. Dopo una mangiata, e una bevuta (lui), un sonnellino (tutti) e qualche corsa (io) facemmo ritorno a casa per l’ora di cena, senza inutili deviazioni. Ricordo che non eravamo gli unici in quel prato che non saprei nemmeno più ritrovare: molte famiglie come la nostra se ne stavano su coperte stese nell’erba a mangiare e bere. Poteva essere il 1966, 1967, ed era ancora suffi ciente poco o niente per divertirsi. Si respirava una bella aria, quasi di festa di paese anche se non conoscevamo nessuno, e mi incuriosiva la lingua sconosciuta e incomprensibile che taluni usavano e che sembrava fosse fatta di cazzotti e badilate e invece era il dialetto stretto del luogo. Non ci sono mai più andato a Collio, ma una sera mi sono ritrovato a riparlarne un quarto di secolo dopo , anzi, in realtà ne parlò più lui di me, perché mica potevo inchiodare un parlamentare della Repubblica Italiana, che certo mi voleva bene , ma mai quanto ne volevo io a lui, al racconto di un pic nic con il papà alticcio. Del resto, quella sera, anche io e l’Onorevole eravamo su di giri, perché le cose erano andate per il verso giusto: erano stati raccolti i frutti dell’ azione di governo del nostro partito, fra i quali anche la sua elezione alla Camera dei Deputati. E ora parlava. E ricordava di com’era stato il suo inizio. Era nato nel 1947. Aveva studiato all’Arnaldo che all’epoca era ancora la fucina della classe dirigente bresciana e che fra i suoi studenti aveva per lo più proprio i rampolli delle famiglie che già contavano socialmente: la sua, però, era una famiglia piuttosto modesta e questo, insieme al clima che si respirava intorno alla metà-fi ne degli anni Sessanta, lo avvicinò al riformismo socialista. Ma l’impegno politico così precoce non lo sviò aff atto dagli studi, chè in casa sua gliel’avevano insegnato un gran bene che lo studio e i sacrifi ci erano la sua unica chance, ed anzi, dopo la maturità classica si iscrisse all’Università e in capo a pochi anni si ritrovò laureato in Lettere. In cerca di cattedra. Che trovò proprio in quel di Collio, ed erano chilometri su chilometri da macinare con la sua macchinetta presa a rate, ma nemmeno se lo chiese se il gioco valesse la candela: era abituato ad andare avanti comunque, il mio amico, a sentire il peso di quello speciale imperativo categorico che l’avrebbe accompagnato per tutta la sua non lunga esistenza. “Agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale” sosteneva l’uomo di Konigsberg; quella di Sergio era l’impegno che si dimentica della fatica. “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fi ne e mai semplicemente come mezzo”. Per questo sarebbe stato sempre dalla parte della gente del popolo, per favorirne l’emancipazione attraverso riforme sensate e azione politica. Più che di Collio, quella sera, mi parlò della sua gente che aveva avuto modo di incontrare quotidianamente: gente ruvida, forse, ma determinata e affi dabile. Gente solida che badava più alla sostanza che alla forma. Gente silenziosa e grande e grossa, e lo faceva con stupore perchè il mio amico non era, dal punto di vista fi sico, persuasivo come invece si dimostrava quando apriva bocca. E bocca la apriva, in classe, per spiegare ai suoi ragazzi quella lingua forse ancora troppo lontana e i suoi autori, nelle pagine dei quali si poteva trovare un tesoro poi da amministrare nella vita intera. Mi raccontò dei suoi incontri: ai tempi in cui insegnò lì, si poteva ancora incontrare per strada gente che aveva fatto gli inverni sulle montagne circostanti impegnata in una guerra di Resistenza che avrebbe cacciato fascisti e tedeschi. Incontri che lo avevano segnato indelebilmente e arricchito. E che lo avrebbero accompagnato per tutta la sua seconda vita, quella di uomo pubblico. Ma “quelli dell’Alta Valtrompia” non li dimenticò mai e ogni qual volta doveva andare a tenervi una riunione lo faceva con un cuore diverso dal solito, quasi come se pensasse che in quell’occasione, anche se per poco, sarebbe tornato a casa. Dopo quegli anni il mio amico ne fece molta di strada e dovette lasciare l’insegnamento. E nel 1987 diventò parlamentare, il mio amico Sergio Moroni, e fi nì “a Roma”. Nel 1992 venne coinvolto nell’inchiesta “Mani Pulite” e si beccò un paio di avvisi di garanzia. Il suo nome fi nì in pasto ai media e senza essere mai stato interrogato dai magistrati, senza un processo, la barbarie del tempo lo indicò colpevole. “La volontà non è semplicemente sottoposta alla legge, ma lo è in modo da dover essere considerata auto-legislatrice e solo a questo patto sottostà alla legge”. Ma la legge, in quegli anni, o meglio, le sue garanzie, latitò colpevolmente. E il 2 settembre del 1992, proprio come oggi ventisei anni fa, Sergio risolse a modo suo la questione. Scese nella cantina della sua casa a Brescia e si sparò con il suo fucile da caccia. Lasciò una lettera che in molti conoscono e che in troppi hanno presto dimenticato. “Non credo che questo nostro Paese costruirà il futuro che merita coltivando un clima da ‘pogrom’ nei confronti della classe politica...”. Ci aveva visto lungo, ma era una sua caratteristica, il mio caro e indimenticabile amico Sergio Moroni che in Parlamento fu autore di 87 progetti di legge, 100 atti di indirizzo e controllo, 10 interventi in aula. Ai suoi funerali alcune persone scesero da Collio per onorarlo un’ultima volta.

di Roberto Bianchi