«Il teatro è ricerca
Me l’ha insegnato
Giorgio Strehler»

Alessandro Mor: classe 1969, ha lavorato con il Piccolo Teatro, L’Elfo e il Centro Teatrale Bresciano
Alessandro Mor: classe 1969, ha lavorato con il Piccolo Teatro, L’Elfo e il Centro Teatrale Bresciano (BATCH)
06.08.2017

Teatro, televisione. Palchi su palchi, schermi piccoli e grandi. Orizzonti cangianti, ma la scena rimane ciò che è: un regno con le sue regole, universo che fa storia a sé, comporta ispirazione e impegno, sensibilità e sudore.

È una via complicata, a condurre a quello strano paradiso fatto di assi di legno e luci negli occhi. Ma si può percorrere, con calma e convinzione. Si può praticarla come un culto, assimilandone linguaggi e forme. E si può seguirla così, pazientemente, fino in fondo.

Quando si parla di scelta di vita, si può guardare senz’altro ad Alessandro Mor: classe 1969, nato il 26 novembre, bresciano. Il suo mestiere è una seconda pelle chiamata recitazione, figlia fiera di una passione che è diventata molto di più grazie a una conoscenza della materia acquisita presto, prestissimo. Anzi, prima.

«Studiavo ancora al liceo ed ero già abbonato alla stagione dello Stabile», ricorda oggi l’attore, che si è diplomato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano diretta da Giorgio Strehler e si è formato al corso europeo per Danzatore Contemporaneo Interdisciplinare. Ma la sua vocazione era nata fin dall’infanzia, «direi dalle scuole elementari».

Qual era stata la molla?

Non saprei dire. Una predisposizione, un’attitudine. In famiglia sono l’unico. Mia sorella Eleonora, che ha sette anni di meno, insegna alla scuola materna.

Cosa faceva Alessandro Mor da piccolo?

Giocavo in cortile, ai bordi di Brescia: abitavamo in viale Duca degli Abruzzi, dove la città diventava subito campagna. In quella periferia, superata la staccionata, cominciava un altro mondo. C’erano gli animali, la natura, un senso di libertà che i bambini di oggi purtroppo non possono provare sulla loro pelle. La vita all’aperto, con il cielo sopra la testa.

Come andava a scuola?

Mi piaceva, riuscivo. Avevo una maestra, Anita Vairano, che ricordo ancora con affetto. Poi ho fatto le medie alla Pascoli e il liceo Copernico.

E allora è sbocciata la sua predilezione per il teatro.

Mia nonna Teresa, trasferendosi da Monte Isola a Brescia, appassionata d’opera, si era innamorata del Teatro Grande. E mi ci portava. Da lì all’abbonamento per seguire la programmazione del Centro Teatrale Bresciano il passo è stato breve.

Cosa preferiva?

Mi avevano colpito molto gli spettacoli di Massimo Castri. Per esempio, «Il gabbiano» di Cechov. E avevo visto Giorgio Gaber. Giorgio Albertazzi, Anna Proclemer, Rossella Falk... I giganti della scena.

«I giganti della montagna» di Pirandello, con la regìa di Strehler, spicca nel suo curriculum che fra teatro, televisione e cinema è fittissimo. Agli inizi si sentiva più affine al classico o alla contemporaneità?

In verità, ero curioso di tutto. Finito il liceo provai i primi corsi mentre studiavo architettura a Milano. Un’idea che coltivavo già da un po’. Lavorare sui testi, sul palco: un’esperienza che mi ha conquistato immediatamente. Ero a mio agio. Ho cominciato così.

Cut, Zona Franca. E poi il Piccolo Teatro.

Seguivamo le lezioni di giorno, la sera c’era Strehler alle prese con le prove di Faust... E noi eravamo lì. Bellissimo. Passare dalla dimensione del gruppo teatrale autogestito a una come quella milanese e strehleriana era un bel salto. Fu un periodo intenso, a Milano c’erano tanti spettacoli da vedere, un sacco di stimoli... Un ricordo magico. Il mio percorso poi ha seguito le sue tappe.

