«Nelle mie storie
scriverò d’una città
sempre più bella»

Gianni Simoni
Gianni Simoni
15.10.2017

Un pensionato che scrive. Si definisce così. L’elogio alla sobrietà, l’inno all’umiltà di Gianni Simoni. Bassa voce, basso profilo; grandi orizzonti, grandi valori.

Il giudice scrittore che ha onorato la memoria di Ambrosoli e indagato i misteri di Sindona a 79 anni non si è stancato di fare, di lottare, di sognare. «Ci mancherebbe altro» dice, e persuade, mentre gli occhi mandano un lampo. «Le speranze di un cambiamento sociale e civile, di una rivoluzione culturale, sono poche. Da sempre e ancor più oggi. Ma non bisogna smettere di sperare».

Simoni spera e scrive. Pagine che avvincono a prescindere da messaggi neanche troppo subliminali. «La scelta per i miei romanzi gialli ambientati a Milano di un protagonista ispettore poi commissario come Lucchesi, di pelle scura, di padre toscano e madre eritrea, non è affatto civetteria - spiega -. È un modo per esplicitare, riflessa nella sua figura, l’arretratezza di una società intollerante verso ogni tipo di diversità. Non alludo solo al colore, ma a tutti quei principi sanciti dall’articolo 3 della nostra Costituzione».

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. Non è così?

La definirei una norma programmatica, purtroppo. Certo che dovrebbe essere il cardine del nostro vivere civile, ma se questo articolo fosse applicato veramente, avremmo una rivoluzione. Sarebbe facile capire da che parte uno sta... Io vedo un razzismo che a volte non è riconosciuto nemmeno dalla persona stessa che lo incarna. Un male inconscio, strisciante.

Ma lei non si rassegna.

Proprio no. Le possibilità di un cambiamento sono esigue, ma ci sono.

La sua carriera ha affrontato problemi fra i più scottanti della storia d’Italia. Com’è stato?

Interessante. Ho scritto un saggio sulla morte di Sindona, che contrariamente a quello che pensano tanti scelse il suicidio mascherandolo da omicidio. E, lo dico fra parentesi, se si è potuto processarlo in Italia e condannarlo all’ergastolo lo dobbiamo a un nostro conterraneo, che non era della mia stessa parrocchia, ma per il quale proverò sempre enorme stima. Mino Martinazzoli, politico e innanzitutto intellettuale. Quanto al povero Ambrosoli, c’è da augurarsi che anche oggi esista qualche figura capace di condurre una vicenda a testa alta come fece lui. Ha onorato con la vita il suo impegno, affrontato avendo al suo fianco solo il maresciallo della finanza Novembre.

Secondo lei si è fatta chiarezza fino in fondo?

Abbastanza, sugli episodi di sinistra, mentre mi cascano le braccia se penso alle stragi provenienti dalla destra. Purtroppo fra servizi segreti e connivenze varie... Sono state insabbiate molte cose.

Dalle aule di giustizia a biblioteche e librerie. Cosa l’ha spinta al suo, di cambiamento?

Mi son pensionato anzitempo, 12 anni fa. Prima mi sono dedicato a cose varie: andavo alla galleria dell'Incisione, a corsi serali a Brera, e ho fatto il volontario per 5 anni al Policlinico di Milano. Neurochirurgia. Alla fine non reggevo più di fronte a sofferenze inenarrabili, senza età. Giovani in coma che si riducevano a scheletri, con la presenza costante solo delle madri, mentre gli altri cari facevano solo apparizioni rarissime. Io ammiro le donne: anche se osteggiate e non sempre trattate come meritano, stanno finalmente occupando posti di rilievo nei settori più svariati. Comunque. Ero in pensione, e quando si è in pensione, con qualche anno di vita davanti, qualcosa bisogna pur fare. Non ero maturo per le pantofole o per la passeggiata nel parco con il cane che non ho: la scrittura è stata uno sbocco naturale, che forse ha trovato le sue radici nel fatto di essere sempre stato un grande lettore. Adesso amo le riletture dei classici.

