«Poeta in America:
il secondo viaggio
senza vento...»

Enrico Ghedi: 51 anni il 29 novembre, tastierista dei Timoria, scrittore di poesie, è stato tradotto negli Stati Uniti da Jack Hirschman
Enrico Ghedi: 51 anni il 29 novembre, tastierista dei Timoria, scrittore di poesie, è stato tradotto negli Stati Uniti da Jack Hirschman (BATCH)
11.06.2017

Fa l’imprenditore, e lo fa pure bene. Ma è altra cosa, decisamente.

Un artista.

Dalla musica alla poesia, sempre e comunque seguendo un filo rosso romanticamente rockandroll. «Non è una scelta, è ciò che sono»: creativamente, Enrico Ghedi. Il timoniere, certo, di una società di global consulting che in ambito informatico va per la maggiore; ma il nome stesso della sua creatura, Fluxus It, è un tributo alla Beat Generation.

È Ghedi, per i musicofili, il tastierista dei Timoria: fino a quindici anni fa, e per quindici anni buoni, fra le band cruciali della scena italiana. Ma è anche, e soprattutto per chi mastica e assimila letteratura senza stancarsi, l’autore bresciano di una raccolta di poesie fresca di scoperta internazionale. Le sue liriche sono state pubblicate negli Stati Uniti, tradotte per CC Marimbo da un autore gigantesco come Jack Hischman. «The box with the vermin», con l’opera della moglie del poeta statunitense Agneta in copertina (intitolata «Passion»), è la traduzione appassionata de «La scatola degli insetti»: non la prima versione del 2012, ma quella ripubblicata nel 2014 da Seam edizioni di Roma con le «Poesie del beduino e della sedia». Ora promossa da una casa editrice illuminata da City Lights, la realtà fondata da Lawrence Ferlinghetti e Peter Martin.

«Un onore grande quanto la gioia - ammette Ghedi -. Per me non è facile portare avanti l’arte: lavoro tanto, ho poco tempo, quando riesco a stare a casa cerco di dedicarmi alla famiglia. Anche questa consacrazione è arrivata senza che avessi tempo né modo di cercarla».

Un poeta simbolo statunitense che la sceglie fra i pochissimi autori italiani da tradurre: come succede?

Un giorno mi chiama un professore universitario di Firenze e mi dice che le mie poesie sono state scelte in America per gli studi di letteratura. Ghedi fra Montale e Leopardi. Sono invitato per conferenze, ma non parlo inglese. Quel professore mi assicura «Vado io, ci penso io». «Mica farà sul serio», mi dico.

Invece.

Una sera ho la possibilità di cenare con Hirschman, in Italia per presentare un libro. Ci siamo io, Igor Costanzo che sostiene i miei progetti da amico, editore e poeta, e Walter Tiraboschi, attore con cui ho collaborato per il Teatro Prova. A Mairano, col salame nostro e il vino di Capriano. Jack arriva con la vodka russa e cominciamo. Nota la mia vastissima biblioteca, gli oltre duemila volumi, e inizia a leggere Pasolini con la sua voce potente, alla maniera di Gregory Corso. Legge, poi, il mio libro. La prefazione con la dedica al figlio che io e mia moglie Sara abbiamo perso. Anche Jack ha perso un figlio. È colpito, chiede a Sara di leggere mentre io inizio a suonare pianoforte e armonica. Diventa un reading.

E Hirschman decide di tradurre le sue poesie. Quanto passa fra il dire e il fare?

Un anno e mezzo. Jack mandava mail che non capivo bene, per via della lingua. Poi il 18 maggio, non lo dimenticherò mai... «Ti mando 100 copie del tuo libro uscito per City Lights». Un’emozione enorme.

Adesso lei sta studiando inglese.

Attraverso le liriche, sì. Parlo un francese magari un po’ antico ma perfetto, traducevo io per i Timoria quando andavamo in Francia. Quanto all’inglese, capisco ora come in America aprire una scatola di vermi significhi scoperchiare qualcosa che poi non si può più chiudere. Hischman inevitabilmente nell’edizione americana ha piazzato qualche refuso, il suo italiano è un po’ ispanico, divertente, ma va bene così, è importante leggere la traduzione in inglese. Jack è fra i più importanti poeti americani. Ha imparato da Ernest Hemingway, ha insegnato a Jim Morrison.

Lei sta scrivendo nuove poesie?

