Il racconto del calzificio, della
gratitudine e delle biciclette
Franciacorta – Ospitaletto

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com
04.06.2018

A volte quando si parla delle fortune terrene e dei beni materiali, soprattutto da parte di chi ne è stato meno provvisto, si suole concludere che :” … vabbé … alla fi ne, quando ce ne andremo all’altro mondo , siamo destinati a lasciare tutto qua”. Fra le cose importanti, delle quali fi ngiamo non ci interessi poi molto mentre ci accapigliamo per acquisire benessere e vivere bene, spesso dimentichiamo di metterci “il ricordo” che di noi stessi lasceremo agli altri : non essere dimenticati, una scarsa consolazione in fondo, ma , in fondo, una cosa per la quale vale la pena di impegnarci. Sopravviviamo solo negli altri, a pensarci bene, sopravviviamo ancora un po’ solo fi n quando c’è qualcuno che si ricorda di noi. E se nel ricordo ci viene riservato apprezzamento e gratitudine, sarà il segno che non saremo vissuti inutilmente. Che ci saremo stati. Che avremo lasciato “segni” negli altri. Questa rifl essione mi accompagna mentre cammino sotto gli alti ippocastani all’esterno del bar dove mi sono appena congedato da Lina, una vivace signora che compirà ottantacinque anni a novembre e che mi ha raccontato una storia. Una di quelle magari poco verosimili, e invece del tutto vere. Ci teneva a raccontarmela, lei, insieme a Lucia – più giovane di una decina d’anni – che è stata la prima ad accennarmi a questa vicenda e che purtroppo oggi non ha potuto venire. Ci tenevano per affi darmi il compito di compensare l’ingiustizia dell’oblìo, di ristabilire una verità, di ricordare un imprenditore “speciale” che ai suoi dipendenti ha off erto qualcosa di più del salario dovuto a compenso del lavoro ottenendone, in cambio, una ricchezza incommensurabile e di altro genere rispetto a quella che avrebbe ottenuto limitandosi soltanto a “rivendere”, quel lavoro, sotto forma di “merce”. La ricchezza costituita da un ricordo aff ettuoso, che quasi lo posso toccare mentre parlo con Lina, che quasi lo posso intravvedere nei suoi occhi che luccicano mentre mi racconta di quando il “Commendatore” andò a rendere omaggio a suo marito, morto giovane assai, e che dalla rabbia e dal dolore scagliò il proprio cappello lontano, nella stanza, facendolo fi nire sull’armadio. E’una di quelle storie che durano nel tempo e ti fanno pensare che il Mondo possa essere anche un posto non così brutto, oppure che non sia stato sempre così feroce. E’ una storia, che per quanto riguarda Ospitaletto, ha inizio nel 1925 ed è quella di un uomo che si era fatto da solo, un “self made man” che, partendo dal nulla, s’è costruito, per poi perderla del tutto, una fortuna economica – “quello che si lascia qua”, appunto - e del quale, però, il ricordo rimane vivo a quasi un secolo di distanza. Roberto Ferrari, nato a Ostiglia nel 1881, proveniva da una famiglia di poveracci e i problemi dei lavoratori li aveva conosciuti un gran bene mentre girava per la pianura padana in cerca di lavoro. Dopo aver fatto la guerra 1915-1918 come bersagliere, a forza di debiti e sacrifi ci comprò i primi macchinari per calze da un piccolo stabilimento che occupava circa 70-80 operai. In società con i fratelli Serlini nel 1919 rilanciò l’attività in uno stabilimento a Paderno Franciacorta per poi rilevare anche uno stabilimento di fi latura del cotone oltre Rovato,costituendo così la Società Anonima Cotonifi cio di Palazzolo che rese del tutto indipendenti i suoi complessi industriali. Politicamente assunse via via posizioni zanardelliane, di sinistra moderata anche se poi andò a fi nire con l’aderire al regime fascista . Fu nel 1925 che aprì il calzifi cio