«Vanoni, Morandi,
Aznavour, Guccini:
incontri magici»

Nini Maria Giacomelli in una foto di pochi giorni fa con Charles Aznavour: amicizia e collaborazione consolidate nel tempo
Nini Maria Giacomelli in una foto di pochi giorni fa con Charles Aznavour: amicizia e collaborazione consolidate nel tempo (BATCH)
18.09.2016

Acrobata della parola, artista dell’incontro, scrittrice nella musica. Nini Giacomelli potrebbe vantare una quantità industriale di opere di qualità: canzoni, sceneggiature, ricerche didattiche, iniziative culturali di vario genere. Potrebbe, ma non ne ha il tempo. Dallo Sciamano a Pitoon, un progetto via l’altro. Senza sosta. Fra orizzonti nazionali e radici camune.

«Il fatto è che la mia fantasia lavora così, incessantemente, fin da quando ero piccola - racconta -. Io scrivevo e obbligavo Cicalina, la mia migliore amica Anna, a sentire i miei racconti sulle scale. Si giocava per strada. Leggere, leggere, leggere: i libri non bastavano mai».

Chi le ha trasmesso la passione per le arti?

Mio papà Pietro. Portiere d’industria, ebanista a domicilio, amante di fiabe e burattini, prima di addormentarmi non mi raccontava solo le storie di Andersen: se le inventava. Mi portava a boschi, per funghi. Così a 12 anni vedevo gli gnomi e non pensavo ai morosi.

A scuola come andava?

Sono sempre stata ribelle. Avevo una maestra, Franca Pezzucchi, la stessa che ha avuto 5 anni dopo la mia amica Bibi Bertelli: ci faceva dire le preghierine e faceva le differenze. Così il mio spirito anarchico si è sviluppato ben bene, fin dai primi anni in classe a Breno.

Cosa le piaceva?

Vedere film, leggere libri, ascoltare musica. Quello che si poteva: la televisione l’ho avuta a 13 anni, quindi mi godevo i cartoni animati e andavo al cinema Manzoni dove c’era, letteralmente, quel che passava il convento. Amavo i dialoghi, le parole, anche nelle canzoni. Con mia zia Benve(nuta) si giocava al gioco delle rime.

Cosa ascoltava?

De André. Poi tutti gli altri cantautori. Ho avuto la fortuna a 23 anni di frequentare gli artisti del Club Tenco. Lì le conoscenze si sono ampliate molto. Sono cresciuta con le canzoni di Battisti.

Esiste un punto di svolta?

È nato tutto da una scommessa con le amiche. Leggevo Cioè, Il monello, e lì c’erano gli indirizzi di artisti veri. Ma allora c’era una certa etica anche fra i fan, a suonare il campanello. Ora è tutta una invasione di campo. Comunque oltre agli indirizzi pubblicavano i testi delle canzoni. E pensavo, leggendoli, con un po’ di presunzione: Così posso scrivere anch’io. Eravamo in pausa mensa, io e le colleghe dell’allora Usl: mi hanno messo due fogli in mano, mi hanno indicato una stanza e mi hanno detto Esci solo quando hai finito di scrivere. L’idea era di spedire qualcosa a quelle riviste e vedere il risultato. Ho scritto del primo ragazzino, perché dopo gli gnomi avevo scoperto cose più interessanti. Due strofe, un ritornello.

Aveva dimestichezza con la musica?

Non suono strumenti e non so leggere uno spartito, ma mi consola condividere il problema con Mogol: ho un buon orecchio, qualcuno dice assoluto. La metrica non è un problema. Ho chiuso la busta e il primo indirizzo che ho visto era quello di Ornella Vanoni. Ho mandato il testo, era il 1981. Dopo 15 giorni mi han chiamato da Milano, per un appuntamento in Cgd. Allora ho sentito un mio parente che vive lì: Per favore accompagnami, mi stanno facendo uno scherzo. Invece era una cosa serissima. Piaceva come scrivevo. È uscito il disco con la Vanoni prima che facessi l’esame Siae: bisognava parodiare un testo esistente e mi capitò Endrigo, Come stasera mai. A prepararmi furono Sergio Bardotti, che produceva la Vanoni, e Chico Buarque, che collaborava con Bardotti. Io l’avevo presa alla leggera, non mi interessava granché, fosse finita non avrei avuto traumi.

Andò bene.

