«Milano si sogna
la cultura vivace
che ha Brescia»

Gian Mario Bandera: origini legnanesi, nato il 21 dicembre 1959, sposato con due figli. Dirige il Centro Teatrale Bresciano dal 2015
Gian Mario Bandera: origini legnanesi, nato il 21 dicembre 1959, sposato con due figli. Dirige il Centro Teatrale Bresciano dal 2015
03.06.2018

Spettacolo: manifestazione artistica o ricreativa presentata a un pubblico. Un incrocio di componenti. Così la Treccani. E così è, perché ciò che finisce su un palco è prodotto di tanti fattori, prisma a più facce. In ogni arte. Nel teatro c’è chi recita, chi dirige, chi scrive. «A me è sempre piaciuto organizzare», sorride Gian Mario Bandera, direttore del Centro Teatrale Bresciano dal 2 gennaio 2015. Un triennio abbondante al volante di quella che, col passare del tempo, sta diventando una fuoriserie. «Sono molto soddisfatto, anche delle relazioni con le persone che ho avuto modo di conoscere. È anche cambiato il consiglio di amministrazione, ma l’attività è proseguita senza scossoni». Perché alla fine conta il lavoro. Perché sono importanti i rapporti («ottimo quello con l’attuale dirigenza, con l’attuale presidente del consiglio») ma poi ci sono i numeri. Che nel caso del Ctb sono chiarissimi. Gli abbonamenti sono cresciuti: da 5462 (nel 2015) a 6287 (2017). Gli spettatori, a Brescia, sono passati da 51651 a 71868: un aumento di 20mila. Contando quelli che hanno assistito alle rappresentazioni fuori sede, il valore sale da 85442 a 129220. I nuovi spettacoli prodotti da 6 sono diventati 12. Il ringiovanimento progressivo si specchia non solo nella Carta Universitari (istituita nel 2015, fra il 2016 e il 2017 ha visto aumentare gli abbonati da 76 a 139). Anche nelle scelte artistiche: accanto allo storico consulente Franco Branciaroli ecco un trentenne drammaturgo residente sotto contratto, Fabrizio Sinisi. «Abbiamo consolidato i rapporti con Bucci e Sgrosso, con Giagnoni, ne sono nati di nuovi con Cabra, Pozzi, Sangati. E con Micheletti abbiamo avviato il discorso di una produzione tutta sua da protagonista».

Ctb sempre più giovane, aperto e partecipato: Bandera, sta portando avanti passo dopo passo una rivoluzione silenziosa?

Il progresso non può che essere generazionale. Per fortuna i ragazzi ci seguono e danno fiducia, i dati lo dicono. E vedere gli studenti delle superiori che dopo averci conosciuto sottoscrivono la Carta all’università è ottimo segno. Il mio obiettivo non è un ricambio: è aggiungere agli spettatori già affezionati nuove schiere di appassionati. Così possiamo crescere e fare sempre meglio.

Parola d’ordine, fidelizzazione.

L’idea è quella.

Da piccolo che idea aveva? Qual era il suo sogno?

Da grande volevo fare l’aviatore. Tra le elementari e le medie mi sono appassionato alla storia, alle imprese fra prima e seconda guerra mondiale.

Dove ha studiato?

A Legnano: elementari, medie, liceo scientifico. Nel ’77 sono andato a Milano a studiare economia all’università Cattolica. Al di là delle risorse, l’avrei preferita comunque alla Bocconi: volevo fare economia politica.

A quel punto cosa pensava di fare come mestiere nella vita?

Mi è venuto presto il pallino di organizzare. Volevo creare occupazione, dare il lavoro, entrare in una struttura.

Com’è entrato a teatro?

Stavo finendo l’università, ho conosciuto con alcuni amici Giovanni Testori che aveva l’esigenza di essere affiancato da qualcuno nella parte amministrativa. Sono stato scelto perché avevo già dimostrato capacità organizzative: mi occupavo di una cooperativa universitaria, l’attitudine per l’amministrazione era innata. Pensare che fino ad allora avevo visto solo la Tempesta di Strehler al Piccolo Teatro.

