«L’avanguardia
è un luogo vicino
alle nostre radici»

Francesco Vezzoli: bresciano, ha rappresentato l’Italia all’Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia [FOTOGRAFO]MATTHIAS VRIENS
Francesco Vezzoli: bresciano, ha rappresentato l’Italia all’Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia [FOTOGRAFO]MATTHIAS VRIENS (BATCH)
07.05.2017

Hai lavorato con Helen Mirren e Catherine Deneuve, Sharon Stone e Roman Polanski. Hai letto Svetonio e dato spettacolo con Lady Gaga. Insomma, sei una superstar vera, dal respiro internazionale. Cervello creativo, cuore curioso. Un talento post-moderno. Così, la tua mente è talmente aperta che dopo aver girato il mondo puoi ritrovarti a incantarti davanti alle teche Rai. Decidere che in fondo quello che è stato in Italia ha niente da invidiare alle maggiori produzioni estere. E approfondire il concetto, con un lavoro senza precedenti.

Bresciano ex arnaldino, classe 1971, artista contemporaneo fra i più affermati, domani Vezzoli inaugura alla Fondazione Prada, in anteprima sulla Biennale di Venezia, il suo ultimo progetto: una mostra dedicata a mamma Rai, con cui è cresciuto insieme a un’intera generazione di quarantenni. «Volevo portare la qualità di quella televisione nel museo più anarchico e qualificato d’Europa», spiega a poche ore dal vernissage.

«TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai». Come nasce l’idea di un omaggio a un periodo così definito della storia italiana?

Queste cose io le ho sempre amate. Ho pensato avessero un valore, relativo rispetto alla mia sensibilità, perché è una mostra molto personale, ma anche assoluto, per il livello delle proposte. Sceneggiati, varietà: era una televisione di avanguardia. Surreale, a volte, fin dal foglio su cui qualcuno aveva firmato per autorizzare la messa in onda. Per esempio. Va bene «Stryx» di Enzo Trapani, era geniale, ma «C’era due volte»... Mi porta a immaginare il funzionario che ha detto sì alla presenza di Cicciolina su Raidue nel 1980, in piena era democristiana. «L’altra domenica» fa pensare a Renzo Arbore, ma era anche la trasmissione in cui tre travestiti, le Sorelle Bandiera, alle 2 del pomeriggio cantavano Fatti più in là...

Come siamo arrivati alla televisione odierna? Lei ha partecipato, negli anni ’80, a una puntata di «Doppio slalom», in piena esplosione di berlusconismo in tv. È quello ad aver poi cambiato tutto?

Non darei la colpa a Berlusconi. Gli anni ’70 erano un momento fecondo per il mondo. Succedevano cose pazze, in Italia ancora più pazze rispetto al contesto. Abbiamo avuto una guerra, una guerra civile: mi piace molto pensare che questa mostra, senza mancare di rispetto a persone ferite fisicamente o emotivamente, possa essere un Prozac intellettuale. C’è uno psichiatra con cui chiacchiero volentieri. Mi dice sempre che la prima cosa è portare a casa il paziente. Chi è in un gorgo, non ti ascolta. Dico qualcosa per cui so che potrei essere attaccato: pur essendo a conoscenza delle problematiche sociali, credo che la nostra nazione più che povera sia ferita. Dobbiamo liberarci di questa depressione. L’unico modo è prendere coscienza di quanto gloriosi siamo stati.

Lei cita il mondo dello spettacolo e intanto si esprime in mille modi, dall’uncinetto alla videoarte: quale mezzo sente più suo?

Io credo in un’arte sinestetica. Una sensibilità a tutte le sfumature. Oggi va il prodotto, c’è un’industria felice e fiorente che produce cultura. In certi momenti storici c’era maggiore attenzione al dettaglio e tutto tornava. Ma la situazione non è irrecuperabile. Mi costringo ad essere ottimista: ci sono nicchie, in Rai c’è una signora che come un’amanuense protegge le teche, Maria Pia Ammirati. I ruoli possono essere vari. C’è chi protegge la memoria e chi fa il Prozac. Per rienergizzare.

Com’è arrivato fino a qui?

Sono scappato dalla città. Ho lasciato Brescia subito dopo gli anni al liceo classico Arnaldo, un’esperienza catatonica, e sono fuggito a Londra. Se dicessi che inseguivo gli studi sarei un bugiardo: ero più interessato ai Pet Shop Boys. Ho trovato la club culture, una Londra liberissima, e la fortuna di una borsa di studio alla Saint Martin’s School of Art. C’erano persone capaci di prendersi libertà rispetto alla storia e al sistema vigente, libertà anche violente rispetto alle regole. Poi quella Londra, calamitando potere e denaro, è diventata reazionaria.

Inghilterra più reazionaria dell’Italia?

Non dobbiamo sottovalutarci. A Brescia abbiamo un liceo classico che vale più di 4 master americani ad Harvard. Il know-how tecnico, intellettuale, creativo, non ci manca. E chi vuol vedere come si possono fare bene le cose in Italia può venire alla Fondazione Prada, dove lavorano professionisti geniali. Fondamentale farsi ispirare dall’exemplum vitae giusto. Magari un signore colleziona arte perché ha conosciuto persone che gliel’hanno fatta amare. Le mele non cadono mai lontano dagli alberi, in una piccola nazione.

Tante le opere al suo attivo. Dovesse sceglierne una?

Ricordo con affetto «Caligola».

Il trailer più stupefacente di sempre, lancio di un remake inesistente. Era il 2005.

... E ricordo con piacere, in particolare, il mio rapporto con Gore Vidal. Darei un dito per vederlo vivo altri 10 anni a commentare l’era di Trump. Avrebbe potuto dissezionare la storia d’America, svelando anche connivenze regressive.

Cosa si aspetta da questa mostra sulla Rai degli anni ’70?

È un grande regalo che mi sono fatto: mi ha aperto molto gli occhi, mi son divertito, ho goduto della gioia nella ricerca. Questo l’aspetto edonistico. Poi, mi ha permesso di capire che esiste ancora qualcosa oltre il mercato dell’arte. Amo il museo in cui chiunque entri trova qualcosa: il bambino che impara, l’adulto che ricorda, il «millennial» che si stupisce.

Millennial è social: fra arte e network vede un connubio o contrasto?

Il mondo dell’arte si protegge dai social. È reazionario. La Fondazione Prada è un’eccezione. I musei si sono ingranditi a dismisura e sono costretti a fare mostre compiacenti. Niente di illegale, per carità. Ma sono mostre concepite per le amiche di mia madre.

Cosa cerca quando va al cinema e in libreria?

Ho visto da poco «Moonlight». Mi è piaciuto da morire. L’ho detto al regista: Hai reinventato il melodramma. Ha annuito. Poi, leggo tanta saggistica.

Dove sarà fra dieci anni?

Voglio essere in un luogo unico, dove conservare le mie radici senza che ciò mi punisca a livello comunicativo. Un luogo in cui sentirmi a mio agio, senza isteria sociale, potendo al tempo stesso mostrare la mia arte. Un mio santuario.

Cosa direbbe a un Francesco Vezzoli di vent’anni, se lo incontrasse oggi?

Gli direi di studiare i social media: permettono di capire i meccanismi del potere buono, creativo. E gli direi di non staccarsi dalle sue radici. L’ho detto ai Formafantasma, designer diventati famosi all’estero: Bravi, adesso però piantate l’Olanda e tornate in Italia. Se facciamo squadra, siamo più «cool» della Cool Britannia che ha votato la Brexit.

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