Il vescovo Monari
«Il mio ultimo
Natale bresciano»

Monsignor Luciano Monari: nato a Sassuolo il 28 marzo 1942, è vescovo di Brescia dal 19 luglio 2007
Monsignor Luciano Monari: nato a Sassuolo il 28 marzo 1942, è vescovo di Brescia dal 19 luglio 2007 (ORLANDIR)
Luciano Costa22.12.2016

Luciano Costa

Difficile, ma non impossibile chiedere a un vescovo di lasciar perdere l’ufficialità e di accettare di fare un viaggio nella più assoluta normalità. Un invito che monsignor Luciano Monari ha accettato, mostrando di che pasta è fatto un prete che si è trovato col mozzetto rosso in testa, l’anello episcopale al dito e un titolo di arcivescovo da onorare con umiltà, disponibilità, sapienza e saggezza. L’ha fatto al Centro Pastorale Paolo VI (in qualche modo la sua «Casa Santa Marta») a pochi mesi dalla pensione che il diritto canonico - bizzarramente - impone anche a preti e vescovi in perfetta forma allo scadere del 75° anno di età. «A me sembra bizzarro che qualcuno si stupisca», ha ribattuto il vescovo, spiegando che quando i 75 arrivano (per lui il prossimo 28 marzo) è bene rendersi conto che sono tanti, forse non tantissimi ma abbastanza per suggerire di farsi da parte senza per questo sentirli come peso e neppure come liberazione dagli impegni; «semmai, solo come un alleggerimento dagli impegni quotidiani, un modo per concedersi tempo in più per pregare, riflettere, meditare, leggere, viaggiare alla scoperta di ciò che ancora vale la pena di scoprire. Insomma, un tempo da vivere e condividere con fedeli e amici che spesso non hanno potuto sentire il loro vescovo vicino come loro avrebbero voluto». Magari ancora in territorio bresciano, in qualche parrocchia di collina o di montagna? «No. Credo opportuno lasciare a chi verrà dopo di me tutto il campo, in parte ben curato e in parte da curare, senza interferenze, neppure ipotetiche o marginali - ha risposto il vescovo -. A marzo mi ritirerò nella mia Sassuolo, dove sono nato e ho maturato la mia vocazione al sacerdozio, mettendomi a disposizione di una parrocchia qualsiasi».

E la Diocesi di Brescia che l’ha a- vuto Pastore per quasi 10 anni?

«Brescia e tutta la Diocesi mi avranno sempre come amico, pronto se servirà a rispondere alla chiamata, ma non a sollecitarla».

Ma quante soddisfazioni si porterà via un vescovo che per tanti anni ha vissuto da bresciano?

«Tante, tantissime, da consolarmi gli anni del dopo-Brescia. Ho visto la Diocesi, mi sono preso cura di lei e lei si è presa cura di me. Tra gioie e fatiche ho conosciuto il peso dell’impresa di cui sono stato investito, ma anche e soprattutto il piacere di contare così tanti e valorosi preti, ognuno radicato in parrocchia, nell’oratorio, a contatto con la gente; di vedere centinaia di associazioni e mille e mille volontari disposti a “farsi altro” mischiando il loro tempo con il tempo delle Caritas parrocchiali, e di misurare il valore delle scuole cattoliche: per uno che veniva dall’ Emilia, dove si contavano sulle dita di una mano, trovarne più di cento era davvero grazia di Dio concessa a beneficio dell’intera Diocesi. A Brescia ho potuto confrontarmi liberamente e proficuamente con le Istituzioni, avendo come primo impegno la ricerca di unità di intenti, collaborazione veritiera, disponibilità a ricercare insieme il modo migliore per assicurare la piena dignità alle persone, chiunque fossero».

Dunque, un vescovo soddisfatto. «Innanzitutto sono contento di essere stato mandato proprio qui, poi sono soddisfatto per ciò che ho avuto in cambio. Ho ora la consapevolezza che la Diocesi ha bisogno di buon futuro e di qualcuno che lo sbricioli fino a farlo diventare pane e companatico per tanti, se non per tutti».

