«Io, nato pianista
La mia missione
è un dono divino»

Federico Colli, 28 anni, pianista bresciano. Nel corso della sua carriera ha suonato a Roma, Vienna, Parigi, Berlino e Tokyo
Federico Colli, 28 anni, pianista bresciano. Nel corso della sua carriera ha suonato a Roma, Vienna, Parigi, Berlino e Tokyo (BATCH)
26.02.2017

E poi cosa fai?
Quando hai meno di trent’anni e sei considerato uno dei migliori 30 pianisti giovani del mondo (classifica stilata dal magazine specializzato britannico «International piano»). Quando leggi The Independent definire il tuo modo di suonare «splendido, sensibile alle sfumature, espressivo e di atmosfera; intelligente, energico e mai pesante» (Jessica Duchen dixit). Quando ti accorgi che suonare ti rende felice più di ogni altra cosa, ma rende felice pure chi ti ascolta. Cosa fai, poi?

«Cos’altro puoi fare... Porti avanti la tua missione», sorride Federico Colli. Che il 10 agosto compirà 29 anni, ma ha già vissuto più tappe di dieci normali carriere messe insieme. Bresciano di città, «figlio d’Occidente». Un crociato del talento. Musicista giramondo che si racconta senza troppi giri di parole.

Come si definirebbe, oggi?

Io mi sento artista, prima di tutto. Poi pianista. Non ho ancora ben capito il rapporto fra uomo e artista, ma come uomo mi ritengo devoto al bello, al vero. Alla cultura, intesa in senso letterale, da latino colere: mi preme coltivare il territorio dello spirito. Tutto ciò che l’innalza verso l’assoluto.

Cos’ha pensato, quando è stato inserito fra i migliori 30 pianisti under 30 al mondo?

Ho provato un’immensa gioia. Un grande onore. Un enorme senso di responsabilità. Il traguardo raggiunto invita a fare sempre bene, anzi meglio. A rimettersi in gioco di continuo, con entusiasmo. Io voglio servire la musica, manifestare la verità, rendere omaggio alla bellezza. Questi sono i miei obiettivi.

Ragazzo prodigio?

Ho iniziato presto, ma nemmeno prestissimo, anche se sono il primo ad aver fatto musica professionalmente fra i miei cari: tutti operano in ambiti scientifici, in me la passione per la musica ha sfaccettature più ampie. Ho iniziato a suonare perché Dio ha deciso di donarmi un talento. È un dono, oltre che una responsabilità. Richiede abnegazione, spirito di sacrificio. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia che mi ha appoggiato. I nonni, gli zii. E non dimentico certo i maestri che mi hanno incoraggiato. Ho avuto la miglior guida possibile, sempre e comunque, in casa e fuori.

Ha studiato al Conservatorio di Milano, all’Accademia Pianistica Internazionale di Imola e al Mozarteum di Salisburgo. La sua brescianità ha contato qualcosa in questo percorso aperto verso il mondo?

Ha contato, sì. Perché è vero che le predisposizioni si palesano a prescindere, ma la mentalità vale tanto. Ha radici, un’appartenenza. Un’identità anche geografica, contestualizzabile. Brescia, Italia, Occidente: io ricavo energia e ispirazione da qui, dal mio universo. Credo che questo universo debba ritornare al suo passato glorioso, prendere in mano le redini del momento e continuare ad essere un faro per la civiltà. Mi sento grato e fiero di essere nato a Brescia, territorio culturalmente di tutto rispetto. La città di Emanuele Severino. Abbiamo un’identità, valori dimenticati per i quali voglio battermi: il vero, il bello, il buono, l’uno. Il nostro senso del trascendente.

Se non avesse fatto il musicista?

Potrei dare mille risposte e sarebbero solo boutade. Non potevo fare altro. La mia è una missione. Io sono uno strumento di qualcosa, il mezzo attraverso il quale si esprime un dono divino. È pressoché impossibile pensare a un’alternativa. Non mi sono mai posto la domanda su cosa fare da grande. Mai. L’ho sempre saputo. Ho sempre cercato di essere coerente con il mio talento, con la chiamata che sento di aver ricevuto.

