«Io, uomo in fuga
con la mia musica
fra Usa e Sanremo»

Riccardo Maffoni, 39 anni, sul palco con la sua chitarra: ispirazione incontenibile, energia rock and roll contagiosa [FOTOGRAFO]LUCA GOVONIRenato Pozzetto, ieri sera
Riccardo Maffoni, 39 anni, sul palco con la sua chitarra: ispirazione incontenibile, energia rock and roll contagiosa [FOTOGRAFO]LUCA GOVONIRenato Pozzetto, ieri sera (BATCH)
27.11.2016

Oggi torna a cantare. E a suonare. E la notizia è di quelle belle per davvero, per chiunque ami la musica.

Riccardo Maffoni. Cantautore in ogni angolo dell’anima, artista brado come ce ne sono pochi. La voce ruvida e calda, gli accordi come un flusso. Si ripresenta in coppia con la sua chitarra, la compagna di sempre, a «1 Maglia per la Vita»: sul palco alle 15.15 al Leone di Lonato e alle 17 in piazza Loggia in città, per beneficenza. Poi arriverà dicembre e Ricky suonerà ancora: il 6 in città, da Ciro, e il 10 nel pomeriggio, nello Spazio Emergency di via Tosio.

Di nuovo in giro, sui palchi, dopo tanto tempo.

«È fantastico poter dare una mano facendo ciò che amo tanto e che mi diverte sempre altrettanto - dice Maffoni -. Ed è fantastico fare musica, sempre. Ancora una volta avrò la possibilità di proporre canzoni vedendo le mie sensazioni riflesse nel volto di chi mi sta davanti. L’emozione più grande. Mi carica, mi dà soddisfazione».

Classe 1977, gloria di Orzinuovi, suona da sempre. O quasi?

Direi più «quasi». Perché non ho iniziato subito. La chitarra, me l’hanno regalata i miei per la cresima. I ricordi cruciali risalgono alla terza media. La svolta c’è stata allora. Avevo fatto una gita. Ero stato in Toscana, credo a Volterra ma non è importante, con la classe. Eravamo in un residence, c’erano anche ragazzi universitari.

E suonavano la chitarra.

Esatto. Ovvio. La cosa che mi ha colpito: rifacevano i pezzi di Vasco Rossi, dei Guns n’ Roses. I classici dei Pink Floyd, dei Beatles, di Hendrix. Roba che mi sembrava intoccabile. Avevo visto la videocassetta di Jimi a Woodstock, mi aveva colpito tanto, quasi intimidito. Per me, in quella gita... è stato come per i Blues Brothers vedere la luce. Ma allora si può fare davvero, allora posso suonare anch’io Vita Spericolata!, mi son detto. Una botta. Un’illuminazione. C’era una ragazza punk, ascoltava «Tex» dei Litfiba. Quante influenze! Tornato a casa, volevo la chitarra. A casa c’era già quella di mia papà. Ci giocavo e poi mettevo la musica da ascoltare nello stereo. Intanto iniziavo a lavorare con mio padre Giampietro, nella nostra ditta di brioche, insieme anche a mia madre Giovanna e a mia sorella Anna, che oggi ha 36 anni. Papà suonava spesso. I primi accordi me li ha insegnati lui.

Cosa ascoltava?

Di tutto. Da Battisti a Celentano, da Marley a Cat Stevens, da Cocciante a Rod Stewart. La domenica, a casa, si sentiva la musica. E tutti i giorni io suonavo. La soglia del chitarrista, il Fa, gli accordi col barrè: superato quello scoglio, è stato tutto in discesa. Mi facevano male le dita, come a tutti, ma quando una cosa ti piace, ti interessa davvero... Negli anni ’90 mi confrontavo a scuola con i coetanei, in piena era grunge, ritrovandomi vintage: ascoltavo Springsteen, Lennon e McCartney. Intanto studiavo chitarra tutti i giorni. A un certo punto ho lasciato la scuola. Suonavo e lavoravo. Volevo andare avanti da solo, scrivere le mie cose chitarra e voce, a 18-19 anni.

Il primo show da ricordare?

Nel 1997-98. Si faceva una serata tributo a Springsteen a Crema. Allora non era usuale, omaggiare i vivi. Era la mia prima volta da solo sul palco. Poi a Chiari, dove c’era l’associazione degli Amici della diffusione della musica rock a organizzare appuntamenti, ho aperto a musicisti americani davanti a 200 persone. Il primo, vero pubblico. Un passaggio fondamentale.

Tra gli inizi e i successi sanremesi, quanta gavetta?