Di lei dicono che eccelle nel comunicare la Parola, nel leggere la Bibbia, nel dettare la più opportuna meditazione e nel chiamare i fedeli a condividere la preghiera, ma non nel prolungare le sue visite a uso e consumo delle feste…

«Bresciani generosi nel primo caso, un po’ meno nel secondo. Però, io mi sento in pace: mi pare infatti che compito del vescovo sia annunciare bene la Parola e pregare insieme ai suoi fedeli. Quanto alla presenza, forse l’ho onorata meno, ma sempre partecipata in spirito e gaudio».

E senza mai lesinare abbracci, baci e carezze…

«È il mio modo per dire che son felice di stare in mezzo alla gente, coi ragazzi degli oratori, con gli studenti che si apprestano a diventare protagonisti del futuro, con gli operai che faticano e sperano, con i disperati che il mare ci regala, con i poveri che affollano le nostre strade, con tutti coloro che cercano la luce verso cui orientare gli sguardi e la voglia di essere partecipi del comune destino».

Qualcuno in realtà rema contro l’idea di un sociale che non esclude nessuno, contro ipotesi di accoglienza allargata e condivisa, contro le disponibilità a far posto a eventuali sconosciuti, contro chiese aperte e mai chiuse...

«È vero. Ma io guardo con stupore e ammirazione anche al più piccolo e insignificante gesto di amore compiuto in nome di Dio e di quell’u- manesimo nuovo che tutto trasforma e rende grande, facile, degno d’essere elencato tra le virtù. Credo anche sia possibile cambiare la società nella misura in cui vi si mettono più educazione e meno ideologia, più legami solidali e meno interessi personali, più disponibilità all’altro e meno porte chiuse. Servono cuori generosi e menti aperte alla novità, che non sempre è cattiva. Non bisogna lasciare spazio alla paura - che lasciamo ai predicatori di sventura - ma alla gioia annunciata dal Vangelo o, se a qualcuno dispiace il peso del Vangelo, quella compresa nel bene che compete a ciascun cittadino. In questo contesto, quando le persone ci sono, nasce e si consolida la capacità di creare legami che vanno oltre il proprio ambito, la propria fede, il colore della pelle».

Intanto crescono le conflittualità e aumenta il rifiuto ad accogli- ere profughi e migranti da parte di Paesi che pure hanno profonde radici nel vissuto cristiano.

«È sempre questione di misura. Se prevale la paura dell’al- tro tutto diventa difficile; se invece trova radici e sostentori la consapevolezza dell’al- tro, non necessariamente os- tile, tutto diventa più facile e anche la percezione di diventare minoranze sovrastate dai nuovi arrivati, sarà cancellata dalla certezza di essere comunità in cammino: io dico verso la gioia, ma mi basterebbe sapere che l’orizzonte è colorato di serenità e di fiducia, gli uni verso gli altri».

La politica dovrebbe dare una mano a rasserenare gli animi e a disegnare un futuro degno di essere vissuto. Invece, fa di tutto per offrire cattivi esempi...

«Mi pare sia stato un sindaco bresciano (Cesare Trebeschi, ndr) tanti anni fa ad auspicare che alla politica si potesse aggiungere un “soffio d’anima in più”. Quell’auspicio vale ancora adesso, in un momento in cui tutto è complicato da rancori e incomprensioni, quando più che mai è necessario garantire dignità piena alle persone ed è irrinunciabile dare alla società una dimensione etica con prospettive sicure e condivisibili, perché orientate alla ricerca di un’unità intelligente, che si costruisce con un progetto educativo capace di andare oltre le ideologie, le incoerenze e gli schieramenti. Se invece il conflitto resta dominante, non avrà valore il “noi non vinciamo su di voi ma per voi” che Martin Luther King consegnò al sogno americano, ma prevarrà il pericoloso e deludente “noi vinciamo e basta” con cui tanti, purtroppo, alimentano il presente. La politica che immaginiamo e che vorremmo veder concretizzata è fatta di verità, di dialogo, di comprensione, educazione e rispetto. Il fine della politica deve essere far crescere generazioni responsabili del loro futuro, ma anche dell’intera umanità».