Come ha iniziato a suonare?

Ho cominciato a giocare con la batteria, avevo poco più di 2 anni. A 3 e mezzo mi son messo alla tastiera del pianoforte. È stata... incoscienza a prima vista. Le prime lezioni sono state buffe, la fase dell’incoscienza ludica è durata fino ai 10-12 anni.

Poi cos’è successo?

Un amico di famiglia, il professor Alberto Bonera, mi ha osservato mettere le mani sul pianoforte e ha visto una luce. La manifestazione di una potenza. Un talento. Ha dimostrato grande lungimiranza, apertura mentale. Gli sono grato. A 16 anni ho studiato con i maestri russi Petrushanskij e Gigilov. Ho preso coscienza dell’importanza che la musica può rivestire. Quell’esperienza mi ha aperto gli occhi sulla missione che un artista deve essere cosciente di avere. Mi ha stimolato il pensiero.

Nel 2011 ha vinto il Concorso Internazionale Mozart di Salisburgo, nel 2012 la Medaglia d’oro Daw Aung Sun Suu Kyi al Leeds International Piano Competition. Quale premio l’ha resa più felice?

Entrambi. Non sono stati fulmini a ciel sereno, ma il culmine di un percorso ragionato, pensato, sudato. Leeds è stato uno spartiacque di vita, umano e professionale. Già partecipare era un sogno. Come per un calciatore vincere la Champions League. La consapevolezza è arrivata molto dopo la vittoria. Ero arrivato agguerrito, con un’armatura ben forgiata. Poi ti ritrovi in cima all’Everest e la sensazione è splendida, ma provi pure il senso di una desolazione infinita. E adesso? Nell’aria avverti il profumo di un desiderio appagato. Si apre così un capitolo nuovo, impossibile da decifrare. Si tratta solo di seguire l’ispirazione, fare bene, andare avanti.

A chi si ispira?

Innanzitutto ad Arturo Benedetti Michelangeli. Non ho avuto la fortuna di conoscerlo, ma posso considerarlo un modello autentico. Dalla sua arte ho imparato il senso del sacrificio nella perfezione. La fiducia incondizionata in una chiamata ricevuta. Considero Arturo Benedetti Michelangeli il mio mentore spirituale. Per quanto riguarda i grandi pianisti viventi, per l’appeal che emana voglio citare Grigory Sokolov. Ho avuto modo di conoscerlo. La sacralità con cui compie il rito del concerto... Una meraviglia.

Fra i coetanei, stima qualcuno in particolar modo?

Ho colleghi e amici che stimo, sia umanamente che professionalmente. Quando vedo un ragazzo che merita, si impegna, gioisco del valore aggiunto per la società e l’integrità di un mondo in cui possano trionfare il bello e il vero. Tutto questo nella competizione, però. C’è poco spazio per guardarsi fra colleghi. Onestamente siamo in un’arena, è questo il mondo in cui svolgiamo la nostra professione. Per fortuna ci vogliamo bene, il che aiuta.

Una missione da compiere in un’arena competitiva. Rimane spazio per qualcos’altro? La possibilità di creare una famiglia, per esempio?

Una domanda delicata. Difficile trovare una risposta. Sinceramente sono molto disilluso, da questo punto di vista. Sento solo... disillusione.

A cosa pensa adesso? Quali le prossime tappe lavorative?

Scopro la Corea, il che mi emoziona. A fine aprile ho in agenda un recital a Seul in un auditorium fra i più belli del sudest asiatico. In programma c’è pure una trasferta alla Royal Albert Hall a Londra, in settembre. In maggio invece sarà ufficializzato un progetto discografico: un contratto esclusiva con Chandos Records, prestigiosa casa discografica inglese di musica classica. Comincerò a luglio a registrare il primo disco. L’accordo pluriennale prevede la realizzazione di 4 compact disc. Tanta musica. La responsabilità grande che mi onora e mi rende tanto felice.

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