Sì. Non so come chiamerò questa raccolta. Ho già scritto quattro, cinque liriche dedicate alla Sardegna, la terra di Sara, mia moglie. Sto seguendo le orme di Mauro Pagani nella musica, scrivendo di natura e terra, madri e padri, genitori e figli. Vorrei musicarle, manca il tempo.

Musica, letteratura. Sono al suo fianco da sempre.

Se ripenso al mio percorso... Ero appassionato di rock e affini così come di antropologia culturale. Ero nei Timoria così come ho presentato opere teatrali, tenuto workshop e conferenze, composto colonne sonore e prodotto gruppi, scritto e diretto uffici stampa. Ho girato il mondo per la rivista Inside. Partecipato a reading, collaborato con Dan Fante. Di Ferlinghetti ho tutti i libri autografati. «Bevi pure il Campari, a me tocca la Coca light», mi diceva. Ma andavo di cola volentieri, con lui. Un artista di forza e umiltà immense. Un modello da seguire. Quando veniva in Italia, Ferlinghetti, si rivolgeva a me e a Omar.

Pedrini.

Mio fratello da prima che nascessero i Timoria. Non ci vediamo da ottobre, dal concerto in Latteria Molloy. È stato bello suonare con lui quella sera. Mi scrive cose bellissime. Sa che vado avanti per la nostra strada. Questo è il mio secondo viaggio senza vento. Omar mi ha reso omaggio nella sua «Henry degli insetti», quando siamo andati a cena mi ha detto che per me le tastiere sono sempre accese. Ma ho da badare a un’azienda con 15 tecnici, sono in giro dalla mattina alla sera, è un lavoro tosto.

Se ripensa ai Timoria?

Nel 2002, sul finire della nostra avventura come band, avevo litigato al Festival di Sanremo con Pippo Baudo, mandando tutti a quel paese. Mi era venuto un esaurimento e allora l’unico che mi telefonava, che pensava a come stessi e non a cosa uscisse nelle interviste sui giornali, era Omar. L’unico che mi ha rispettato sempre. L’amico di una vita.

Ricorda il primo incontro?

Ne parleremo nella sua biografia di imminente uscita. Ai tempi del liceo classico Arnaldo. Omar era un duro ma buono, ne picchiava tanti... Lo ricordo con una maglietta di Bruce Lee. Mi disse che facevo il figo. Poi gli raccontai che un ragazzo veniva bullizzato e lui andò a far volare per aria il colpevole. Quel ragazzo che Omar aveva difeso oggi fa il colonnello in missioni speciali e segrete. Dopo l’ora di ginnastica, un giorno mi diede un passaggio sul suo motorino truccato per tornare a scuola. Siamo diventati fratelli così. Poi io sapevo suonare, sono nati i Precious Time che son diventati i Timoria. Da allora ad oggi Omar è stato il mio amico a fumetti. Lui è come me, uno vero in una vita che non ha niente di reale, spesso. Ci mettiamo la maschera e l’elmetto. Lo dico anche ai miei tecnici al mattino: «Maschera, elmetto e via». Nel mondo bisogna fare così. Siamo circondati da gente che pensa al calcio: io non bado al Milan, ero con Umberto Eco... Soffro di questa dicotomia, una frustrazione.

Cosa si sente?

In fondo, un provocatore. Sempre. Più vicino a Benigni che un imprenditore. Ho creato un’azienda informatica, tratto fatturati da milioni di euro, ma continuo a parlare con i clienti da artista. Conta l’anima, non il vestito.

Cosa ascolta?

Ultimamente, i Bloc Party. Ho recuperato i Pink Floyd, soprattutto quelli di Atom Heart Mother. Ho iniziato a suonare per Richard Wright. E poi i Police di Synchronicity. Sto istruendo mia figlia Chiara, che suona tutto quello che sente a orecchio e non ha bisogno di spartiti come mio fratello Stefano, che era il vero talento di famiglia. Vedremo come se la caverà mio figlio Edoardo, che ora ha solo due anni e mezzo.

Un impero informatico, poesie lette in tutto il mondo: un doppio sogno? Se dovesse scegliere?

Mica facile rispondere. Il piccolo impero, se vogliamo chiamarlo così, sta crescendo; il poeta sta scrivendo. Il tempo non aiuta a conciliare. Ma sono nella fase del fare. E quindi. Non mi fermo di certo. Avanti...

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