«Io, astronauta
dei suoni, credo
solo nel lavoro»

Domenico Clapasson: coccagliese, è compositore, direttore e docente. Insegna al conservatorio «Luca Marenzio» di Brescia
Domenico Clapasson: coccagliese, è compositore, direttore e docente. Insegna al conservatorio «Luca Marenzio» di Brescia (BATCH)
23.07.2017

Se nasci a Coccaglio, paese che ha dato i natali a Luca Marenzio, è un po’ normale che suoni il pianoforte e te la cavi bene con la musica in generale. È un segno del destino. Però Domenico Clapasson è andato oltre. Mica si è limitato a cavarsela. È diventato un docente, proprio nel conservatorio che alla figura di Marenzio è intitolato. Un direttore. Un compositore capace di lavorare per sé e con gli altri. Uno che ad ogni livello - con le incisioni discografiche come con l’insegnamento - combatte in trincea la sua battaglia culturale. E non è retorica, non è un’esagerazione: chiunque rubi ore al sonno o agli affetti, per studiare un passaggio o trasmetterne il senso, sa perfettamente quali motivazioni possano animarti, in casi del genere. Una su tutte: «Far vincere il bello». Che, parlando di arte, equivale a far vincere il bene nel mondo.

«È un segno del destino», riprende il concetto e ripete Clapasson, sorridendo all’idea di una coincidenza: «Nasco nel 1965, il 10 dicembre, a Coccaglio, paese del grande Marenzio a cui è dedicato il nostro conservatorio bresciano, e subito dopo chiudono l’ospedalino in cui ho visto la luce. Questo mi fa sentire ancora di più un coccagliese doc».

Predestinato e franciacortino fino al midollo?

Io vivo a Rovato, in questa terra di forti tradizioni musicali, sono ancorato alla Franciacorta anche se devo dire che la mia famiglia è della Valle d’Aosta. Adoro la montagna, devo tanto a Fontainemore, ai luoghi delle mie origini. La bellezza e la semplicità della natura. Vorrei che abitassero sempre la mia musica.

Come ha mosso i primi passi?

Mi ha preso la mano mio papà Sergio, direttore di coro. Un personaggio molto amato qui a Coccaglio, anche se è tornato a vivere in Val d’Aosta. Ha segnato un’epoca, nel nostro paese. Mi ha insegnato senza mai forzare, sempre come se fosse un gioco. E lo era, anche se già a 6 anni componevo. Registravo su vecchi mangianastri. Un mio amico corista ha scovato e mi ha portato una sonata per pianoforte scritta quando avevo 7 anni: regalavo le cassettine agli amici.

Come si è rivisto, da compositore in erba?

Sinceramente? Mi ci sono ritrovato, il che può essere anche preoccupante… Quando ho compiuto cinquant’anni ho registrato un disco da regalare agli amici, con pezzi scritti nel tempo. Un gioco di amicizia. E del resto non rinnego nulla.

Se non avesse suonato?

Ma ho sentito fin da bambino che non riuscivo a fare altro! Ho frequentato le medie dai Salesiani a Chiari. Quando i genitori sono andati a parlare con i professori, che strada può fare nella vita? hanno, chiesto, perché io ero uno scavezzacollo. Non sapremmo cosa fargli fare se non la musica, fa solo quello, diceva mia mamma. Aveva ragione. Ho una forma di attaccamento al suono, Ho bisogno di stare allo strumento. Fin da... Da sempre. Comunque, se non avessi suonato, mi sarebbe piaciuto fare l’astronauta.

Mestieri simili, in fondo.

Mestieri che vivono di sogni, di orizzonti infiniti. Noi musicisti siamo astronauti dei suoni.

Se ripensa alla sua carriera?