di Ospitaletto. Nel giro di un decennio diventò il primo industriale del settore in provincia di Brescia e agli inizi della Seconda Guerra mondiale i suoi cinque stabilimenti occupavano 5.000 operai, con 2.000 macchine e 65 mila fusi messi in opera ; produceva 100.000 paia di calze e 6-8.000 Kg di fi lato al giorno. Nel 1942 insieme ai fi gli Gianni e Geo rilevò l’intero pacchetto azionario del calzifi cio Palazzolo trasformando la ditta in Calzifi cio Roberto Ferrari e C . Negli anni Quaranta lo stabilimento di Ospitaletto occupava circa cinquecento persone ed intorno all’area “il Commendatore” fece edifi care una serie di case che affi dò gratuitamente ai meccanici addetti alla manutenzione dei macchinari. Il “Villaggio Ferrari” pur con tutti i cambiamenti, esiste tutt’ oggi : in paese noi ragazzi negli anni Settanta lo chiamavamo anche “Le ville”; li vicino scorreva una Seriola e mi ricordo le donne che ci andavano a lavare i panni. Non esiste più, invece, lo stabilimento che venne abbattuto dopo che l’azienda andò alla malora, dritta incontro ad una morte dovuta all’apertura di nuovi mercati ed alle esigenze aziendali di trasformazione dei macchinari per tentare di far fronte alla concorrenza estera diventata nel frattempo sempre più aggressiva. A quel punto dovette licenziare e chiudere l’attività, “il Commendatore”, e l’angoscia procuratagli la sentì tutta e se la portò addosso insieme alla forza d’animo e alla dignità di un imprenditore tutto di un pezzo che, per onorare fi no all’ultimo centesimo tutti gli impegni che si era assunto anche con i lavoratori, che per lui, nel ricordo di Lina erano quasi dei famigliari, impiegò tutto quanto aveva , rimettendocelo. Ma prima, quando le cose andavano bene, li trattava bene i suoi operai. Aveva istituito la mensa interna, ma ciò che mi sorprende è il racconto di come provvedesse anche alle cene delle famiglie dei lavoratori ai quali, a sera ,quando uscivano dal lavoro affi dava un pentolino di minestra da portarsi a casa. Erano tempi di fame vera, quelli. Mentre Lina mi parla di come i Ferrari ( perché anche i due fi gli avevano ereditato la stessa indole fi lantropica del padre) cercassero di sostenere le famiglie anche fuori , cercando di alleviare il peso di quelle vite tribolate, si avvicina al nostro tavolo un altro signore che conosco, Giovanni, forse incuriosito dai nostri discorsi che involontariamente ha sentito e improvvisamente mi butta lì un “ … io ci vado in giro ancora adesso con la bicicletta che il signor Ferrari aveva fatto comprare a mia sorella”. E così scopro che per favorire le dipendenti negli spostamenti dalla casa al lavoro ( c’erano alcune che venivano a Ospitaletto fi n da Ome, a piedi) “il Commendatore” aveva provveduto a far loro acquistare le biciclette, anticipando i soldi necessari. Poi Giovanni aggiunge :” E spesso alla sera, insieme alla minestra ci dava anche la bottiglietta con dentro il vino, il signor Ferrari … E l’ho bevuto anch’io quel vino, a volte”. Le informazioni si accavallano, la memoria delle sue numerose e variegate attività ricorda di scuole di cucito, di sostegno fi nanziario alla Chiesa, di tanta benefi cienza diff usa : in quelle attività risiedono le ragioni per le quali venne fatto socio dell’Ateneo di Brescia che gli conferì anche un’onorifi cenza: la medaglia d’oro al valor fi lantropico . Il cavalier Roberto Ferrari dopo aver chiuso le aziende si ritirò a vita privata. Morì a Brescia nel dicembre del’65. Mentre me ne vado via dal bar non riesco proprio a togliermelo dalla testa il pensiero di una persona perbene , così speciale da essere ricordata con un aff etto autentico che nemmeno i decenni sono riusciti a scalfire.

 

di Roberto Bianchi