« La mia musica
è un’esigenza...
Come la politica»

Alessandro Sipolo: di Provaglio d’Iseo, è laureato in Scienze Politiche e del Lavoro, specializzato in Gestione dell’Immigrazione
Alessandro Sipolo: di Provaglio d’Iseo, è laureato in Scienze Politiche e del Lavoro, specializzato in Gestione dell’Immigrazione (BATCH)
23.04.2017

La vocazione è vocazione. Precoce o tardiva, poco importa. Può essere la chiamata alle arti che a venticinque anni ti fa partire da Provaglio d’Iseo per andare a cercare (e trovare) te stesso in Perù. La svolta per chi, come Alessandro Sipolo, alle sfide era già abituato.

Studiava da calciatore professionista, si è conquistato una laurea tosta: Scienze Politiche e del Lavoro, con specializzazione in Gestione dell’Immigrazione. Idee forti e chiare che apparentano le sue due professioni: operatore, dei servizi territoriali del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, e cantautore, oltre ogni concetto prestampato di genere musicale e formuletta commerciale. Originale e convincente al punto di meritarsi un posto fra i 50 finalisti per la Targa Tenco 2016.

«Io faccio quello che faccio mosso da urgenza e spontaneità», spiega il musicista bresciano, nato a Iseo 21 gennaio 1986 «ma di appartenenza provagliese», che è anche collaboratore dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università degli Studi di Milano. Fisico atletico, fattezze un po’ irlandesi, origini un po’ veronesi e una passione dichiarata per il Sudamerica. Cile, Bolivia, Argentina e - appunto - Perù nei viaggi di una vita che ha già girato l’angolo un paio di volte.

Musicista da?

Alcuni anni, non troppi. Sono arrivato tardi alla musica. Mio padre Mario, dirigente d’azienda e perito elettronico, ha sempre suonato a livello amatoriale la tromba. Mia mamma Ivana, che da giovane lavorava, si è dedicata a noi figli: ho due sorelle più grandi, Gisella e Cristina. La nostra nipotina Valentina, che deve compiere 10 anni, già studia il pianoforte. Siamo molto fieri di lei.

Potrà portare avanti la tradizione avviata dallo zio. Ma in principio fu il calcio, giusto?

Sì. Giocavo negli Allievi del Piacenza come centrale di difesa, a volte terzino. Al secondo anno di Primavera mi sono ritirato: avevo altri programmi, le mie turbolenze. Volevo fare l’università. Ho cambiato vita e non mi sono mai pentito. Con il calcio ho smesso a diciott’anni, ho ricominciato l’anno successivo senza entusiasmi particolari, proseguendo fino ai 24. Ho giocato sempre nella Pedrocca, una stagione in Eccellenza e 3 in Promozione, da laterale destro. Mi piace correre. Lo faccio anche adesso, nel tempo libero, in montagna. Lungo i sentieri della Franciacorta.

Percorsi netti. Come il suo negli studi.

Ma ho dovuto viaggiare. Avevo iniziato il liceo Scientifico a Iseo. Poi mi sono trasferito a Piacenza. Il quinto anno sono rientrato a Iseo. Per andare, infine, a fare Scienze Politiche a Milano. Ottenuta la laurea, ho cercato lavoro. Ho partecipato a un bando per il servizio civile internazionale e sono stato preso per un progetto che prevedeva il trasferimento di un anno in Perù. Volevo un’occasione così: la mia tesi universitaria era sul movimento rivoluzionario cileno al tempo del governo Allende.

Com’è stato l’anno in Perù?

Fondamentale. È coinciso con la mia nascita musicale, ha confermato e radicalizzato le mie convinzioni politiche e sociali. Considero sciagurata la maniera in cui si parla di politica oggi, con un’accezione sempre negativa. Come se si potesse farne a meno. Ma non si può prescindere dalla politica.

Quando ha iniziato a scrivere?

Io scrivo da quando ho l’età della ragione. La parola è stato il mio primo amore. Mi son dilettato con prosa e poesia fin dalle elementari, che ho frequentato a Provaglio.

E ha scritto anche per Bresciaoggi, di sport.

Cronache di partite di Prima categoria e Promozione, sì. Mi piaceva.

Ma la chitarra era sempre lì.

