«L’Italia si salverà
grazie alla cultura:
l’unica rivoluzione»

Davide Dotti: curatore di mostre, bresciano, vola da Roma a Malta per la «Prima settimana della cucina italiana nel mondo»I fan, più o meno teenager
Davide Dotti: curatore di mostre, bresciano, vola da Roma a Malta per la «Prima settimana della cucina italiana nel mondo»I fan, più o meno teenager (BATCH)
20.11.2016

Ma quanto conta l’età? Ma serve l’anagrafe per stabilire chi può fare cosa? La questione è in via di risoluzione, in Italia, ormai da un po’. Per fortuna. L’equazione «giovane = inesperto» è ormai contraddetta dai fatti. In molti ambiti. Nello sport come nella cultura. Perché i fatti dicono che è giusto così. Perché se sei Davide Dotti e fai il curatore di mostre puoi anche avere soltanto trent’anni («trentuno»), ma il tuo lavoro apre porte che non considerano la carta d’identità un lasciapassare imprescindibile.

«Alla fine il progetto vince. Al di là dell’età o della provenienza di chi l’ha ideato - dice Dotti -. Non conta quanti anni tu abbia. Viene premiata la validità di un progetto scientifico. Conviene a tutti, del resto. Fare le cose bene, valorizzare l’arte al meglio».

Parola d’ordine: internazionale?

Sì. Gli orizzonti vanno ampliati ed è quello che stiamo facendo. Questo lunedì a Malta si inaugura la «Prima settimana della cucina italiana». Un onore aver ricevuto un invito simile. Già in più di un’occasione, insieme al mio amico Giuseppe Masserdotti e alla delegazione di Brescia dell’Accademia italiana della cucina, si sono organizzati eventi, conferenze, convegni a Villa Fenaroli, sul cibo nell’arte. Questa è un’opportunità fantastica per esportare il Made in Italy artistico e gastronomico. Mi aspetto un pubblico incuriosito. Gli amici di Malta hanno un feeling particolare con l’Italia, ma forse non conoscono nel dettaglio molte sfumature che Masserdotti ed io sapremo illustrare, deliziando la platea.

La settimana maltese partirà all’istituto di cultura, a La Valletta, dalla mostra virtuale «Dalla Venezia dell’arte all’arte della sua cucina», con la presentazione del volume «La tradizione a tavola» curato da Masserdotti dell’Accademia italiana della cucina: una collaborazione che continua, quella con la delegazione di Brescia.

Un piacere, un onore. Il Made in Italy è un concetto vasto: contempla il gusto per il bello che può includere l’arte, il design, la cucina. L’unico know-how nazionale ad aver un futuro assicurato.

Giovedì il workshop che tratterà esperienze gastronomiche sostenibili di qualità, con la benedizione di Costa Pacifica, e la proiezione del film di Ermanno Olmi «Lunga vita alla Signora». Sabato degustazioni a teatro con la benedizione del Chianti Classico. Oggi iniziative come queste sono possibili e plausibili. Fino a poco tempo fa non era così.

La strada da seguire è questa. E i risultati arrivano, con pazienza e con costanza.

Nel suo curriculum ci sono le mostre curate a Palazzo Martinengo, ma non solo. Portare Caravaggio alla Galleria Borghese è già un punto d’arrivo?

Inaugurare questa mostra a Roma, nei giorni scorsi, sulla nascita della natura morta in Italia, è stato motivo di gioia, orgoglio, stimolo. Ottenere il prestito della Canestra di frutta della Pinacoteca Ambrosiana è stato un po’ come vedersi prestare la Gioconda da parte del Louvre. Se l’Ambrosiana ha accettato, beh, devo dirlo... Merito del curatore. Ho trovato una formula, è stata accettata.

Come ha fatto?

Ho chiesto alla galleria di prestare come contropartita il San Girolamo di Caravaggio. Il rapporto, quanto a importanza, è di 100 a 1. L’affare l’abbiamo fatto la Galleria Borghese ed io. L’idea dello scambio però è piaciuta.

Giovanissimo, tanto che gli anni all’Università Cattolica non sono mica lontani, eppure già esperto curatore di mostre. Sta seguendo la strada dei Di Corato e degli Angelini, nuove figure-guida emergenti in Italia. Qualcosa sta cambiando davvero?

