«Molière insegna:
la vita è questione
di punti di vista»

Monica Conti: attrice bresciana, ha debuttato come regista a teatro nel 1989 con una versione di «Faust»
Monica Conti: attrice bresciana, ha debuttato come regista a teatro nel 1989 con una versione di «Faust» (BATCH)
08.01.2017

Il gusto del bello.

L’arte neoclassica di ridisegnare dinamiche ancestrali del teatro, della cultura, della vita.

Una scelta di campo forte quanto istintiva, per Monica Conti.

Regista e attrice dal curriculum solido, non tradisce incertezze e prosegue sicura su una strada tracciata da anni. Incurante delle suggestioni del momento, fedele alla linea di un’ispirazione coerente, pronta alla sfida di monumenti come Il Misantropo, sopravvissuti all’usura del tempo e all’abuso di mode. Uno spettacolo «moderno e anticipatore» che ha registrato il tutto esaurito a Milano, al Sala Fontana, per poi incantare il pubblico bresciano, sia al Politeama di Manerbio che al Teatro Delle Ali di Breno. Una conferma, date le premesse, che però ha saputo stupire, grazie a una potenza espressiva fuori dal comune.

«Una soddisfazione particolare, per me, ricevere accoglienze positive e sentirmi capita fino in fondo nella mia terra - ammette -. A Breno, per esempio, non ero mai stata. L’abbraccio camuno è stato emozionante. Ogni volta è un’esperienza nuova, un’avventura diversa. Ci tengo tanto, in generale, certo, ma in particolare in occasioni del genere, così sentite. Intendo anche riferirmi al tipo di spettacolo portato in scena. Qualcosa che sento molto. Un’opera immortale».

Il testo sotto i riflettori: protagonista assoluto, senza troppi fronzoli e facili concessioni. La parola è al centro di tutto? Parola d’ordine, rigore?

Sì. La chiave è esattamente questa. La via che ho voluto percorrere. Uno stile che accomuna la fase compositiva a quella recitativa.

Quasi trent’anni di direzione scenica, visto che debuttò nel 1989 con «Faust. Un travestimento» per il Centro Teatrale Bresciano. Fra i protagonisti c’era Claudio Bisio. Il bilancio di tanta attività?

Positivo. Molto positivo. Sono contenta. Per quello che ho avuto la fortuna di fare finora, e, guardando avanti, per l’entusiasmo che provo al pensiero di ciò che potrà essere in futuro.

In un periodo di ricerca imperante del pop, la sua idea di rappresentazione viaggia in una direzione sicuramente differente. È consapevole di quanto la sua poetica sia controcorrente? Non teme che questo modo di fare arte possa in qualche modo ostacolarla?

No. E comunque è un rischio da accettare, e lo accetto senza esitare. La purezza, la verità sono sempre punti di riferimento basilari. Il Misantropo non è pop, eppure piace a tanti. C’è anche nei giovani di oggi la gioia di apprezzare la lezione di un genio antico. I ragazzi amano tanto un testo che sentono ancora fresco. Apprezzano la messinscena, e anche le soluzioni drammaturgiche.

E il teatro di Monica Conti non vuol essere banalizzante. Non semplifica certo a prescindere.

Esatto. Né lo farà in futuro. Il mio obiettivo è ottenere questo. Semplificare tanto per, porsi sempre il problema del fatto che qualcuno potrà non cogliere, non capirà, smetterà di prestare attenzione… Non fa per me. Preferisco fare altro.

Una manifestazione di intenti evidente, un’attitudine ambiziosa. Predilige un linguaggio devoto alla ricchezza dell’italiano?

Certo. Questa ricchezza va assolutamente coltivata. È un nostro tesoro, da conservare. Di più: un patrimonio da valorizzare, proprio per vivere meglio il nostro tempo. Io non disdegno la contemporaneità, anzi. Tutt’altro. Proprio per questo voglio rinverdire i fasti di un passato profondo.

