«Vivere sul palco
mi fa sentire un po’
come Peter Pan»

Stephen Hogan: bresciano e un po’ inglese, fa musica e spettacolo con Slick Steve & The Gangsters e Cadillac Circus
Stephen Hogan: bresciano e un po’ inglese, fa musica e spettacolo con Slick Steve & The Gangsters e Cadillac Circus (BATCH)
20.08.2017

Mezzo inglese, mezzo desenzanese. «Mi sento un po’ l’uno e un po’ l’altro, un mix fiero di esserlo», sorride Stephen Hogan. E del resto indovinare le differenze diventa difficile quando le anime convivono in uno sguardo magnetico. Steve l’istrione, nato per il palco, frontman naturale che dove lo metti deve prendersi i riflettori, non c’è niente da fare, non è una scelta. Lo disegnano così, i tratti nitidi di un eroe dei fumetti.

Cantante di una delle band più travolgenti d’Italia, gli Slick Steve and the Gangsters, chiamati più volte a scavallare i confini da portatori sano di rock and roll, Hogan è fondamentalmente uno showman. Detto così, parrebbe ruolo leggero e quasi effimero. In realtà è un piccolo miracolo, un portento di versatilità. Perché questo ragazzo dall’età indefinibile - dovrebbe averne 33, ma vai a sapere davvero - è elastico e inafferrabile. Ginnico & gommoso. Di sicuro sa come si fa a tenere la scena in tanti modi. Musicista un po’ mago, giocoliere da circo e un po’ acrobata in concerto, con i contrabbassi sollevati col mento a fargli da biglietto da visita.

«Non so dipingere né scolpire - dice Stephen, scherzando sulla sua versatilità -. Ma da sempre mi diletto un po’ con tutto quello che abbia a che fare col palco».

Ci è cresciuto in mezzo o se l’è creato da sé, questo mondo?

Mah… A parte un nonno stravagante, irlandese, sintomi non ce n’erano… I miei genitori insegnano: Raffaella professoressa di storia dell’arte ed educazione tecnica all’Artistico, Christopher professore d’inglese per le aziende.

Lei no.

Io no. Sono sempre stato attratto dalla scena, dalla recitazione. E dalla musica.

Cosa ascoltava da piccolo?

A casa, ma anche nelle lunghe trasferte in camper per passare Natale o l’estate coi nonni, perché allora non c’era mica Ryanair… Tanto rock inglese. Beatles e Pink Floyd. Procol Harum come Electric Light Orchestra.

Cantava?

Ho sempre canticchiato. Al liceo Gambara, a Brescia, i miei interessi si sono diramati in direzioni diverse. Mi affascinavano i busker di Covent Garden, compravo i dischi sotto la galleria di Desenzano da Antonia, andavo a prendere i biglietti per i concerti. E intanto cominciavo a fare teatro con Fausto Ghirardini. Sono cresciuto sotto ogni aspetto sul Garda. Solo da tre anni abito a Brescia, anche se sono sempre in giro.

Le prime suonate?

Grunge, rock, blues, a 14-15 anni. Ma anche giocoleria, magia… Le professoresse mi criticavano: «Signora Raffaella - dicevano a mia mamma - suo figlio tiene i piedi in più scarpe, ha troppi interessi». Io non ho mai millantato di essere un superprofessionista in niente. Non ho la presunzione di dire che sarei stato un mito se mi fossi dedicato a una cosa piuttosto d’un’altra. Sono un artigiano dello spettacolo: imparo le metodologie, metto la stessa passione nell’affinare la destrezza sui giochi di prestigio come sui manicaretti in cucina. La manualità è decisamente una mia cifra, una mia fortuna, e mi accompagna ovunque.

Studi recenti sostengono che il talento come lo intendiamo comunemente non esista: ci sarebbero solo predisposizioni che il lavoro quotidiano rendono eccellenza. È d’accordo?