Io credo che sia così, anche se il problema della carta d’identità non me lo sono mai posto. È vero che in Italia la questione era tabù, fino a poco tempo fa. La mia formazione è british, ho studiato molto all’estero, sono stato influenzato da quel tipo di cultura. Organizzare una mostra a 31 anni alla Galleria Borghese, su Caravaggio... Eccezionale. Ma alla fine, se hai maturato l’esperienza di altre 17 mostre prestigiose, se porti avanti un progetto di autentico valore scientifico con una serietà massima... Le porte si aprono. Anche quelle che non ti saresti mai aspettato si aprissero. In quest’Italia stanca può arrivare dalla cultura una vera spinta rivoluzionaria.

Ha mosso i primi passi negli studi di Storia dell’arte con il corso di laurea triennale in Scienze dei beni culturali. Un passaggio fondamentale?

Ce ne sono stati diversi. La mia fortuna è stata nascere in mezzo ai quadri. Respiro la bellezza dell’arte da sempre. Ho studiato a Brescia, mi sono specializzato a Milano, ho trascorso 2 anni a Firenze alla Fondazione Longhi. Ma da quando ho 8 anni, prima con i genitori e poi in autonomia, ho girato il mondo solo per vedere quadri. Ho imparato a distinguere la qualità dalla mediocrità.

Superspecializzarsi è la via?

Bisogna essere tanto preparati. Io mi sono specializzato nella pittura barocca italiana. Poi per fare il curatore servono anche altre caratteristiche.

Per esempio?

La capacità di coordinare un team di 50-60 persone. Di essere un po’ architetti immaginando allestimenti, un po’ editori pensando al catalogo da impostare. Il curatore è sia storico sia manager.

Il suo modello?

Pierre Rosenberg, ex direttore del Louvre. L’ho frequentato. Mi ha dato le dritte giuste, come tutti i grandi sanno fare. Stimo molto per il rigore scientifico Ferdinando Mazzocca, il più grande studioso di pittura italiana dell’800. Ha curato mostre fantastiche.

Sgarbi ha sdoganato il concetto di cultura come spettacolo. Non trova che si stia tornando a una maggiore settorialità?

È cambiato il vento. Ora si può fare una mostra con 40 opere provenienti dai più grandi musei del mondo, da Washington e da Londra, molto specialistica, sulla natura morta caravaggesca. C’è un ritorno all’essenza. Meno quattrini, meno lustrini. I curatori non possono spendere svariate decine di milioni per avere un Van Gogh e si dedicano a iniziative mirate. Basta con gli impressionisti, spazio a progetti più scientifici.

Se dovesse scegliere un’opera da portarsi sulla famosa isola deserta?

Il quadro che mi porterei? La lavandaia, di Ceruti, che ora è alla Pinacoteca Tosio Martinengo. Come libro... I viaggi di Goethe, che fa rivivere attraverso le parole un’Italia che non esiste più. Viene il magone, ma con la letteratura si può tornare a quell’epoca d’oro.

Sogno nel cassetto?

I sogni li sto realizzando quasi tutti. Mi piacerebbe coinvolgere le nuove generazioni con le mostre. Ma per invogliare i ragazzi serve la scuola. Non si può tagliare storia d’arte.

Quanto vale Brescia nella mappa dell’arte italiana e internazionale?

In questi anni abbiamo perso molta industria, tante attività hanno chiuso, ma siamo cresciuti a livello culturale. C’è moltissimo da fare, ma stiamo recuperando un gap accumulato nei decenni. I dati delle presenze sono incoraggianti. La riapertura nel 2017 della nostra pinacoteca, chiusa da più 6 anni, sarà una tappa cruciale. Nella cultura, comunque, la mentalità bresciana aiuta. È indispensabile per ottenere grandi risultati: unisce conoscenza, concretezza, caparbietà.

Concretamente: prossimi eventi in agenda?

Dal 20 gennaio all’11 giugno a Brescia ci sarà la quarta mostra organizzata a Palazzo Martinengo, da Hayez a Boldini. Dopo il successo di pubblico e di critica conquistato con Moretto, Savoldo, Romanino, Ceruti nel 2014, col cibo nell’arte dal Seicento a Warhol nel 2015, con lo Splendore di Venezia, Canaletto, Bellotto, Guardi e i vedutisti dell’Ottocento quest’anno, puntiamo ancora in alto. E Giuseppe Masserdotti sta già studiando abbinamenti gastronomici mirati con alcuni quadri, alla ricerca della miglior chiave di lettura possibile.

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