«Roma? No, Ghedi
E Brescia è la storia
che vi racconterò»

Un Arlecchino in bianco e nero: Fausto Cabra in «Donne gelose» di Giorgio Sangati, al Teatro Sociale di Brescia dal 22 al 26 febbraio
Un Arlecchino in bianco e nero: Fausto Cabra in «Donne gelose» di Giorgio Sangati, al Teatro Sociale di Brescia dal 22 al 26 febbraio (BATCH)
29.01.2017

Una sola parola: «Perseveranza».

La chiave del film che in questi giorni spiega al mondo la nascita dell’impero McDonald’s (The Founder) è anche il segreto del successo di Fausto Cabra. l’astronauta del teatro italiano.

Bresciano di Ghedi, classe 1979, poteva laurearsi in ingegneria aerospaziale. ha sviluppato la sua creatività in altro modo, sbarcando sui palchi con la forza di un approccio alieno: tranquillità massima, la performance come punto di arrivo di un processo che considera il talento scenico solo uno dei meccanismi utili. Prima di tutto, l’analisi. Capire dove si è, con chi, cosa si può fare per convincere e coinvolgere.

«Io non uso l’istinto - chiarisce -: anzi, ricorro alla logica anche per accedere al mio lato irrazionale. Per potermi lasciare andare, prima devo avere la situazione sotto controllo. Non ho mai avevo un talento preponderante, sono sempre stato medio in tante cose. Il teatro mi permette di valorizzare questa mia medietà. Qualcuno è attore e stop, non potrebbe fare nient’altro. Io non sono così. Compenso con le mie capacità matematiche, con il mio pensiero progettuale. Il mio essere attore è traversale, va oltre le doti interpretative, richiede coscienza. Devo poter leggere la situazione, soppesare punti di forza e di debolezza, valutare cosa si può modificare e cosa no. Per liberare l’istinto ho bisogno di passare dalla ragione».

Riconoscimenti a pioggia, strada in discesa da subito, carriera in ascesa costante: il metodo Cabra funziona.

La strada mi è venuta incontro, come un frutto che per essere colto chiede solo di allungare la mano. Però io l’ho allungata.

In casa si recitava?

No, in famiglia non c’erano attori. Io ho cominciato per gioco, all’oratorio di Ghedi. Recitare era un altro modo di giocare.

Recitare come giocare: l’inglese «to play».

Difatti. La recita come un gioco. La vita. Poi ho abbandonato per un po’. Avevo iniziato ingegneria aerospaziale.

E se fosse diventato ingegnere?

Chissà. Ma è andata diversamente. E l’ho voluto.

Da ingegnere ad attore. Come ha fatto?

Ero ormai vicino alla laurea quando un giorno, d’estate, la mia amica Silvia Mazzini, che adesso insegna filosofia all’università di Berlino e collabora con me come drammaturga, mi disse che c’erano dei provini per attori. Perché non provare? Li organizzavano due scuole di teatro. Fui preso da entrambe. Dissi sì al Piccolo di Milano, che a sua volta ne aveva scelti 25 su 1100. L’altra scuola, 18 su 500. Mi sembrava la strada da percorrere. Scelta azzeccata: pareva in salita, ma dietro l’angolo c’era la discesa. È andata bene.

Mai pensato di tornare indietro?

Mai. Mi mancavano 3 esami per la laurea primo livello. Sarei diventato ingegnere. Invece devo tanto a Silvia, che dovette insistere parecchio per convincermi.

Tanti spettacoli, tanti maestri. Cosa e chi hanno segnato il suo percorso nelle tappe fondamentali?

Ho fatto incontri felici. Il primo da citare è senz’altro quello con Ronconi. Ho cominciato con il progetto Masterclass che dirigeva. Mi ha voluto per I soldati, mi ha indicato la via quando mi sono laureato come attore. Ci siamo anche scontrati, quando ho deciso di lavorare con Ricci e Forte per Troia’s discount, dieci anni fa. Volevo cimentarmi col teatro performativo, mentre Ronconi mi voleva per La Calandria, per la sua laurea ad honorem. Io ero curioso, dopo tre anni di Ronconi, di andare altrove e vedere cosa c’era in giro.

Ronconi come la prese?

Non bene. Me l’ha fatta pagare. Poi ha riconosciuto il valore della mia autonomia. Ha voluto Troia’s discount al Piccolo. Ci siamo ritrovati, sono stato in scena nel suo ultimo spettacolo. E mi ha detto di aver apprezzato, in seguito, quel mio spirito indipendente.

L’insegnamento più prezioso di Ronconi?

Tanti. In Lehman trilogy consigliava di non esagerare, di fare meno e lasciare che il pubblico si distraesse. Procedendo per sottrazione, sono poi gli spettatori a sceglierti. Una grande verità.