Non c’erano i «talent», allora. Io partecipavo a tutti i concorsi, proponendo canzoni mie. Sempre in italiano. Il gradino giusto l’ho scalato a Recanati, nel 2001: lì ho conosciuto il mio discografico, Marcello Balestra, che mi ha portato alla Warner. Mangiavo le parole: Non riuscivo a capire il testo, ma mi è arrivata l’energia, mi disse lui. A quel punto un po’ di esperienza l’avevo. Avevo suonato l’anno prima, nel 2000, a Livorno, al Premio Ciampi, davanti a mille persone.

Nel 2002 ha vinto il Festival di Castrocaro con «Le circostanze di Napoleone. Poi Destinazione Sanremo, il primo album, l’apertura dei concerti dei Nomadi, di Van Morrison e Alanis Morrisette e altri riconoscimenti, come il «Gran Premio di Primavera» 2004, fino alla vittoria del Festival di Sanremo per la sezione giovani nel 2006, con «Sole negli occhi». A quel punto non aveva ancora trent’anni.

Ed ero simile al ragazzo di qualche anno prima, e simile a quello che sono adesso. La musica, questa scelta di vita che non è una scelta ma un’esigenza, l’ho sempre vissuta tanto, sul palco. Nella serata più bella, in quella meno bella. Non è solo salire sul palco: è dire al mondo questo sono io. E il resto non esiste più. È ciò per cui mi batto. Quello che sono.

Sanremo da protagonista, la benedizione della Gialappa’s Band. Poteva andare in una direzione molto pop, come hanno fatto altri, per esempio Grignani. Invece ha scelto le radici. Alle scorciatoie ha preferito la verità. Una decisione ponderata o istintiva?

Dopo il secondo album, «Ho preso uno spavento», dopo aver aperto i concerti del tour del 2008 di Francesco Renga e aver fatto un mio tour nelle piazze, sono tornato alle radici. Chitarra e voce. Una scelta artistica mia. Andare ovunque, con la mia chitarra. Ho suonato all’estero, negli States, tra la Florida e New York, poi sono tornato e ho inciso un ep di cover in inglese, a chiusura del cerchio. Dopo questo periodo, mi sono fermato. Forse per la prima volta. Ho staccato la spina e fatto il punto della situazione.

Come ritorna?

Beh, chitarra e voce. Chiaro. Chi mi conosce dice che... Se suoni da solo, tu arrivi di più. Sto scrivendo nuovamente in italiano, dopo la parentesi in inglese. L’album nuovo uscirà nel 2017. Per ora, niente di certo: quanto al suono del disco, chissà. Ci saranno influenze diverse. Ho preparato la tavolozza con tutti i miei colori. E vediamo un po’ cosa succede.

Intanto, suona.

Ho voglia, sì. Giovedì al centro culturale di Orzinuovi abbiamo dedicato una serata al cantautore Mario Mantovani. E... devo dirlo: ogni volta, sul palco, è sempre come un debutto; ma, al tempo stesso, è come se ci fossi stato soltanto un attimo prima. Come sempre, come agli inizi. È viva innocenza. Poi, nel rock come nello sport conta la partita, molto più dell’allenamento. Altrimenti le rockstar non esisterebbero. A me, lo confesso, suonare dal vivo davanti a un pubblico che ti restituisce l’energia piace sempre tanto.

Cosa ascolta, in questo periodo?

Ho scoperto la musica classica. La sto apprezzando, tanto. Non sono mai stato uno che snobba i generi, per cui non è che la schifassi prima. Ma pensavo di non essere pronto. Adesso mi sento in grado di capirla meglio.

Fra i cantautori storici, a chi si ispira?

Anche in Italia, di esempi luminosi ne abbiamo avuti e ne abbiamo ancora, per fortuna. Il primo che mi viene in mente: Edoardo Bennato. I suoi primi dischi, negli anni ’70, erano una cosa davvero notevole. I testi avanti, e così «anti». Poi Vasco Rossi, il primo ma non solo. Rock diretto, grandi canzoni. Se ripenso a «Liberi liberi»... Avevo 12 anni, quando l’ho sentita la prima volta. E non potevo rendermi conto della profondità di una canzone così bella. Poi citerei il primo Ligabue. E Lucio Battisti, in particolare. Capace com’era di sposare la melodia al funk.

Qual è la canzone in cui si riconosce di più?

Dico «Uomo in fuga», del 2004. L’ho scritta prima della morte di Marco Pantani e poi è stata scelta dalla Onlus istituita in memoria sua, ed è un po’ un inno in tutte le manifestazioni ufficiali che ricordano il Pirata. Ma non l’avevo scritta per lui. Uomo in fuga: quello ero io, sono io. Con la musica, in cerca di libertà.

Condividi la notizia