Direi di sì. Nel senso che penso ogni giorno che dovrei allenarmi di più, per esempio, nella giocoleria… Ma in un Paese che tende anche alla fuffa da show business, da talent show, qualcosa che cambian le forme ma c’è sempre stato e sempre ci sarà, sono stato tanto sul palco, io, da sempre. Di gavetta ne ho fatta. Sono stato a lungo artista di strada, per questo amo coinvolgere lo spettatore. Mi ritengo un animale da palcoscenico, che come mi diceva sempre Ghirardini è questione di sudore, sangue, sputacchi.

E progetti.

Non mi mancano, in effetti: Alle viste c’è una reunion degli Evil Empire, la mia prima band, prima della collaborazione con Charlie Cinelli. Ora mi divido fra i Cadillac Circus, in duo con Luca Gallina, e Slick Steve and the Gangsters.

I Cadillac Circus sono qualcosa che prima non c’era.

Il cantante mago e il chitarrista con la loop station che produce campioni in diretta, una prospettiva sonora diversa fra canzoni contemporanee e del passato… E pare che funzioni! Lavoriamo tanto. Sono fortunato.

Slick e lucky Steve: quante date, con i Gangsters, all’anno?

Direi 60-70. In media. Sono davvero contento, è così da anni, quindi avanti così!

Costumi di scena, trucchi d’abilità e un bastone per dirigere lo spettacolo della sua orchestra swing & rock and roll. La performance di Slick Steve ha una sua forma ben stilizzata, ormai. E le muse ispiratrici della band hanno la voce roca di Tom Waits e il broncio geniale di Jack White.

Grandi passioni condivise. Gente che crede nella musica, che si spende per l’arte.

Voi Gangsters sembrate usciti dalla sceneggiatura di un film, tanto che verrebbe da domandarsi se non ci sia un Malcolm McLaren ad avervi plasmato dietro l’angolo… Invece il vostro curriculum parla di collaborazioni toste con musicisti come Asso Stefana.

Con cui vorrei collaborare in futuro. E… Sì. Come Gangsters possiamo dire di avere un cento per cento di concerti finiti col pubblico felice, che applaude. La gente non si aspetta quello che stiamo per fare: arriviamo come un lampo, è una sberla inattesa, poi in un attimo puf, spariti: voliamo via. Noi vogliamo divertirci e divertire. Mettiamo di buon umore, vogliamo far stare bene la gente. Io canto in inglese e questo ci rende difficile conquistare il mercato italiano.

Ma si può ancora parlare di mercato?

La situazione bella non è. In tutta sincerità, noi facciamo rock and roll come pochi in Italia, ma qui si sta vivendo un Medioevo. L’indie non è più indie, la tristezza vera del grunge che era non c’è, è roba fatta dai figli di papà, non è autentica, non trasmette. E Internet è un calderone poco meritocratico. I ragazzini sono passati da Britney Spears a Bello Figo. I tempi cambieranno di nuovo, sicuro: lo dice la storia. Noi intanto andiamo tanto all’estero.

Germania, Svizzera, Spagna… Sempre con uno spirito ludico, ma mica solo con quello: avete collaborato con Paco Mariani per un lavoro a sfondo fortemente sociale.

Un bel passo, come band, abbracciare un progetto con Paco e Smk Videofactory. È questione di mesi, «The Harvest»: un docufilm in forma di lungometraggio che ci vede coinvolti sia come attori che come musicisti. Il sostegno è arrivato dal crowdfunding, il tema è il caporalato agricolo nell’Agro Pontino, fenomeno invisibile che si annida nelle pieghe della legalità. Nel trailer qualcosa si intuisce, di questo progetto ambizioso ai confini di Bollywood. È il primo di questo genere in Italia.

Hobby: cosa le piace fare giù dal palco?

Leggo. Adesso Erri De Luca: «Il più e il meno», «La parola contraria». Poi, quando ho tempo libero e voglio riflettere, riposarmi, rilassarmi e guardare in alto, mi piace molto camminare in montagna. Lassù si sta meglio. Mi piace tutto della montagna.

Dove si guarda il cielo da più vicino, lontano dalle gabbie della città, e si può sognare di volare. Un po’ Peter Pan?

Sì! Direi che sì, sono un po’ così. Mi riconosco. Sono io.

Condividi la notizia