«Un giorno Brescia
capirà cosa ho fatto
per il suo teatro»

Cesare Lievi: nel 2009 Premio Ubu con «La badante» (per il testo), è professore di Regia all’Università degli Studi di Milano
Cesare Lievi: nel 2009 Premio Ubu con «La badante» (per il testo), è professore di Regia all’Università degli Studi di Milano (BATCH)
16.07.2017

Il cammino che ha compiuto è tale da farne un libro. Ed è stato fatto. Senza nostalgie però, perché la strada da fare è ancora lunga. «È appena cominciata», racconta Cesare Lievi. Viaggiatore e poeta, regista e drammaturgo. Una lunga militanza teatrale, fra palco e vita. «Percorso molto fortunato, ma anche molto doloroso», confessa, ripensando a ciò che è stato. E sorridendo all’idea di ciò che potrà essere.

«Un teatro da fare»: l’intervista curata da Lucia Mor, e tradotta nelle 200 pagine già presentate nel ridotto del Sociale, svela innanzitutto una grande voglia di vivere.

È vero. È così. Io sono nato e cresciuto a Gargnano, poi sono andato nel mondo. Le origini sono fondamentali, ma girare mi piace, non mi spaventa.

Cos’è per lei il teatro?

Un gioco infantile diventato una passione prima, un lavoro poi. Ed è prerogativa di pochi, poter tramutare il gioco in lavoro. Tanto più che non ho seguito vie ufficiali, non ho frequentato scuole, ho costruito subito la mia piccola compagnia con gli amici.

Daniele, suo fratello, è stato scenografo, architetto di scena, costumista. Insieme formavate un corpo unico, indissolubile.

In Germania si parlava sempre di fratelli Lievi, il nostro lavoro era visto come qualcosa di compatto. Quando Daniele morì, là si scrisse «Vladimiro ora è rimasto solo». Si riferivano a me, citando Beckett e il suo Aspettando Godot. Ma si sbagliavano. E sa perché?

No, me lo dica.

Perché Daniele non è morto. I tedeschi questo non l’avevano considerato! Ma come potevano? E invece... Daniele vive in me. La gente non muore. Non c’è la morte, ci sono i cadaveri. Sia chiaro, io non credo all’eternità. Ma l’energia, quell’impulso profondo... rimane dentro le persone che ci stanno vicino.

Brescia, centro del suo mondo teatrale per tanti anni. È stato direttore artistico dal 1996 al 2010 del Ctb: che avventura è stata?

Ho cercato di valorizzare la drammaturgia contemporanea europea, di abbattere le barriere fra forme d’espressione tradizionali e sperimentali, di fare spettacoli in spazi non strettamente teatrali, volendo allargare il pubblico. Ho cominciato con le regìe per il Ctb quando Tino Bino era presidente e Renato Borsoni direttore. Poi... quattordici anni di esperienze intense, a volte negative, spesso positive.

In Friuli invece è stato due anni, sovrintendente e direttore artistico per la prosa del Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Che ricordo conserva?

Ho lavorato lì nel 2010 e nel 2011. Ora, l’Italia è già provincia. Brescia è provincia della provincia. Udine è provincia della provincia nella provincia... Quando sono tornato in Italia, dopo le esperienze all’estero maturate già negli anni ’80, avevo acquisito un’altra mentalità. Ero abituato a città come Amburgo, Berlino, Vienna, Francoforte. A Brescia mi sono adattato e son stati 14 anni, nel complesso, meravigliosi. Non hanno ancora capito, i bresciani, cosa abbiamo fatto in quel periodo per il teatro. Alcuni lo sanno benissimo, molti altri lo capiranno poi. Ma sono soddisfatto, davvero, di quello che ho fatto per la mia città.

Si ricorda com’era cominciato tutto?