Gli altri suoi maestri fondamentali?

Cecchi, Longhi, Proietti. E Martone. Un’esperienza molto forte, quella vissuta con lui: era appena morto Ronconi, due anni fa, e incrociare subito dopo un altro maestro, con un altro universo, mi spaventava. Invece, accanto a Paolo Pierobon che rappresenta l’elemento di continuità, grazie anche a una struttura come quella dello Stabile di Torino con cui collaboro spesso, è maturato un incontro di sensibilità sorprendente. Martone mi ha collocato in Morte di Danton. È analitico, razionale, ha molti riferimenti culturali. Mi piace, questo approccio.

Non solo teatro. E non solo attore.

Il fatto è che dopo un po’ io m’annoio. Finisco uno spettacolo, mi dedico alla grafica. Il mio lavoro è l’attore. Sono un interprete. Gli altri sono giochi. Come regista non ho niente da perdere. Se me lo lasciate fare, al limite sbaglio... Mi cimento così, senza ansia da prestazione. Voglio mantenere questo approccio amatoriale, parola che amo perché contiene, appunto, il concetto stesso di amore. La professione a volte incancrenisce, perché devi pur sopravvivere. Ma in me sopravvive una curiosità di fondo verso gli altri mezzi.

Qual è la maggiore differenza fra palco e set?

In teatro ho fatto più di 50 spettacoli, al cinema ho meno esperienza. E mi irrigidisce, è più artificioso. Non è come il teatro, non ti butti in un viaggio di 3 ore in cui giochi con il pubblico che gioca con te. Nel cinema registri un minuto, stacchi e chissà quando e come riattacchi. Regìa e montaggio sono decisivi, in un secondo momento. Non è un viaggio. Il rapporto con gli spettatori non è diretto, non vale il patto di complicità con gli spettatori che bypassa le paranoie di verosimiglianza. A teatro puoi morire sfogliando un fiore e il pubblico ha deciso di credere con te che sia possibile. È qualcosa di creativamente, empaticamente, infinitamente più forte.

Con chi si è trovato bene a far film? Con chi vorrebbe lavorare?

Mi sono sentito molto curato, ascoltato, aiutato da Paolo Franchi, per Dove non ho mai abitato. Chissà come sarebbe con Martone...

Quali colleghi stima di più?

Gli amici di Lehman trilogy sono tutti punti di riferimento. Pierobon Gifuni, Popolizio, Ciocchetti, Esposito, De Francovich... Vorrei recitare per Declan Donnellan. Poi mi piaccciono Marinelli, Germano.

Cosa l’aspetta adesso?

Sono al lavoro con il Ctb. La prossima stagione si aprirà in autonno con I due gentiluomini di Verona, commedia shakespeariana diretta da Giorgio Sangati. Io sarò fra gli interpreti, come già a fine febbraio per Le donne gelose goldoniane, sempre con la regìa di Sangati. L’altro progetto, Evolution city show, mi vedrà regista e sarà una vera sfida, una scommessa fatta con il direttore Bandera: 5 spettacoli da 2 ore l’uno, incastrati in contemporanea, con 10 palchi itineranti fra piazza Loggia e via Musei, per ripercorrere 2600 anni di storia di Brescia. Un viaggio senza precedenti. Il pubblico sceglierà cosa vedere: per ogni spettacolo le stesse regole, ma diverse linee evolutive. Ci si sposterà attraverso una realtà aumentata, con le cuffie alle orecchie: narreranno una macrostoria e accompagneranno nelle 5 performance, che prevedono altrettanti cast. Un progetto complesso, un gioco affascinante. La scelta più difficile per il pubblico sarà decidere a cosa rinunciare. Un senso di impotenza verso la storia, quell’inafferrabilità che è parte del progetto stesso. Poi, volendo, chi è interessato potrà vedersi tutti e 5 gli spettacoli, di sera in sera. La mitologia di Brescia collocata nella memoria collettiva della storia d’Italia. Accadrà dalla fine di giugno agli inizi di luglio, per 2 settimane di repliche, forse 3, col sostegno di Comune e Regione.

Ma le rimane un po’ di tempo libero?

Un po’ di Risiko, qualche film al cinema. Il mio lavoro è già il mio hobby. Poi, corro. Un’ora, tutti i giorni.

Da Ghedi è partito e a Ghedi torna ogni volta: una scelta di vita?

Sì. Non mi sono trasferito a Milano o a Roma, come tanti colleghi. Stare con gli amici d’infanzia, quando non lavoro, mi ridimensiona la vita. E a Ghedi ritrovo ogni volta la mia dimensione degli affetti.

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