«Nata per cantare
ora vivo da Deva
e sogno Sanremo»

Roberta Pompa: nata a Brescia il 18 aprile 1991, da giovanissima aveva come nome d’arte Maya. Da bambina ha studiato canto lirico
Roberta Pompa: nata a Brescia il 18 aprile 1991, da giovanissima aveva come nome d’arte Maya. Da bambina ha studiato canto lirico (BATCH)
02.04.2017

Ha una voce da fuoriclasse, ma non ragiona da solista. Ha il senso della squadra, che si tratti di stare sul palco (vocazione, mestiere) o di giocare a calcio (per hobby). Di certo ci si può distinguere anche così, in campo e soprattutto sulla scena. Da diva fra le Deva. E vuoi mettere, la soddisfazione di vincere un Festival con un gruppo tutto al femminile?

Il sogno, il prossimo, che Roberta Pompa vuole realizzare si chiama Sanremo. Fa rima con Ariston, un teatro che già l’ha corteggiata e che potrebbe accoglierla nel 2018 con le sue compagne d’avventura, Greta, Verdiana e Laura Bono. Elettrizzante, l’idea di un quartetto rosa protagonista nella settimana consacrata alla canzone leggera italiana. Perché di gruppi protagonisti a Sanremo ce ne sono stati, dai Matia Bazar ai Pooh, passando per Morandi, Ruggeri e Tozzi, senza dimenticare realtà diversissime fra loro come Avion Travel e Il Volo. Ma come le Deva, nessuno mai.

«Tutto è nato per caso - racconta Roberta, bresciana di Ospitaletto, classe 1991 -. Abbiamo formato il quartetto per L’amore merita, un brano contro l’omofobia, che ha avuto subito riscontri importanti. D’estate, in giro per l’Italia, abbiamo collezionato concerti veri, belli suonati. Un’esperienza che ci ha fatto crescere. Con noi in tour c’erano professionisti notevoli, che ci credevano quanto noi. Un team pauroso. Tutto funzionava, anche oltre le aspettative, e siamo diventate un caso. In tanti hanno cominciato a cercarci, a credere nella forza di una band italiana come questa, al femminile. Sta succedendo il finimondo, anche solo a giudicare dai social. Vedremo nei prossimo live...

Roberta Pompa, Deva. Chi ha scelto il nome?

Tutte insieme, votando. Quattro lettere, 4 donne... A me il nome fa morire, speravo dall’inizio fosse quello tra le opzioni sul tavolo. Il progetto è in atto, abbiamo come basi Milano e Roma. E la fortuna di lavorare con Zibba, un cantautore che sa capirci.

Disco d’oro e oltre 3 milioni di visualizzazioni per il video de «L’amore merita». Adesso «L’origine», con il riferimento ai quattro elementi della natura nel clip, e un nuovo album imminente. Uno dei più attesi sul mercato italiano. Segni particolari?

Pop. Questo vogliamo fare. Pop di qualità. Abbiamo messo mano su ogni canzone, lavoriamo tanto sui testi. I brani sono tutti originali. E sarà un bel disco.

Qualche tappa già fissata?

L’album uscirà presto, di sicuro entro l’estate saremo in tour.

Data bresciane?

Non mancheremo. Posso già dire che il 21 aprile parteciperemo ad un evento per le comunità dell’istituto Suore delle poverelle al PalaBrescia, con Luisa Corna. Divideremo il palco con i Decibel e con Fausto Leali.

E poi c’è il sogno.

Per l’anno prossimo. Sanremo. Sì.

L’agenda che il suo manager Ruggero Tavelli tiene aggiornata è piena. Soddisfazioni già in bacheca, altre sicure in arrivo: tanta fatica, altrettanto entusiasmo lungo una strada intrapresa presto. Quanto l’ha assecondata la sua famiglia?

Mi hanno accompagnato, con naturalezza, senza forzare. Io sono di Ospitaletto. Papà abruzzese, Wladimiro detto Miro. Era campione di salto con l’asta. Mamma bresciana, Eleonora detta Nora. Era Miss Umbria. Arrosticini e spiedo.

Un bel mix.

Eh sì! Poi c’è la mia sorellona, Sara, che mi ha già reso zia.

La musica in casa chi l’ha portata?

