«Roma, i Caraibi o Montecarlo?
Io scelgo il Garda»

Valerio Merola: porterà in tour uno spettacolo di parole e musica dedicato all’amore e alle donne con il violoncellista Giuliano Papa
Valerio Merola: porterà in tour uno spettacolo di parole e musica dedicato all’amore e alle donne con il violoncellista Giuliano Papa
17.06.2018

Fresco di compleanno (era l’altro ieri: auguri!), sfoggia il sorriso di chi saprebbe sembrare in vacanza anche in metropolitana a Milano nell’ora di punta. Questione «di serenità». E di saper vivere. Valerio Merola ne ha viste tante e ha tanto da raccontare. Potrebbe intrattenere anche il gruppo di francesi appena parcheggiati dal loro pullman turistico al ristorante («Saprei farlo anche senza conoscere la lingua, certo»), perché il mestiere affinato sui palchi in giro per il mondo nasce da una vocazione («Già da bambino facevo il presentatore alle recite scolastiche»). Perché ha idee chiare su cosa gli piace. Per esempio il lago di Garda, per esempio l’universo femminile. Il suo paradiso: scegliersi Sirmione come base, progettare qui uno spettacolo itinerante sull’amore universale. «Ah l’Amour… 49 sfumature di donna»: con Giuliano Papa al violoncello e Dino Rosa alla fisarmonica. Liriche e aforismi da Prevèrt a Robin Williams, fra amore sacro e amor profano. Un dialogo tra riflessioni e musica, luci e colori, mentre «la parola si veste di suono». Sabato prossimo alle 21 il debutto al Cortile Palazzo Barbieri di Padenghe.

Merola, ma come sono le donne gardesane?
Io le trovo molto eleganti. Fin dai miei primi tempi, qui. Ho cominciato a frequentare la sponda bresciana a metà anni ’80. Essendo un esteta nato, badavo a quello che oggi chiamano outfit... L’abbigliamento: contava anche allora! E la donna gardesana, sempre con la scarpa giusta, l’accessorio appropriato. Mi colpiva il gusto, l’eleganza naturale, non costruita. Quando ho parlato di un nuovo spettacolo con l’amico Giuliano Papa, ci siamo confrontati sul tema da scegliere per questo lavoro musical-teatrale. Ci siamo chiesti chi nella nostra vita avesse determinato le scelte, le gioie, i dolori.

E si può immaginare che la risposta sia stata un coro.
Assolutamente. Le donne. Le ho sempre amate. Per loro ho pensato e creato il primo talent di sempre, declinandolo al femminile.

«Bravissima», nel 1991: format venduto ovunque, copiato altrettanto.
Io non ho figli, ma di «Bravissima» mi sento padre.

Format nuovo: a chi o cosa s’era ispirato?
Semplicemente, ammiravo le artiste anglosassoni. Showgirl complete, soprattutto le americane.

E cosa le ha ispirato il trasferimento nella terra cara a Catullo?
Io sono nato a Roma, la città della grande bellezza, e ho vissuto a Cuba, e faccio avanti e indietro da Montecarlo. Ma la verità è che solo quando imbocco il casello di Sirmione, provenendo dal mondo, mi sento davvero a casa.

Ha seguito le orme di d’Annunzio.
Sì. È così. Sirmione mi ha catturato.

Anche altri non gardesani sono di casa: Jerry Calà, Roberto Vecchioni...
Sì, ma io ho scelto di stare a lungo qui.

Sul Garda non rimpiange nemmeno i Caraibi?
No, anche se dei 3 anni e mezzo trascorsi là ho ricordi eccezionali. Popolarissimo, direttore della televisione cubana. C’era Fidel Castro, non c’era il rock: ho portato Johnny Hallyday. E poi «Bravissima International», e «Contacto» il primo talk show. Prima mandavano in onda solo soap importate dal Messico e discorsi di Fidel.

