«Torno sul lago,
faccio un disco e...
riformo gli Scisma»

Paolo Benvegnù, cinquantuno anni, sul palco del Belleville Rendezvous di Paratico che torna ad ospitarlo questa sera (dalle 21.15)La Traviata: al Grande FAVRETTO
Paolo Benvegnù, cinquantuno anni, sul palco del Belleville Rendezvous di Paratico che torna ad ospitarlo questa sera (dalle 21.15)La Traviata: al Grande FAVRETTO (BATCH)
18.12.2016

L’uomo non è cambiato. Neanche la velocità del suo cuore.

Paolo Benvegnù vive, da sempre, la dimensione di chi non ama far (di) numero. Oggi come vent’anni fa, quando iniziava a scrivere una pagina sua, originale e preziosa, nel canzoniere della musica italiana. Non bada alle cifre, non colleziona pubblicazioni, scrive e suona solo quando sente il bisogno di farlo. Ora ripercorre la strada che conduce «dagli abissi allo spazio», attraverso l’arte, senza voltarsi mai indietro. Un pluripremiato percorso solista stasera lo riporta nel Bresciano, al Belleville Rendezvous di Paratico. E presto lo vedrà plasmare un nuovo progetto con gli Scisma. Perché gli Scisma si riformano davvero.

Non solo per un concerto o due.

Pronti a ripartire da un album di inediti.

«Sono giorni intensi, e lo saranno anche i prossimi mesi - prevede Benvegnù -. Sto lavorando al mio nuovo album. E sono felice di tornare sul Sebino, io che da gardesano adoro il lago».

Stasera al Belleville sarà guest-star di Fabio Cinti, dopo Matteo Trevisan, con il live painting di Andrea Spinelli: l’apoteosi della rassegna «#Isoldisonofiniti». Che spettacolo sarà?

Devo servire birra al bancone, no? L’altra volta, con Giorgio Canali, finì così... Stavolta al Belleville sono contento di affiancare Fabio. Bravissimo. Aveva 700 pezzi, l’ho aiutato a scegliere. Non ti preoccupare se non ci sono i soldi, gli ho detto: facciamo tutto a casa, tu mixi meglio dei fonici... Cercherò di suonare qualche accordo giusto, ma basterebbe ciò che sa fare lui.

Il suo mondo è lacustre.

Sono portato per natura verso il lago. Pensare che sarei nato a Milano. Ma mia mamma, Rosa, è nata sul Garda. Mio padre, Mario, l’ho perso presto. Dai luoghi del sottoproletariato milanese ho cercato orizzonti più ampi, con uno sguardo libero. Scendere da Salò e vedere il panorama... Non è come vivere in città. Ho lasciato Milano per questa mia predilezione, nel 1990. Avevo 25 anni. Mi sono diretto a Toscolano, sono venuto a vivere a Cecìna. Poi la vita mi ha portato altrove, ma torno sempre con gioia. Il lago e non la città: la prima scelta di campo nella vita. Volevo smettere di soffrire.

Determinante l’incontro con Michela Manfroi.

Sì. Michela è stata decisiva anche nella nascita degli Scisma. E con suo fratello Stefano, i suoi parenti, gestivamo un bar a Gargnano. Era la quotidianità.

Il primo strumento musicale? Chi gliel’ha regalato?

Ho risolto da solo. Avevo questa passione. Negli ultimi anni milanesi io e Michela suonavamo. La musica è nata come piacere, poi è diventata una straordinaria ossessione. L’arte come modus operandi nella vita. Sul Garda ho avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie e da quell’incontro sono nati gli Scisma.

«Bombardano Cortina». «Rosemary Plexiglas». «Armstrong». Tre passi avanti in cinque anni, nella seconda metà degli anni ’90, prima dello scioglimento nel 2000. Poesia che ha fatto la storia dell’indie rock italiano.

Procedevamo per obiettivi. Ero ossessivo compulsivo. L’energia doveva confluire. Era la conquista primigenia delle idee che diventano canzoni.

Avete lasciato il segno, ma non siete stati seminali: troppo diversi da tutto.

Eravamo unici in quanto summa di sei ingenuità. Io ho aspettato a lungo il momento di tornare a scrivere pezzi per gli Scisma. L’anno scorso ci siamo riuniti per qualche concerto e ne abbiamo fatti due a Brescia, alla Latteria Molloy, nell’ottobre del 2015. È stato un divertimento. La risposta del pubblico è stata notevole, il piacere di ritrovarsi naturale. Adesso anche i tempi per un’interazione che diventi disco sono maturi.

