«Play-off possibili
giocando con
il giusto coraggio»

Azeglio Vicini, 83 anni: è stato giocatore e allenatore del Brescia
Azeglio Vicini, 83 anni: è stato giocatore e allenatore del Brescia (BATCH)
05.01.2017

Azeglio Vicini e il Brescia: molto più di una questione di cuore. L’ex commissario tecnico dell’Under 21 e della Nazionale maggiore parla della sua città e della sua squadra con affetto sincero. E il progetto della società biancazzurra, basato sui giovani, non può che trovarlo entusiasta, lui che con l’Under 21 ha svezzato promesse poi diventati campioni del calibro di Bergomi, Mancini, Vialli, Giannini, Donadoni, Zenga oltre a un bel gruppetto di bresciani. Tutti ritrovati in azzurro ai Mondiali di Italia ’90, con gli azzurri terzi nonostante l’imbattibilità.

Vicini, le piace questo Brescia?

Altrochè. Lo vedo spesso alla Tv, quando posso vengo al Rigamonti. Ha ampi sprazzi di bel gioco.

Dove può arrivare?

Con i giovani bisogna avere molta pazienza. Lasciatelo dire a me, che con i giovani ho passato gran parte della mia carriera di allenatore. Ma non mancano i giocatori esperti, che possono dare un bell’aiuto: penso a Pinzi, che si è rimesso in discussione dopo anni e anni in serie A; soprattutto a Caracciolo che è una bandiera e incide ancora non soltanto con i gol, anche se continua a segnare con grande regolarità.

I giovani del Brescia come le sembrano?

Il campionato sta dimostrando che i valori ci sono. La classifica è buona, ma questa squadra deve ancora esperimere appieno il suo potenziale.

E dunque dove può arrivare?

Se affronta le partite con il giusto coraggio, può arrivare anche ai play-off. Ha una buona qualità, per me può farcela.

Dica la verità: è l’affetto che la fa parlare così?

L’affetto non c’entra, credetemi. La squadra è buona, puntare sui giovani è la strada giusta, soprattutto di questi tempi.

Cosa rappresentano per Vicini Brescia e il Brescia?

Tutto. Io qui ci vivo dal ’63, mi sono sempre trovato benissimo. Una città a misura d’uomo, ma allo stesso tempo aperta al mondo. E la squadra, lo sapete che mi è nel cuore.

Cosa ricorda del suo periodo da giocatore?

Mi sono trovato a mio agio fin da principio. L’allenatore era Gei, ci sono rimasto due stagioni: la prima siamo partiti da -7 e quasi arriviamo in serie A. Alla promozione ci arrivamo l’anno successivo. Poi ho giocato altrove, a fine carriera però Brescia non l’ho più lasciata.

Nel libro «Brescia 110 e lode», di Marco Bencivenga e Ciro Corradini, viene ricordato un suo gol al Padova.

È il primo dei pochi, credo 3, con la maglia biancazzurra. Non segnavo tanto, evidentemente ho lasciato il segno e ne sono felice.

Da allenatore delle varie rappresentative azzurre ne ha svezzati di bresciani...

Non pochi, non pochi.

Vuole ricordarne qualcuno?

I primi che mi vengono in mente sono i fratelli Baresi, Beppe e Franco. Ragazzi d’oro, grandi professionisti. Poi c’era Zinetti, il portiere del Bologna, che era di Leno. E Altobelli, bresciano d’adozione come me. E Beccalossi. Ah, che estro! Che fantasia! Il Becca, da solo, poteva farti vincere le partite.

Vede ancora i suoi ex compagni di squadra?

Sì, sono rimasto in amicizia con Brotto, il portiere, e con Egidio Salvi. Ci si sente, ci si trova. Sì, era proprio un bel gruppo quel Brescia.

Condividi la notizia