Gialli?

No. Con rare eccezioni, quello che non leggo sono proprio i romanzi gialli. Fra i giallisti, ho una predilezione per McBain. Inarrivabile. Gli ho anche dedicato un libro. Colloca le sue storie in una città ideale, mentre io le ambiento nelle realtà urbane che conosco, Brescia e Milano. Disraeli, grande scrittore e politico dell’Ottocento inglese, diceva che quando gli veniva voglia di leggere un libro se lo scriveva. Certo, amava il paradosso. Ma fino a un certo punto. Diceva anche che uno scrittore che parla del proprio libro è più insopportabile di una madre che racconta dei suoi figli. Io l’ho fatto venerdì sera, nel Milanese, presentando «Tiro al bersaglio».

Il suo ultimo libro.

Sì. Ma il prossimo è già in uscita a marzo. Per la prima volta sarà un libro di racconti, anche se il primo di fatto è un romanzo breve: Tutti ambientati a Brescia, con Petri e Miceli. Si intitolerà «La chiave rubata e altre storie». Mostrerò anche il Petri che non conosciamo, non il pensionato che collabora con la polizia, ma il giovane nel pieno dell’attività di giudice istruttore. Mi identifico in Petri, il mio alter ego. Ha pregi e difetti, beve, fuma e continua ad amare virtualmente donne. È diverso da Lucchesi, che ha 20-30 anni di meno, è un bell’uomo, e le donne le ama non virtualmente.

La sua formazione è classica.

Brescia, liceo Arnaldo, sezione B: la scelsi perché lì insegnava il professor Cassa.

Arnaldo culla di tanti grandi bresciani dell’ultimo mezzo secolo, contraddicendo la favoletta che la voleva «scuola bella, ma senza sbocchi».

Difatti, ai miei figlioli ho fatto fare lo scientifico sperimentale: un po’ una delusione, al tirar delle somme. Una realtà che non ha ripagato le aspettative.

È tornato a vivere a Brescia da un paio di settimane. Come l’ha ritrovata?

Molto bene. Devo dire che Brescia l’ho sempre rimpianta. L’ho lasciata nel 1985, andando a lavorare a Milano, alla Procura generale, dopo una decina d’anni da giudice istruttore. Ritrovo una città migliore.

Come la definirebbe?

Stupenda. Chi viene a vederla per la prima volta, poi se ne va con uno splendido con ricordo. La zona centrale è migliorata. Mi auguro che la pedonalizzazione si estenda. A piazzale Arnaldo, per esempio. Il gioiello di Santa Giulia, comunque, vale da solo una visita alla città. Quanto alle polemiche in Carmine sulla movida, e sul risarcimento che il Comune deve secondo il Tribunale a due residenti, dico che se agli inconvenienti si accompagna un risanamento di tipo urbanistico è un passo avanti per la città, e qualche disagio si può sopportare.

Brescia non più città del tondino?

Dall’industria si è passati alla finanza. Mi sono occupato del primo sequestro di persona, il figlio di Lucchini. Fra i vari reati che un magistrato inquirente si trova ad affrontare, senz’altro fra i più interessanti. Brescia negli ultimi anni è migliorata e questa crescita del contesto mi dà speranza. Un discorso simile si può fare per Milano: lo scenario migliora, speriamo migliori anche la società che lo abita. Il mio ottimismo è cauto. Ma di sicuro potrò raccontare una Brescia più bella.

Nella sua famiglia la letteratura è di casa: suo fratello Carlo Simoni è pure un noto scrittore.

E i miei figli, Paolo e Massimo, medico e ricercatore, sono lettori accaniti, forse anche più di me. Per me scrivere è un hobby che è diventato quasi un lavoro. Dico «quasi» perché nel mondo gli scrittori che vivono del proprio lavoro sono pochi. Ken Follett, Wilbur Smith. E davvero, pochi altri.

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