Monica pazza di Molière?

Sì. È stato un lungo percorso a tappe, quello dedicato all’opera di Molière, iniziato 15 anni fa con Gianrico Tedeschi. Molière arde. Il suo fuoco anticipava in maniera clamorosa le avanguardie del teatro moderno. Il Misantropo ha lati oscuri, è, beffardo, trasuda cinismo. Fra le sue grinfie le relazioni umane assumono una luce diversa. Quindi tutte le relazioni umane vengono prese in considerazione. L’ipocrisia sociale, i giochi di potere e la finta devozione che riducono le distanze fra le persone sono costanti di una vita dedicata alla magia dell’arte. Sono tutti temi cari a Molière, ma anche alla contemporaneità. Giusto riproporli reinventandoli in base a una sensibilità nuova, moderna, senza tradirne lo spirito, né il messaggio.

Cosa le ha insegnato Molière?

L’indagine sugli stati d’animo era pane quotidiano per Molière. Mi ha insegnato che ogni relazione è variabile, cambia d’aspetto e di prospettiva a seconda dei punti di vista di chi la vive.

Da Molière a Pirandello: lei ha diretto Sei personaggi in cerca di autore, rappresentato al Tempio di Apollo di Siracusa con i giovani attori dell’Accademia del Dramma Antico.

Una sfida affascinante, non ci sono dubbi. Ho cercato di mantenere intatto il mistero, lasciandolo in sospeso con tutte le sue possibili sfaccettature.

All’Accademia del Dramma Antico è stata anche docente. Così come ha insegnato al corso di alta specializzazione per attori dell’Ert diretto da Massimo Castri, di cui è stata a lungo assistente. Riavvolgendo il nastro: com’è iniziato tutto?

Ero una ragazza che aveva vocazioni artistiche. Non potevo non prenderne atto… Mi piaceva suonare, amavo recitare. È stato bello, trovare una strada in cui credere.

Ha seguito entrambi i percorsi?

Assolutamente, all’inizio. E direi anche per un periodo consistente. Tanto che mi sono ritrovata a diplomarmi in regìa alla Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, ma anche in pianoforte al Conservatorio di Brescia.

A quel punto? Quando ha scelto la direzione da prendere?

La svolta c’è stata nel 1986, quando ho iniziato a lavorare come attrice con continuità. E nel 1989 ho esordito da regista.

Attività prevalente ormai da vent’anni. Ha spaziato da Dostoevskij e Schnitzler a Moravia e Pasolini, da Beckett a Manzoni. Nel 2001 ha anche vinto il Premio Hystrio alla regia. Cosa le ha insegnato di importante il vissuto da attrice, nella direzione di una pièce?

La relazione fra chi interpreta e ll testo è cruciale. Tutto passa da qui. Trasformare una lingua rendendola viva: questa è la sfida.

Il suono della parola si trasmette al suo significato?

Senz’altro, ne determina il senso con il suo ritmo.

Una musicalità in senso ampio che contribuisce alla sua cifra, se si pensa che ha debuttato nella regia lirica nel 2000, con l’opera dodecafonica Barrabas di Camillo Togni e Il mito di Caino di Franco Margola.

Escludo niente, mi precludo nulla. Questo è il mio atteggiamento. Cerco di mettere a frutto le conoscenze maturate sul palcoscenico e anche ai suoi margini. Ogni volta l’impegno è totale, assoluto, ma il rischio dell’abitudine non c’è perché ogni volta è una sfida inedita e il brivido è proprio in questo aspetto incontrollabile. Puoi prepararti finché vuoi, puoi immaginare quello che ti potrà capitare, la reazione che il pubblico potrà avere, l’effetto che una rappresentazione potrà produrre. Ma non sai mai fino in fondo, in partenza, quali difficoltà potrai incontrare. E quante soddisfazioni potrai ottenere.

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