Il racconto del calciatore monco,
della regina sorda e del potere disumano
Bassa Bresciana Ovest

Fotografia di www.ilariapoli.com
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14.05.2018

C’è sicuramente qualche vecchio dei paesi della bassa che se lo ricorda ancora quel giocatore, l’attaccante che sul campo da calcio correva sbilenco, perché gli mancava un pezzo del braccio destro, fi no al gomito, ma segnava lo stesso, nonostante la sfortuna, nonostante l’andatura, nonostante il destino e l’ingiustizia di un Natale da dimenticare. Era bambino nel 1940, G,Z, di quelli svegli che non stanno mai fermi . Viveva nelle campagne della bassa bresciana Ovest dove c’erano interi prati da correre ed innumerevoli alberi su cui arrampicarsi. Persino d’inverno. Persino il giorno di Natale del 1940. Solo che quel giorno, vuoi il freddo, vuoi la sfortuna, dall’albero ci cadde, G.Z. Immediatamente la madre lo portò dal medico condotto, uno di quei medici che nei paesi dovevano sapersi arrangiare : niente ambulanze, all’epoca, né Pronto Soccorso. Il dottore emanò il suo verdetto: frattura, e ingessò il braccio al ragazzino esuberante . E tutto sembrò fi nire lì. E invece no, perché già dal giorno dopo il braccio del bimbo cominciò a gonfi arsi. Lui si lamentava per i dolori decisamente forti, mentre la mano diventava sempre più bluastra. La madre lo portò più volte dal medico condotto che aveva prestato le prime cure. Dapprima l’accolse gentilmente, con il paternalismo di chi “sa” quando deve rendere conto all’ignorante inutilmente preoccupato. Poi però, irritato dalla costanza della signora nell’andare a chiedergli ragguagli e assicurazione cominciò a manifestare sempre maggior insoff erenza per quella contadina che voleva saperne più di lui. Anche per questo motivo si risolse ad accettare l’ennesima richiesta della donna, soltanto dopo quasi dieci giorni dall’evento - quando al bambino era pure salita la febbre e aveva messo su una gran brutta cera – e a farlo condurre all’Ospedale Pediatico di Cremona per un controllo specialistico. All’Ospedale non poterono far altro che certifi care la cancrena che si stava mangiando il braccio e decisero per l’immediata amputazione della parte inferiore dell’arto. Il chirurgo che eseguì l’operazione spiegò alla madre che se G. fosse stato il proprio di fi glio, quel medico condotto non l’avrebbe proprio passata liscia: qualsiasi medico con un minimo d’esperienza, infatti, avrebbe dovuto capire subito che l’ingessatura era stata sbagliata, e il medico condotto in questione di anni d’esperienza ne aveva assai. E, aggiunse, che lei, in quanto madre del bimbo aveva tutto il diritto di chiedere giustizia . G.Z. in quell’ospedale ci rimase per ben quattro mesi. Probabilmente per lui furono lunghissimi, perché aveva “perso” mezzo braccio, ma non la voglia di correre e di saltare , chè nel frattempo era arrivata anche la Primavera ed era il tempo giusto, quello lì, per stare nei prati e non in un lettino a Cremona. Ma anche per sua madre i mesi furono lunghi e li passò a chiedersi e chiedere cosa potesse fare. L’idea gliela diede un vicino, ma era un’idea un po’ troppo ambiziosa , si trattava di andare a scomodare persone importanti e lei non sapeva se ne aveva il coraggio. A volte, prima di prendere sonno, si chiedeva se addirittura se ne avesse diritto. Ma alla fi ne si convinse e quindi si rivolse all’unica persona che, secondo lei, avrebbe potuto assicurarle giustizia. Il 27 maggio del 1941 partì una lettera dall’Uffi cio Postale di Alfi anello (e fu un evento di cui si parlò in paese), indirizzata niente di meno che alla Regina: “A Sua Maestà Regina e Imperatrice Elena di Savoia” si legge sulla busta arancione che conteneva la raccomandata 1631. La scritta è fatta con la grafi a incerta dei poveri . Dentro, quattro o cinque fogli di supplica e con la dovuta retorica che i deboli devono