Beh, se analizzo la mia vita di musicista, la parola-chiave è amicizia. La mia crescita la devo a incontri fondamentali. Ho studiato al conservatorio di Brescia cominciando tardi, dopo la terza media, diplomandomi in pianoforte sotto la guida di Giacomo Puritani, in organo e composizione organistica con Franco Castelli. La mia formazione deve tanto anche alle chiacchierate con Luca Tessadrelli, insieme fino alle 5 del mattino ascoltando Mozart. A Giancarlo Facchinetti, figura cara e incoraggiante anche negli anni, uomo di buon gusto. E a Umberto Benedetti Michelangeli. In seguito mi sono perfezionato con Alexander Lonquich, sono stato a un suo master ed è diventato subito un amico, è venuto in Val d’Aosta da me in vacanza. Determinante Felice Martinelli, artista e amico del cuore. Siamo stati testimoni di nozze a vicenda. Sono legato a lui come a Mara Galeazzi, anche lei coccagliese. Credo molto nel fatto che viviamo di incontri sinergici. La musica, come la pittura, non può vivere appartata. Abbiamo bisogno di alimentarci l’uno con l’altro.

La sua è stata definita «musica che parla di danza».

Il mio linguaggio si rifà a esperienze di vita. Cerco di avere particolare attenzione alle dinamiche, ai colori. Sono cresciuto in mezzo ai quadri e alle sculture di Felice, come lui ha vissuto in mezzo alla mia musica. Per me è naturale pensare alla musica come a una tavolozza di colori. Come a un ritmo.

Come a una danza, l’arte in cui eccelle Mara Galeazzi.

Che è stata mia allieva di piano. Ed era la migliore! Un talento musicale rubato dalla danza, che però è una sua dote talmente grande... Ha fatto bene a seguire la sua strada.

Nella sua attività si è fatto mancare niente: concerti in Italia e all’estero, vittorie in concorsi nazionali ed internazionali, la direzione di cori. E poi composizioni di repertorio sacro, colonne sonore per film, registrazioni per la Rai, la Radio della Suisse Romande e la Televisione Nazionale Spagnola e Tedesca....

Un capitolo a cui sono particolarmente legato è «Canta il sogno del mondo», su testi di David Maria Turoldo, nel 2002. Ho avuto la fortuna di conoscerlo negli ultimi anni di vita: al di là dell’alto pensiero spirituale, sento la sua poetica molto vicina. È una figura che mi ha segnato. Ricorderei poi «Viola Legends», che ho inciso nel 2007 con la violista Elena Laffranchi su musiche mie e di Paolo Ugoletti. Amo le leggende valdostane perché ho un gusto tardo-romantico, tonale. La musica per me deve essere ascoltabile, piacevole. Elena Laffranchi è vicina al mio mondo musicale.

Lei ama contaminare. Ma, nella sostanza, come fa a passare dalle favole musicali alla sonorizzazione di opere d’arte?

Credo nel lavoro, nell’amicizia. E mi piace variare. Nel 2001 ho composto «Il Giardino del Gigante» su testo di Ottavio De Carli, e nello stesso anno ho realizzato per pianoforte «Nuovi Antichissimi Mondi» con musiche di Luca Tessadrelli e una pubblicazione d’arte di Felice Martinelli. Cose diverse, passione identica.

È titolare della cattedra di pianoforte principale al Conservatorio Marenzio di Brescia. Cosa vuol trasmettere ai suoi studenti?

Credo molto nel fatto che a ragazzi motivati, animati da uno spirito di sacrificio immenso, possiamo insegnare dei valori. Con orgoglio e con onore. L’ispirazione è frutto di un lavoro quotidiano. Non è solo talento.

Poi, se a 6 anni sei in grado di comporre per predisposizione innata, tanto meglio.

Ok, però Roberto Benigni, che ho incontrato una volta in una trattoria, mi ha confermato che il segreto è un altro: Io studio tutto il giorno per risultare spontaneo, mi ha spiegato. Ogni movimento che fa, ogni saltello, è studiato. E saperlo non toglie la magia. Bisogna studiare! Questa è la verità. I ragazzi devono capirlo. Nulla viene dal cielo, le idee non vengono calate dall’alto con una fune dorata. Questo è il primo concetto fondamentale.

E il secondo?

Ai ragazzi dico Createvi forti rapporti di amicizia, non solo rapporti lavoro. Altrimenti nella vita non si va da nessuna parte.

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