Lei ha un approccio generoso alla recitazione: se deve suonare la chitarra per uno spettacolo impara in poche settimane, si propone con forza nelle rappresentazioni più complesse come negli spot tv. Quanto ha contato, in questo senso, la figura di Strehler?

Tanto. Strehler è stato un artista completo, anche artigiano: il lavoro sui dialoghi per lui contava come quello sulle luci. Aveva una visione a 360 gradi, davvero totalizzante. Interagiva con gli attori come con i tecnici, non trascurava alcun aspetto dello spettacolo da mettere in scena.

Teatro fatto con l’anima e con le mani, per davvero.

Un realismo poetico che riproduceva l’autenticità. Abnegazione assoluta. E una ricerca continua. Le prove erano infinite, la scena era casa sua. Strehler spiegava tanto, condivideva ciò che aveva in testa.

Ricorda il suo debutto?

Dopo le prime parti con il Piccolo, nel 1993 sono partito dai Giganti di Pirandello. Importante nel ’94 «Tango barbaro» di Copi, con Melato e Servillo, e il «Capodanno» del ’95, sempre di Copi, per il Teatro dell’Elfo. Una svolta c’è stata quando, terminato l’anno di servizio civile, sono andato a Roma per lavorare sul movimento. Il corso europeo tenuto da Adriana Borriello mi è servito tanto, mi ha cambiato.

Nel 1996, ecco «Sogno di una notte di mezza estate».

E un’avventura lunga dieci anni con la compagnia di Adriana, in cui sono entrato perché i suoi princìpi sull’utilizzo del corpo in scena mi avevano conquistato. E insieme siamo arrivati anche alla Biennale di Venezia. Poi grazie a Claudio Collovà, regista palermitano, ho scoperto la bellezza dell’improvvisazione. Il gusto che c’è nel mettersi in gioco per far affiorare un concetto autentico di autorialità. Amo molto, anche nei laboratori, insistere sulla linea di confine fra azione concreta e immaginazione, movimento, danza.

L’ultimo anno è stato particolarmente impegnativo per lei: prima il successo di «Giuliano», creato con Alessandro Quattro e tratto da «La leggenda di San Giuliano Ospitaliere» di Gustave Flaubert, fra Medioevo, Ottocento e contemporaneità; poi la partecipazione al multiforme «Evolution City Show» di Fausto Cabra, quale personaggio del #PercorsoVerde #StoriaDiIllustriConosciuti, in «Electron blue».

C’è stato tanto da fare, per fortuna è filato tutto liscio e sperimentare in direzioni differenti, assecondando la mia voglia di ricerca, mi ha garantito energia nuova insieme a parecchie soddisfazioni. È così che il desiderio di fare non viene mai meno.

Quando non recita?

Mi piace camminare. Per ore, pure. Cammino e penso, penso... Una notte, ricordo che ero a Palermo per ragioni di teatro, camminando camminando sono arrivato fino a Mondello.

Ultimo libro letto?

Di Haruki Murakami, un autore che seguo da tempo, «1Q84». Il suo stile fa sempre al caso mio.

Ultimo spettacolo visto?

«Riccardo III», diretto da Thomas Ostermaier, al Piccolo. Forse in tedesco, sottotitolato. Affascinante.

Quest’estate riposa?

Mica tanto! Per questo fine settimana ho portato ad Albenga «Indoor», spettacolo realizzato insieme ad Anna Dego. Un progetto che è nato partendo da spunti e riflessioni legate all’opera di David Foster Wallace e dell’antropologa Annabella Rossi, pensato tre anni fa e portato in scena su diversi palchi italiani. Nei mesi prossimi con il Ctb parteciperò a «I due gentiluomini di Verona» di Shakespeare, nella versione di Giorgio Sangati, e per l’Elfo con l’Invisibile Kollettivo affronterò il romanzo-inchiesta «L’avversario» di Emmanuel Carrère. Di sicuro non potrò annoiarmi.

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