utilizzare con i potenti: “Scrivo come sò e come posso. Capisco che questi sono momenti gravissimi, (era gia scoppiata la guerra) che non si vorrebbe togliere con delle suppliche ma come fare, la miseria il dolore mi determinò a rivolgermi alla Vostra Maestà Illustrissima per un consiglio ciò che devo far in questo frangente …” E poi il racconto della disavventura e della negligenza. Nella sua lettera la povera donna fornì alla regina anche il racconto della propria vita che probabilmente non era molto diverso da quello delle altre donne rurali dell’epoca: “che debbo fare per intentare causa? Non ò i mezzi stante la miseria che abbiamo. Hò avuto otto fi gli due parti gemellari. Quest’ultimo che anno amputato e quello e l’altro morto di polmonite e quattro fi gli al mondo e quattro sono morti e che ò 25 anni. Mio marito è partito per la Germania con la spedizione rurale per vedere se può guadagnare di più che qui nella nostra provincia e poter pagare così un po’ dei nostri debiti e l’affi to”. La conclusione: “Voi maestà che siete la vera madre dei poveri, l’angelo tutelare, cosa devo fare verso il medico? Mi affi do alla Maestà Vostra sempre buona e confortevole verso chi sofre. Pregherò sempre e insegnero ai miei fi gli di pregare per la grandezza e prosperosità della Casa Savoia e per la Patria. Bacio le mani con rispetto a V.M.I. Viva l’Itaglia”. A giugno eff ettivamente il Ministro della Real Casa inviò al Prefetto di Brescia il fascicolo contenente anche la lettera della povera madre disperata per avviare un’istruttoria conoscitiva. Da lì in poi si avvia un procedimento fatto di corrispondenza fra i vari attori della vicenda: il Prefetto di Brescia che scrive al commissario prefettizio del comune affi nché ,” sentiti gli interessati, relazioni in merito, con riservate ed oculate osservazioni”; la risposta in cui, sentiti gli interessati, si dichiara che il medico “ha ammesso che se avesse tolto tempestivamente il gesso si sarebbe potuta evitare l’amputazione”. Segue l’ordine del Prefetto affi nché venga avviato procedimento disciplinare verso il medico contestandogli, entro dieci giorni, la trascuratezza nel procedere per il bambino Z.G. con la richiesta di avere copia della contestazione e lettera di discolpa del medico che risponde giustifi cando in termini medico tecnici il suo operato e defi - nendo le conseguenze che portarono all’amputazione “infrequenti ma possibili”. Si chiede inoltre se si debba dare ascolto alle lamentele della madre, da ritenere persona dalle facoltà anormali, data la sua epilessia o non piuttosto alle sue ragioni fondate su 32 anni di esperienza senza alcuna contestazione. Segue una lettera del dottore in questione al Medico Provinciale informandolo dell’accaduto, della contestazione e della propria risposta che sarà sottoposta alla sua attenzione. Ne chiede un “giusto e benevolo apprezzamento”. Il Medico Provinciale a sua volta relazionerà alle autorità con una missiva che contiene un apposito passaggio tecnico sanitario, tolto tal quale dalla risposta del medico alla contestazione disciplinare. Il Medico Provinciale conclude dicendo che questi incidenti possono capitare “come sembra abbiano detto anche i chirurghi che a Cremona hanno praticato l’amputazione”. La storia legale della vicenda si ferma qui. G.Z. non avrà la giustizia benevolente tanto sperata. Dopo solo due anni S.M.I. Regina Elena fuggirà a Sud con il resto della deprecabile Casa Reale Savoia macchiandosi del peggior delitto, quello della fellonia e della codardia e condannandosi per sempre all’ignominia . G.Z. trascinerà ancora a lungo la sua vita, con un pezzo di braccio in meno, arrancando sui campi di calcio nei momenti di libertà dal lavoro che comunque acquisirà. Come da bambino esulterà per un pallone andato in rete. E con lui, dalle gradite di uno stadio di paese, gli altri poveracci come lui.

di Roberto Bianchi