Non necessariamente in quest’ordine.
Sì... Dopo poco, all’aeroporto José Martì, è comparso un mio poster ad accogliere i turisti: «Bienvenidos a Cuba». I miei amici italiani rimanevano colpiti, quando atterravano, ritrovandomi in gigantografia.

Tutto questo è arrivato dopo una carriera che in Italia l’ha vista in costante ascesa, fra Rai e Mediaset, prima di Vallettopoli.
Inchiesta finita in un nulla di fatto. Le accuse sono cadute. Ma Gigi Sabani, mio grande amico, ci è morto di dispiacere. C’era stato un accanimento feroce, da parte di tanti.

Si è dato una spiegazione?
Sì. Come diceva Giulio Andreotti: in Italia il successo bisogna farselo perdonare. Ma io non ho mollato. E mi sento un gladiatore.

Chi deve ringraziare?
Mi ha aiutato il grande affetto dalla gente, che ha capito la pulizia di chi non si è mai nascosto dietro a false modestie. Non sono mai apparso diverso da com’ero. Lo sa che con tante piazze, tanta gavetta, non ho mai avuto una serata flop? Ho sempre dato il massimo. Forti motivazioni. Sono sempre stato così. Me lo diceva anche il mio mito.

Chi?
Alberto Sordi. L’ho incontrato a Telethon, che ho presentato per tre edizioni, e volevo inchinarmi, rapito dall’emozione. Ma lui: «Te sei uno forte... Te guardo sempre». Il mio idolo. La felicità!

Per la serie: a posto così.
Soddisfazione enorme.

Come aveva cominciato?
Non sono stati gli studi a condurmi al mondo dello spettacolo, liceo classico Mamiani prima e Scienze Politiche poi, sempre a Roma. Io non sono tutto romano: il nonno paterno era napoletano, la nonna materna parmigiana, cognome Montanarini. Mia mamma Brasili e mio papà Aldo, uomo di cultura con due lauree, alto dirigente della Democrazia Cristiana, mi hanno mandato a studiare dalle suore. Sono cresciuto in mezzo a vescovi e cardinali, monsignori e prelati. A scuola tutti recitavano, io presentavo. Sul palco sto bene, sento l’adrenalina scorrere anche adesso, dopo 35 anni di professione. E mi esalto. «Diavolo di un angelo», come si intitola il mio libro.

Dai «Falchi della notte» ad oggi, opinionista di «Mattino 5». Una lunga strada. Chi gliel’ha aperta?
La mia prima esperienza in tv, con Gbr, è arrivata perché al proprietario sono stato presentato da Ugo Tognazzi e da sua moglie Franca Bettoja. Persone fantastiche. Ero fidanzato di Camilla, che frequentava la famiglia Tognazzi. Era una tv pionieristica. «Portami un’idea vincente»: mi presentai col format dei «Falchi», inventando uno stratagemma per una diretta... differita: non avevamo i mezzi per la diretta pura, allora registravamo il collegamento alle 22.30 dicendo «sono le 22.40», portavamo la cassetta in regìa e 10 minuti dopo la mandavamo in onda.

Un bel giorno ha fatto il presentatore anche al Festival di Sanremo. Un’escalation rapida.
Molto. È sempre necessario un pigmalione. Per me fu Pippo Baudo. Un giorno mi telefonò a casa: «Ciao, sono Pippobaudo, sei molto bravo». Alida Chelli gli faceva una testa così.«Vuoi fare Fantastico? Vieni alla Rai a firmare. Domani». Era il 1984, ero laureato ed ero ufficialmente un professionista dello spettacolo. Ricordo la prima puntata con Elisabetta Gardini, che poi ha fatto l’europarlamentare. Facciamo il collegamento la sera e al mattino trovo centinaia di fan ad aspettarmi fuori dall’hotel. La vita, cambiata.

Ha lavorato con tanti fuoriclasse: il migliore?
Ne cito due: Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Eleganza, professionalità, talento, umanità. Tutto. Senza maschere. E mi volevano bene.