Direi che sono stata io. Ho sempre cantato fin da piccola, in camera mia, sotto la doccia. Poi un’estate, avrò avuto 8 anni, a Ferragosto, in un villaggio turistico, ho cantato La rondine di Mango e Ciao mamma di Jovanotti. I miei sono caduti dal pero: Mandiamola a scuola! Ho iniziato così con il canto lirico, a Brescia. Ma mi sono stufata.

Cosa le piaceva?

Da piccola... Laura Pausini forever! Una sera, a un karaoke, ci hanno detto che esistevano concorsi. Avevo una voce scura, da subito. Ho cambiato diverse insegnanti finché ho trovato Elena Vivaldi. L’ho seguita fino a Genova, per studiare con lei all’Accademia di musica. Tre anni da pendolare: mi alzavo alle 6, andavo a scuola, poi in stazione per Genova, dal treno al pulmino fino all’Accademia, lezione e ritorno. Due volte a settimana così. Tornavo sempre a dormire a casa, ché il giorno dopo c’era la scuola.

Mai scoraggiata? Mai pensato di mollare?

Mai! Ero determinata. Tanto. Volevo fare la cantante. L’ho sempre detto.

In scena per i primi concorsi, in onda su Brescia Punto Tv, poi i festival a Ghedi e Botticino. Fino a X Factor.

Nel 2008 non ero ancora maggiorenne, ma avevo deciso: Lo farò come lavoro, mi ero detta. Ed eccoci qua. Ho bisogno, di cantare. Ho una voce. I riscontri ci sono stati presto. Il mio cognome, poi. Credo abbia contribuito.

Di cognomi di artisti che restano impressi ce ne sono tanti, ma non resta traccia se manca la sostanza.

Beh... Mi fa piacere che dica così.

Lei è «arrivata» al pubblico, per dirla nello stile di Simona Ventura, anche se a X Factor 2013 non ha vinto. Come Noemi, per esempio.

A X Factor ho cercato solo di essere me stessa. Ho scelto di interpretare una canzone di Tori Amos, rischiando tanto, perché la sentivo mia. È andata bene. La ragione conta, l’istinto altrettanto. Poi, con un giudice come Mika, ho vissuto una splendida esperienza. Una bella parentesi, utile a farmi conoscere.

Ma lei non è mai stata «Roberta di X Factor».

No. Niente etichette. Credo si debba essere strutturati, per affrontare un’avventura del genere. Io forse non ero pronta, ma consapevole sì. Mi mancava il lato televisivo, ma sul palco... Zero problemi. Mai avuto ansia. Devi avere voglia di mangiarlo, il palco. Sennò come fai a fare questo mestiere?

Com’è stato il post X Factor?

Ho girato l’Italia per concerti. Ma dovevo sistemare un po’ di cose. Non amo improvvisare e nemmeno svegliarmi a mezzogiorno. Ero entrata nel tunnel vizioso di quel mondo lì, come orari. Non fa per me. Dopo un anno sabbatico mi sono riorganizzata. Ho pubblicato Stringimi, è uscito il mio disco Favola imperfetta. Un crescendo che mi ha portato fino a qui, alle Deva. Una fine che è solo un altro inizio. Poi ho cominciato a insegnare canto al Cfm, a Brescia. Mi tengo in allenamento. La domanda che rivolgo sempre a chi vuol cantare: Quanto tieni alle tue corde vocali? Lo studio è fondamentale per durare, sennò ti fai solo danni. Seguite il cuore, sento dire. Certo, ma studiando pure! Le corde vocali sono due. Non è che vai da Cavalli e le cambi... Lo strumento è dentro di te, è unico e va rispettato. Anche bevendo tanta acqua.

Cosa le piace ascoltare?

Cristina Donà è un modello da seguire. La mia musa è Tori Amos. Mi piace Ani Di Franco. Ultimamente ascolto John Mayer. Rock, ma anche hip hop.

Quando non canta?

Lavoro con mia mamma. Disegniamo cucine. Da tecnico di arredamento, mi impegno dietro le quinte.

Ha cantato prima della Brescia Art Marathon.

Sì. Amo lo sport. Gioco a calcio, malissimo, da portiere, nel 3Team di Castel Mella. Mi alleno e basta. Mi piace seguire le partite dal vivo, ho tante amiche che giocano, mi svago col pallone. Stacco la spina. Ho cantato l’inno ufficiale del Brescia. E sono una vera ultrà.

Urla molto?

Sì, ma col diaframma...

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