Sì. Alle medie ho cominciato a strimpellarla, ma un anno fallimentare di lezioni di classica mi ha frenato. In Perù, ad Arequipa, grazie ad un amico ho frequentato un centro culturale bazzicato da artisti di vario genere, Tambo de Bronce.

Ed è uscito dal guscio il Sipolo cantautore.

Da ragazzo scrivevo molto e leggevo poco: biografie di personaggi politici, per lo più. Mi ha influenzato una musicassetta arancio. Grazie a mia sorella Gisella ho scoperto i Queen, i Litfiba dei quali adoro in particolare «Spirito». E «La buona novella», di Fabrizio De André.

Prima del Perù com’era stata la sua gavetta musicale?

Esperienze amatoriali. Ho iniziato a cantare a vent’anni, senza aver preso lezioni, nell’ambito delle celebrazioni dell’Anpi: «Bella ciao», «Fischia il vento»... Ero tesserato dai 17 anni. Ho preso a scrivere canzoni e a cantarle in pubblico. La svolta cantautorale è avvenuta in Sudamerica, dove ho approfondito generi come la rumba gitana e ho pensato a un concept album sul tema del viaggio, realizzato al rientro in Italia.

«Eppur bisogna andare».

Felice l’incontro con Giorgio Cordini, che è rimasto colpito dalla mia musica e ha prodotto il primo disco. Lui, chitarrista a lungo al fianco di De André... Come un segno. Con me collaborava allora e collabora ancora Omar Ghazouli, una colonna e un fratello, per me.

Quel concept album ha vinto il premio Beppe Gentile 2014 come migliore esordio. Nel novembre del 2015 ha prodotto «Eresie» con Cordini e Taketo Gohara, tra i 50 finalisti per la Targa Tenco 2016 come miglior disco, con «Comunhão Liberação» tra i 50 brani candidati a «miglior canzone». Ha collaborato con «Asso» Stefana, diviso il palco con Bandabardò, giusto venerdì scorso al Ctm, e con Modena City Ramblers, Tre Allegri Ragazzi Morti, Gang, Mau Mau... Tanta strada luminosa in così poco tempo.

Il secondo disco è stato quello della maturità, l’ho meditato a lungo. Non toccherei nulla. Il terzo adesso è nei pensieri, negli appunti. Uscirà nel 2018.

In Italia ultimamente fa il botto chi non segue gli schemi: Francesco Gabbani con «Occidentali’s karma» nella musica, Gabriele Mainetti con «Lo chiamavano Jeeg Robot» nel cinema. Un caso, uno stimolo per artisti non-allineati come lei?

Io vivo la musica come un’esigenza. Non potrei farne a meno, ha una funzione terapeutica. Sono molto felice di fare due lavori. Uno stipendio fisso mi rende autonomo e dà libertà. Non ho bisogno di trovare date in quantità o di suonare cover. Mi riconosco in quello che faccio, entrambi i lavori incarnano le mie idee politiche. Anche per me ogni disco è un progetto politico, come diceva Demetrio Stratos. Politica partitica non ne ho mai fatta, ma non disprezzo il partito né il sindacato, un modo diverso di vivere l’impegno. Che non escludo di assumere, un giorno.

Come definirebbe la sua musica?

Direi varia. Ho sempre sofferto il concetto di monotonia. E quando ascolto la questione del riscontro di pubblico me la pongo raramente. Conta trovare una modalità espressiva. Mi diverto molto a suonare i pezzi: hard rock, samba, rumba gitana... Mai m’annoio. Così venerdì a Rezzato e sabato a Gianico. Così sarà martedì al Bergamo Liberation Fest. E sono orgoglioso di essere entrato fra i finalisti di Musicultura. Lo Sferisterio di Macerata è un ambiente in cui ho trovato fuse professionalità e semplicità.

L’ultima canzone ascoltata?

«Men at work», di Gianmaria Testa, disco live che ho macinato. Qualità stratosferica. Testa lavorò in ferrovia fino a 49 anni. Un grandissimo. Poi sto ascoltando musica africana, Bombino in particolare.

L’ultimo film visto?

Un docufilm: «Io sto con la sposa», di Gabriele Del Grande, che ora non se la passa bene e ho avuto il piacere di conoscere. Un giornalista non allineato, che non baratta mai la sua voglia di libertà.

E l’ultimo libro letto?

«La nuova lotta di classe», di Zizek. Parla di rifugiati.

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