«Racconto l’Italia
che ti dice di sì
ma significa no»

Fabio Volo: classe ’72, ha venduto più di 5 milioni di copie dei suoi romanzi solo in Italia. Mercoledì è in tv su Nove con «Untraditional»Agavi e fichi d’India a Limone
Fabio Volo: classe ’72, ha venduto più di 5 milioni di copie dei suoi romanzi solo in Italia. Mercoledì è in tv su Nove con «Untraditional»Agavi e fichi d’India a Limone (BATCH)
06.11.2016

Si chiama Fabio e «cambierà la vostra vita». Autoironia a pacchi, una serie televisiva innovativa: la formula del nuovo Volo, che racconta l’Italia attraverso sé stesso. È un progetto che profuma d’amicizia e complicità, eppure va a sfondare porte mai aperte.

«Untraditional» dopo l’anteprima su Dplay (l’altro ieri) andrà in onda di mercoledì: nove puntate su Nove, dalle nove (e un quarto, di sera). Fuori dagli schemi, lontano dalle tradizioni, come si addice a un personaggio che si è cucito addosso un mestiere inedito. Fabiovoleggiare significa radio, tv, cinema, dalla musica ai libri. Showman, forse. Intrattenitore, da sempre. Niente male, di sicuro, per un bresciano che ha conquistato Milano «senza nemmeno aver studiato».

«Con Untraditional - spiega Fabio Volo - voglio raccontare il nostro Paese. Voglio essere politicamente scorretto. In Italia tutti ti dicono di sì, ma alla fine non riesci a realizzare quello che vuoi. Ho deciso di svelare questo mistero».

Una serie tv tutta sua. Italiana, sull’Italia. Di questi tempi. Più l’esigenza o il coraggio?

Mi sembrava arrivato il momento di raccontare con un respiro cinematografico una storia tipica di questi tempi, appunto, attraverso me: il protagonista di «Untraditional» sono io, che sogno di girare una serie tv a New York, per trasferirmi là a vivere con la famiglia. Nella realtà ho voluto carta bianca su tutto, ho scritto, diretto e interpretato, sono anche produttore esecutivo. Nella fiction invece è tutto molto più difficile. Quindi un po’ è la mia storia, un po’ no. L’ho covata nella testa per due anni, questa idea di tivù. La verità è che ho cercato un espediente narrativo per raccontare un mondo in cui se hai un sogno, sei ricattabile. L’Italia mica ti dice no, anzi: ti dice sempre di sì. Poi però le cose non si fanno. Si rinviano e intanto tocca fare altro ad uso e consumo altrui, oppure vanno rivedute e corrette e ti ritrovi a ricevere ordini da persone che hanno i soldi, ma magari nessuna esperienza o competenza. E un’idea originale così muore dove è nata.

Tanti gli amici coinvolti, e non mancano i vip: Quentin Tarantino come Gianluca Vialli, Lilli Gruber come Roberto Saviano, Max Pezzali e Vasco Rossi, Emma Marrone e Giuliano Sangiorgi. E ovviamente Francesco Renga.

Siamo amici da tanto, io e Francesco. Chi partecipa alla serie interpreta sé stesso. Poi ho scritto un personaggio dentro ognuno di loro, innestando fobie e manie che nella realtà non hanno. Ho anche fatto recitare persone che solitamente fanno altro, compresa la mia compagna di vita Jóhanna.

Per amore suo ha visto l’ultimo Europeo di calcio con occhi diversi.

È stato divertente, seguire l’avventura dell’Islanda. Jóhanna comunque ha cambiato le mie prospettive, mostrandomi un territorio nuovo. Adesso ho uno sguardo diverso. Mi piace attingere dalla vita reale. Raccontare ciò di cui non si parla. Per la serie ho voluto rifarmi ai tempi d’oro della commedia italiana, che usava parole come cicciona senza problemi. Sarò giudicato? Che importa! Sono in una fase della vita stile Risi, o Monicelli. Quella in cui ti fai scivolare tutto addosso. Con Monicelli, dopo una cena, mi sono trovato in bagno a fare pipì. Si ha sempre un aneddoto dei grandi personaggi conosciuti lungo un percorso: il mio con lui sarà quello.

C’è anche Brescia, nella serie. Quando la vedremo?