Al tempo di «Armstrong» la Emi vi voleva non boy-band, ma gruppo generazionale di sicuro. Se potesse tornare indietro?

Non è fra i miei rimpianti, il modo in cui reagimmo. Pensavamo di essere già vecchi. Questione di attitudine. Noi, paladini di una certa maniera di vedere le cose... No, non rinnego nulla. Ho un altro rammarico: mi spiace non essere stato all’epoca così maturo da capire quanto fossi fortunato. Ho dato per scontata la presenza al mio fianco di persone meravigliose.

Gli Scisma furono fra i gruppi scelti per le «Registrazioni moderne» di Antonella Ruggero: la fotografia di un periodo eccezionale per il rock italiano. Irripetibile?

Viviamo un dramma di costume. Non vorrei scomodare il maestro Battiato, ma quante stupide galline che si azzuffano per niente. Così evapora l’autorevolezza. Con il desiderio di ottenere spazi propri senza fatica. Ho colto il problema in un pezzo di Emis Killa: Il king è mio papà... Il senso delle cose, oggi.

Agnelli a «X Factor». Benvegnù farebbe il giudice in un talent-show?

No, non lo farei. Non è musica. È altro. Contenti loro.

Il pezzo degli Scisma di cui va più fiero?

«Simmetrie»: racconta come sapessimo piegarci l’uno verso l’altro. Mi ricorda le prove di sabato pomeriggio, e del martedì notte. La nostra poetica. Qualcosa che ai giorni nostri sembra non esistere più.

Quattro album solisti: «Piccoli fragilissimi film», «Le labbra», «Hermann», «Earth Hotel». Consensi, premi. Anche qui: se dovesse scegliere un pezzo, a rappresentarla?

«Io ho visto». Su «Hermann». Il mio manifesto.

«Lo stesso sogno / nelle tue mani». Il prossimo disco?

Arrivo prima con quello solista. Uscirà a marzo, si intitolerà H3+. La mia ossessione verso l’universo e stelle produrrà un disco di fantascienza: protagonista, un astronauta che precipita in serenità. Non c’è morte, c’è solo trasformazione. Consolante. Siamo polvere di stelle. Il suono sarà insospettabile. Si parte da rumori elettronici, da complicati provini armonici. Suonare il disco in diretta ha fatto diventare tutto più fisico e carnale.

Dopo questa uscita, l’album con gli Scisma.

Sì. Ne abbiamo parlato. C’è prontezza, sulle sponde del lago di Garda.

Cosa le va di fare ora?

Mi piace cantare. Mi sciolgo nel canto, senza furbizia. Anche quando potrei usare malizia.

Indimenticabile, per chi c’era, un suo concerto al Lattepiù: stremato dalla bronchite, non riusciva a parlare. Ma cantò tutto e la portò a casa.

Non dimentico nemmeno io, no. Un vecchiardo sa capire come respirare... Per trovare le stelle.

Milano, Toscolano, Gargnano, Firenze, Prato, Arezzo. Ora dove vive?

A Città di Castello, in Umbria. Sempre lontano dalla metropoli.

Lungo il suo percorso, ha valorizzato talenti. Come Gianmarco Martelloni, Alessandro Stefana.

Gianmarco è uno dei crucci della mia esistenza: uomo e professore meraviglioso, da artista ha scritto cose bellissime, ma non abbastanza poco riconosciute. Perché questi tempi registrano un’adesione di massa verso l’idiozia. Quanto a Stefana. Non ho fatto niente per Asso, io. Era un predestinato, lui. Noi Scisma l’abbiamo solo caricato sul furgone. Se ti va, vieni con noi. La prima cosa che ha fatto, una tournée in Polonia: mi dava una mano ad accordare, conosceva le mie parti meglio di me. Un talento enorme, a 16 anni. Ora suona con PJ Harvey. Lo penso come un albero: le radici profonde, le fronde verso il sole. Non è legato agli abissi, come me.

Cosa ascolta, ultimamente?

Non ho autoradio: mi hanno appena regalato una vecchia Fiat del ’94, una Punto bianca nello spazio... Ascolto poca musica. Troppa muzak in giro, per citare Lennon. E allora preferisco Piazzolla, Tortoise, Morricone. Il primo astronauta: Bach.

Al cinema?

Ri-esco poco. In tv amo «Boardwalk empire». Steve Buscemi è fantastico. Mi balocco fra cinema e letteratura, con piglio storico. Cerco quello che non c’è. Potessi scegliere chi intervistare, andrei su Aldo Busi. Un genio all’altezza di Celine. Se lo sente, per favore, gli dica che in Etruria c’è qualcuno che lo ammira tanto.

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