Verità, dialogo, comprensione, educazione, rispetto: esattamente il contrario di ciò che avviene ora a Berlino, ieri a Parigi e Bruxelles, da troppo tempo nei Paesi in cui la guerra è dominante.

«Ogni violenza, ovunque venga esercitata, è una sofferenza grande e un grande richiamo ad agire per estirpare il seme che la alimenta. Creare legami umani stabili e pacifici è il compito di ogni governante; di ogni uomo e donna è il compito di guardare all’altro con il cuore animato dalla giustizia; di ogni cristiano di mettere tra sé e gli altri la misericordia ricevuta in dono. Se a questo ultimo compito aggiungiamo pazienza e preghiera, il mondo migliore è già alle porte. Perché la pazienza lenisce odio e affanni; e la preghiera toglie dal nostro cuore quello che induce ad annientare gli altri».

Poi, resta la misericordia. O no?

«Resta, se vogliamo che sia compagna e amica del nostro viaggio. L’anno che abbiamo celebrato ci lascia in eredità la certezza di possedere tanta misericordia da regalare a chi la chiede e a chi ne è sprovvisto. Ne parlano le opere intraprese nel suo nome, quelle che vanno elencate col nome di “carità intelligente” e che trovano nelle Caritas parrocchiali e diocesane la loro espressione più viva. Dare impulso alla carità è il modo migliore per vivere la misericordia che ci è stata donata».

Lei sprizza ottimismo. Davvero non la sfiora quel senso di amarezza che è parte dell’esistenza?

«Le amarezze dell’esistenza cerco di superarle con le ragioni della speranza, che sono tante, ben superiori a qualsiasi evenienza. Le amarezze che nascono dalle divisioni tra preti, tra preti e parrocchia, all’interno stesso della parrocchia, le porto nel cuore mentre cerco la via da suggerire perché siano superate».

Poi, per fortuna, arriva Natale. Ma che senso ha celebrare la festa in un mondo che non riesce a vedere oltre i suoi egoismi e dentro la sua cattiva coscienza?

«Per me vescovo e per i cristiani Natale è la nascita di una speranza nuova, ma anche la certezza che dentro la culla in cui è deposto il Salvatore c’è pure la sua tomba, il suo sepolcro. Quel Bimbo nasce in un contesto gioioso, tra pastori e angeli osannanti, ma accanto si vedono già gli albori della tragedia cui è destinato; ma dentro quella culla c’è già la certezza che anche nel male assoluto c’è la possibilità di riscatto e di redenzione. Dentro questo Natale il valore della Pace cantata e donata “agli uomini di buona volontà” non viene ritirata, ma ampliata dalla Speranza. Anche nella tragedia della guerra e dell’odio, la Speranza si fa strada e diventa misericordia, un cuore che si apre all’altro per assicurargli amore e dignità».

D’accordo, vescovo Luciano. Ma cosa deve fare un cristiano per vivere dignitosamente il Natale?

«Innanzitutto fermarsi un attimo, sospendere le cose e i programmi di sempre per ringraziare Dio per la vita e rendersi conto della dignità che appartiene alla persona umana. Per dare concretezza a questo Natale bisogna rivestire ogni persona di dignità infinita, guardare oltre il proprio star bene, diventare operatori di pace e di giustizia, essere uomini e donne di buona volontà a cui è stata annunciata una grande gioia».

E l’anno nuovo. come sarà?

«Sarà bellissimo, pieno di cose buone da fare, ricco di impegni e di gesti di carità. Ovviamente, se siamo disposti a fare in modo che questo sia ciò che davvero vogliamo. Altrimenti sarà quel 2017 che secondo alcuni nasconde, se letto coi numeri, “tremendi venti” (tre men di venti). Al di là delle dicerie, vorrei fosse un anno in cui sconfiggiamo l’odio che tutto distrugge sostituendolo con la Speranza. L’augurio che faccio ai lettori e alla gente della Diocesi di cui mi onoro essere Vescovo è quello cantato dagli angeli: “Pace in terra agli uomini di buona volontà”».

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