«La bellezza è la chiave del futuro
Ecco perché qui vengo volentieri»

Consoli al Vittoriale sabato con un ensemble di sei strumentisti
Consoli al Vittoriale sabato con un ensemble di sei strumentisti (BATCH)
26.07.2017

Non c’è medicina più potente della bellezza. Per questo sono particolarmente felice di suonare al Vittoriale». Carmen Consoli sta per sbarcare sulle rive del Garda: sabato sera il suo nuovo e particolarissimo tour estivo farà tappa a Gardone Riviera nell’ambito del Tener-A-Mente Festival.

Qual è la genesi di questo concerto e del suo organico? «Si tratta di un esperimento germogliato dal precedente spettacolo “Eco di Sirene” in cui ero accompagnata solo da violoncello e violino - racconta l’artista siciliana -. Un’idea quantomeno fuori moda e antieconomica, ma che a me piaceva molto: e allora ho pensato di allargare questa piccola formazione da camera a un ensemble a sei con tre archi, una fiatista che suonerà anche strumenti tradizionali ormai quasi sconosciuti, un percussionista come Alessandro Monteduro, già Maestro Concertatore per la Notte della Taranta 2016 e il mio chitarrista Massimo Roccaforte. Alla formazione a un certo punto si aggiunge anche una pianista, Elena Guerriero. La situazione che si è venuta a creare, eliminando basso e batteria, è quella di un equilibrio molto particolare, al quale abbiamo adattato brani di tutto il repertorio, riservandoci di tirar fuori ogni sera qualcosa di nuovo per raccontare l’essenza di tutto quello che ho fatto fino a oggi».

Uno show che è per altro slegato da doveri promozionali, considerato che l’ultimo album, «L’abitudine di tornare», risale ormai al 2014.

«Ho sempre difeso questa forma di indipendenza, fra le due dimensioni: una cosa è un disco, un’altra l’esperienza di crescere attraverso il live facendo del palco un laboratorio. Ho avuto la fortuna di avere al mio fianco persone che hanno lavorato in sintonia con me per sviluppare un certo tipo di carriera».

Album nuovo all’orizzonte?

«Sono nate tante canzoni in questo periodo, ma ora sarà necessario capire quando, se e come farle uscire: è un processo che vivo a modo mio, senza assilli, anche perché nella mia vita faccio anche altre cose e non devo necessariamente vivere di musica. Non ce la farei a tenere il ritmo dei professionisti. Una volta Gino Paoli disse che i cantautori della sua generazione, rispetto a quelli di oggi, erano dilettanti: ecco, a me piacerebbe entrare in quella categoria, se non per livello artistico perlomeno per il piacere e la serenità di fare le cose per bene, a piccole dosi, senza dover necessariamente obbedire alle leggi del marketing».

Anche perché forse oggi di musica se ne produce pure troppa…

«Ci sono alcune cose interessanti che si perdono nell’oceano di una gavetta ormai divenuta globale. Ma in fondo, a volte basterebbe guardarsi alle spalle per capire quanto noi italiani siamo stati capaci di essere trasversali ed autentici. Personalmente credo di non aver mai ascoltato nulla di più rock di De Andrè. Anche certo repertorio anni ’40-’50 era tremendamente internazionale. Una volta, mentre ero in tour negli Usa, feci ascoltare alla mia band americana “Grazie dei fior” di Nilla Pizzi, che ebbi anche la fortuna di interpretare qualche anno fa a Sanremo: sono letteralmente impazziti. Tutta gente che ascoltava Sonic Youth e affini».

Cantare a casa D’Annunzio ha un significato particolare?

«Sì, scelsi lui per un esame monografico all’università: lo trovavo abbastanza “alternative” per i suoi tempi, così audace, spregiudicato, lussurioso, eccentrico. L’ho molto apprezzato anche se devo confessare che emotivamente non mi ha mai coinvolto come un Carducci. Però ho voluto fortemente suonare al Vittoriale perché il presupposto fondamentale di questo tour era quello di esibirsi avvolti in quelle cornici straordinarie che solo l’Italia è in grado di offrire. Credo che la bellezza sia la chiave di lettura del futuro e io sono stanca di cose brutte: nutrire il mio senso estetico sarà la grande priorità della mia vecchiaia».

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