Recitava?

Avevo fatto una piccola parte, Pietro di Craon nell’Annuncio a Maria di Claudel. Mi ero divertito, ma già all’università avevo capito che non ero un attore. Non superavo la timidezza di fronte al pubblico. Un limite oggettivo.

Quando ha capito di aver scelto la strada che faceva per lei?

Quando ho cominciato ero già convinto. Ci ho sempre creduto.

Quali sono stati i suoi maestri?

Sul piano culturale, Testori. Su quello tecnico il fratello di Dario Fo, Fulvio. Da amministratore teatrale mi ha dato i primi rudimenti. Sono grato poi a Emanuele Banterle, dall’83 in poi al mio fianco nell’esperienza del Teatro De Gli Incamminati. Aveva grandi capacità organizzative. È morto 6 anni fa.

A chi si è legato, nel tempo, in questo ambiente?

Oltre a Banterle, dico Branciaroli. Abbiamo caratteri diversi: funziona.

Lo spettacolo che le è rimasto nel cuore?

Miguel Mañara, realizzato all’aperto al Meeting per l’Amicizia fra i Popoli a Rimini nell’89. Itinerante, di 5 ore, frutto di 6 mesi di organizzazione, con le scene magnifiche di Margherita Palli. All’inaugurazione c’erano 25mila persone. Avevo 29 anni e sentivo di stare facendo la cosa giusta.

Tre anni abbondanti di Ctb. Se si volta indietro?

È successo tanto. Sono arrivato da consulente, per i primi 2 mesi, e a fine marzo 2015, dopo le dimissioni di Pastore, sono stato nominato direttore. A Brescia ho trovato da compiere un lavoro che mi ha appassionato tanto e mi appassiona. Conoscevo già la realtà bresciana, avevamo attivato coproduzioni con Gli Incamminati, con la guida di Branciaroli. Oggi penso ai risultati e sono felice. Comune, Provincia e Regione sono al nostro fianco, il Ctb è un gioco di squadra che vede ognuno assumersi le sue responsabilità e voglio ringraziare tutti. Oltre alle produzioni teatrali ospitate nei teatri bresciani, al Sociale e al Santa Chiara, sono aumentate le compagnie che girano per l’Italia: l’anno prossimo saranno in 5 a portare in tour spettacoli prodotti qui. Abbiamo differenziato le ospitalità: non solo classico, ma anche Brescia Contemporanea e Palestra del Teatro. Ottimi anche i riscontri di Teatro Aperto con Elisabetta Pozzi: drammaturgia della contemporaneità, propone al giudizio degli abbonati del San Carlino letture di testi inediti. Uno dei testi sta per diventare una produzione del Ctb.

Il suo desiderio, oggi?

Mi piacerebbe realizzare qualcosa di ancora più grande e coinvolgente sulla linea di Evolution City Show, lanciato l’anno scorso con la regìa di Fausto Cabra. Un innesto teatrale all’interno della città. Così si valorizza una città che ho scoperto bellissima.

Quando sente parlare di «Brescia capitale della cultura», cosa pensa?

Dico che Brescia è una città vivacissima dal punto di vista culturale. Milano si sogna la vivacità culturale che c’è qui. Non me ne vogliano gli amici milanesi. E qua ci sono anche attività come quelle del progetto Extraordinario: esperienze di teatro sociale, di ascolto della città.

Novità in serbo?

Per l’autunno, uno spettacolo sul disagio con tre grandi attrici: Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti e Mariàngeles Torres.

Se non avesse fatto questo mestiere?

Sarei comunque amministratore, organizzatore. Per enti no profit.

Un hobby?

La musica, classica e pop: James Taylor, Springsteen, Dire Straits. E andare in bici. Quando posso.