Poi Sergio Bardotti è diventato mio compagno di vita. Persona dolcissima, coautore esigente. Stavamo anche 14 ore su un singolo aspetto. Un maestro esigentissimo. Mi dava molti compiti a casa, su Brassens, su Brel. Poi li abbiamo tradotti, i francesi, come i portoghesi. Ho lavorato con Bacalov, Buarque, Aznavour che sono andata a trovare l’altro giorno: non lo vedevo dal 1995. Ci siamo abbracciati e in quell’abbraccio c’era tutta una vita.

La canzone, fra le tante, di cui va più orgogliosa?

Direi L’inventore, cantata da Ornella Vanoni. Una storia reale, nato in una notte reale. Poi Amico è. Storie diverse, momenti bellissimi. Per Spirito della terra, il disco di Dario Baldan Bembo, era venuto a trovarci Renato Zero: registravamo in un prato, con uno spazio affittato da Caterina Caselli. Il coro era composto da amici. C’erano mosche e topolini di campagna a farci compagnia. Un clima goliardico... Indimenticabile. Allora usava così. Poi Grazie perché: così ho conosciuto Gianni Morandi, grandi mani e grande cuore. E con Aznavour, Le barche sono fuori e Io bevo. E non scordo la canzone che non abbiamo potuto fare, Ti voglio dire addio, perché una versione era già stata depositata da perfetti sconosciuti. Quando è venuto a mancare Bardotti, il Club Tenco ha fatto un disco con canzoni sue, alcune realizzate con me. E quel pezzo che con Aznavour non si era potuto pubblicare è comparso cantato da Ranieri con Bollani al pianoforte. Mi piace molto.

Autrice dal 1981, direttrice dal 1988.

Fondare il Centro Culturale Teatrale Camuno è stata una bella sfida. In Valle Camonica vedevano il mio spot di Amico è in tv e si domandavano se potessi fare qualcosa. E avevo reincontrato Bibi Bertelli, che era reduce da esperienze infelici con quel mondo marcino milanese che mi ero risparmiata. Un ambiente che illudeva e pelava soldi. Volevo evitare ai ragazzi esperienze così. Perché non li portiamo su in valle? mi sono detta. Così è nato il centro.

E poi, con Bibi Bertelli, nel 2005 è nato il festival «Dallo sciamano allo showman».

Una rassegna che negli anni ha trovato tanti amici preziosi, buon ultimo Francesco Guccini. Il festival non è più nostro, ormai appartiene alla valle. Bardotti era stato direttore d’artistico. Mi hanno aiutato, sempre gratuitamente, il Club Tenco e anche Sergio Staino. Così ho potuto portare avanti anche un secondo progetto, Pitoon.

Soddisfatta?

Posso dire di sì. Anche se dalla politica nella valle mi aspetterei altro: vorrei che si superassero simpatie e antipatie, tessere e clientele. Io lavoro gratis, raramente c’è un rimborso spese. Non servirebbero elargizioni, ma un riconoscimento. Un sostegno.

Cos’ha in serbo ora?

Dalla collaborazione con il festival catalano Cose di Amilcare nascerà un cd con Guccini, che potrebbe pure cantare. A una certa età è difficile, Aznavour è un’eccezione, molti si ritirano. Guccini predilige la scrittura, come Buarque. Ma potrebbe esserci una chicca... Guccini si è dato tanto. Lo vedo entusiasta. Sicuramente ci sarà un brano per ogni cantante straniero che si è esibito in Valle Camonica. Istituzionalizzeremo il binomio fra Barcellona e il Club Tenco. E ci sarà anche una tournée. L’uscita del disco è prevista nel 2017. Poi mi dedicherò a Pitoon: con Pigi, Alessio Lega, Max Manfredi ho in mente un corso gratuito sulla canzone d’autore, sempre legato ai pitoti.

Cosa le piace fare adesso?

Amo sempre giocare con le parole, lavorare con le rime. Purtroppo l’editoria è diventata una cosina sporca. Tanti scrivono bene e non riescono a pubblicare. È un mondo simile, ormai, alla discografia. Difficile rompere le barriere per arrivare a scrivere per la Pausini... Ci sono compartimenti stagni voluti da chi ha investito soldi nell’artista. Una volta si lavorava per vasi comunicanti, era bello, adesso guai a far entrare mezza idea: gli ambienti della musica sono asettici, si è persa la poesia. Ma il mondo ha bisogno di poesia. Io cerco i posti giusti per provare a farla.

E cosa la ispira, oggi?

Ascolto jazz. Amo Coltrane. Apprezzo la Mannoia, Fossati. I classici, che non passano mai di moda.

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