Il 9 novembre vanno in onda le prime 2 puntate da 40’, il 16 altre due, poi dal 23 una puntata per volta: la quinta è proprio dedicata a Brescia. Torno da mia mamma, interpretata da un’attrice, e nella mia città ritrovo Renga.

Fabio nato Bonetti e diventato Volo, partendo da Brescia per arrivare in alto. Si ricorda il primo viaggio a Milano?

Certo. Come fosse ieri. La prima volta avevo 14 anni. Andai di sabato, con i miei amici che volevano comprare cose da paninari. Avevamo progettato il viaggio in treno da lunedì. Se penso che oggi vado e torno in giornata, a Brescia da Milano e anche da Roma... Allora fare un viaggio in treno dalla provincia alla metropoli era un evento. Per quanto riguarda il lavoro, ho cominciato a Roncadelle alla Media Records. Prima ancora cantavo al Retrò di viale Piave. A Milano sono venuto nel 1993. Prima esperienza da ricordare, Radio Capital.

Quanto si diverte adesso su Radio Deejay con il suo Volo del mattino?

Tanto. Amo il mio lavoro. Mi diverto in radio come mi sono divertito con la serie: diretta, immediata, potevo cambiare in corsa. Amo fare le cose così.

Francia, Germania, Spagna: i suoi libri hanno oltrepassato abbondantemente i confini.

Qualche romanzo all’estero è arrivato tradotto, sì.

Intorno a lei, al suo successo che è nei fatti, fra programmi visti e ascoltati e libri venduti, c’è sempre un gran rumore. Si è fatto una ragione dei tanti attacchi subiti?

In Italia, se ti metti in evidenza, c’è sempre chi gode a buttarti giù. Quando sei in cima vogliono abbatterti. Ma sono rimasto in piedi e ora mi attaccano di meno. Io cerco di fare cose che abbiano un senso e non siano scontate. Prediligo un registro popolare. Siamo nel Paese che non lo ammetterebbe, magari, ma canta i Pooh sotto la doccia. Voglio raccontare quell’Italia da autore. Purtroppo qui spesso non c’è pazienza. Dalle Iene agli show della Dandini, tanta televisione di qualità all’inizio non faceva ascolti, non funzionava. Oggi le trasmissioni che vanno per la maggiore hanno tutte più di vent’anni. Occorre tanto tempo, tanto lavoro, per ottenere risultati di pregio. Ma il tempo bisogna concederlo, a chi ha qualcosa da dire.

Si è ispirato a qualche serie tv in particolare, per il suo «Untraditional»?

Le ho viste un po' tutte, la serie. A volte cerco la comicità, a volte no. Bisogna anche saper cambiare idea: non ero interessato a «Game of thrones», invece mi sbagliavo. «Game of thrones» è Shakespeare puro. Poi citerei «Breaking bad», «True detective», «Shameless», «Curb your enthusiasm»... A livello di qualità, di classe, per sceneggiatura e interpreti le serie sono come film, ormai.

Quando viaggia in auto, che musica ascolta?

Io l’auto non ce l’ho. Ma se l’avessi, ci sarebbe un disco di Nick Drake. I miei generi preferiti sono country, folk, rock, electro. Tanta di questa musica è finita nella serie. Sono un precursore di Spotify, nel senso che pratico lo sport delle playlist in base all’umore ormai da anni.

La sua brescianità è nota. Ma esattamente in cosa consiste?

È sinonimo di praticità. Dopo 20 minuti di riunione, scende in campo la nostra parte concreta: Va bene tutto, però veniamo a segno... C’è poi quell’altra cosa, la capacità di farsi scivolare le cose addosso racchiusa nella parola enculet. Sappiamo ironizzare e andare oltre, senza farci troppi problemi.

A chi sente di dover dire grazie?

Innanzitutto a Silvano Agosti. Gli devo tanto. Silvano mi ha insegnato tanto, mi ha trasmesso l’amore profondo per la lettura, facendomi conoscere un gran numero di autori. E poi Claudio Cecchetto, Beppe Caschetto, Davide Parenti. E... Nick Drake: sono grato, voglio dire, anche a chi non ho conosciuto personalmente, ma con la sua opera mi ha saputo colpire.

Quando torna a Brescia?

Non lo so. Ma quando torno vado da Monica, alle Cavrelle, su in Maddalena, a mangiare il pollo ai ferri. Per lavoro, quando uscirà il libricino legato alla serie tv verrò sicuramente a parlarne anche nella mia città.

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