Certo. Ho iniziato a Gargnano nel 1979, trasformando due stanzoni disadorni nel «Teatro dell'Acqua». Nel 1984 eravamo alla Biennale di Venezia, l’anno dopo a Francoforte. Adesso passo molto tempo dell’anno fuori dall’Italia. Peraltro, il teatro che c’era quando ho cominciato non esiste più. Esiste, semmai, il tentativo di fare ancora quel tipo di teatro. Ma l’autorità intellettuale che servirebbe non si trova facilmente. Non ci si riesce più. Si insegue la spettacolarità, si privilegiano gli effetti speciali. L’idea di teatro come luogo in cui gruppi di persone si incontrano, riflettono su stessi e sul mondo che li circonda, entrano in contatto e colloquiano con il passato... Non c’è quasi più, è sparita anche quella. L’idea stessa.

Un problema di proposte o di pubblico?

La gente va poco a teatro. Non c’è più interesse per Shakespeare. La società procede in un’altra direzione, speriamo che sia positiva. Ma il teatro non è più vissuto come un’esigenza. Di solito, ormai, è un bisogno di chi lo fa, non tanto di chi ne usufruisce. Non è più una necessità sociale, ha perso quella valenza.

Cosa pensa del nuovo corso del Ctb, presieduto da Camilla Baresani?

Non posso e non voglio dare un giudizio: non ho gli elementi per farlo. Ho incontrato una paio di volte il direttore Bandera: mi è parso più che capace, cerca di tenere in pugno la situazione e mi sembra si stia muovendo bene, meglio di Angelo Pastore che lo ha preceduto.

I suoi progetti la portano lontano dall’Italia.

L’anno scorso ho portato avanti 7 lavori in Europa, quest’anno 3. Ho scritto e diretto «Il giorno di un Dio», coproduzione di Klagenfurt Og, Teatro di Roma ed Emilia Romagna Teatro: sono 12 scene in ricordo di Martin Lutero, la prima è in programma il 5 ottobre a Klagenfurt, fino a metà novembre saremo in Austria, poi da gennaio 2 settimane a Roma, 2 settimane in Emilia Romagna. Avrò un altro spettacolo mio a Vienna, «Tristano e Isotta», con la direzione di Adam Fischer.

Quante lingue parla?

L’italiano, il tedesco, il francese, il portoghese. Leggo l’inglese meglio di come lo parlo. Leggo anche spagnolo e olandese. Io mi sento, comunque, un cittadino del mondo. Se il teatro ha una funzione, è quella di superare l’angoscia delle lingue usandole. Purtroppo normalmente è difficile capire cosa succede, per esempio, in Ungheria, perché ben pochi sanno l’ungherese. Invece si guarda sempre alla lingua degli inglesi, che peraltro nemmeno vogliono far parte dell’Unione europea.

Visto da un punto più o meno lontano dell’Europa: Brescia sta davvero diventando una città della cultura?

Ma lo si dice da sempre! Lo si diceva anche ai miei tempi. Vorrei fare un discorso serio. Basta parlare di cultura senza sapere cos’è, attribuendole una funzione che non ha, giustificando in questo modo l’operato dei politici. La cultura non è un toccasana, una medicina, tantomeno una pozione magica. Bisogna domandarsi cos’è e chiedersi se giochi davvero quel ruolo, la cultura nella nostra città. Poi occorrerebbe predisporre un piano di intervento. Serve un investimento, in termini di denaro, potente. In generale anche Roma spende pochi soldi per la cultura. È l’Italia fatta così: all’estero i budget sono più generosi. Servono 30-35 milioni, per diventare una capitale della cultura di livello europeo. Altrimenti non si sa di cosa si sta parlando.

L’ultimo spettacolo visto?

Il saggio di fine anno del Piccolo, tratto da Elio Vittorini, «Uomini e no». Ho trovato i ragazzi molto bravi, simpatici, vivi. Lo spettacolo stantio, invece.

Lei ha avuto o ha un maestro? Una figura guida?

No. Mai avuto maestri. Ho sempre cercato di dialogare con persone grandi, importanti. Ho sempre voluto imparare, senza porre in atto il rapporto allievo-maestro. Preferisco una relazione più ribelle, anche un po’ selvatica. A istruirmi sono state le idee, molte, più delle persone.

Condividi la notizia